Al termine estremo della colonna ecco comparisce Dante; gli è uscito l'elmo di testa, ha i capelli rabbuffati e sordidi di polvere, la faccia nera dal fumo della polvere; stringe nella destra un troncone di spada; preoccupato dalla intensa passione, senza pure vederlo si accosta al Malatesta. Questi raggiante in volto occorrendogli lo chiama a nome; Dante lo guarda traverso, poi torce la persona, come si fa quando a caso s'incontrano gli oggetti abborriti. Insiste il Perugino e giuntogli sopra, si curva sul mulo per abbracciarlo e baciarlo. Non lo sostenne quell'anima sdegnosa, e da sè ributtandolo proruppe:
«Va' va'; tutto questo ho già letto nell'evangelo di San Matteo, e vi ho letto eziandio un'altra cosa che tu non attendi, oppur ti sovrasta, il capestro e la infamia.»
«Messer Castiglione, uditemi per Dio.... Una forte gazzarra mi ha percosso dalla parte del monte; io mi sono tratto indietro forte temendo non assaltasse il principe di Orange i bastioni di San Miniato. Incolpatene i giovani lasciativi a guardia, che hanno messo fuoco alle artiglierie in festa della rotta dei lanzi.»
«E dell'uomo mandato stanotte ad avvisare l'Orange chi ne fu colpa, Baglione? Credi forse che Dio non sia, o credi che, essendo, non ti abbia egli a far render ragione dei prodi uomini morti in battaglia pei tuoi tradimenti? Guai a te, Malatesta! Pensa al fine!»
«Ormai mi sembra», favellava Cencio Guercio mentre il Castiglione si allontanava, «che sul conto nostro vadano tutti d'accordo.»
«Ma era quello che pensava ancor io; ecco il mal passo: ormai non possiamo ingannare più nessuno; d'ora innanzi ci conviene procedere a visiera levata.»
In questo mezzo tempo, quasi tante e siffatte sventure non bastassero, sopraggiunsero novelle di Francia, le quali diceano Sua Maestà Cristianissima negare ai mercatanti fiorentini residenti a Lione i sessantamila scudi d'oro del sole già dai medesimi a lui prestati nelle scorse urgenze, a fine di potere sovvenire con quelli la patria ridotta in tanto estremo; anzi avere usato Sua Maestà queste espresse parole; che, nel caso avessero i Fiorentini a contendere con Cesare, non volea che ciò facessero co' suoi denari; e poichè l'oratore insisteva a rappresentargli che li danari resi a chi gli ha imprestati non possono dirsi propri, ma altrui, egli, mostrando avere quei discorsi in fastidio, aveva alzato le spalle e risposto più nulla. Sapersi all'opposto, e per mille riscontri confermarsi, che il re desiderava tornasse Firenze sotto il dominio dei Medici, e in ciò adoperarsi con tutti i nervi per far quindi a Clemente papa palese pe' suoi interessi giovare meglio i trattati di un re di Francia che non le armi di un imperatore; essere egli parato per tanto a qual si voglia infamia a patto di venire a capo di nemicare Arrigo d'Inghilterra e il pontefice contro Carlo, stringere nuova lega e vendicare con nuove battaglie le offese apportate alla sua anima superba[293]. Essersi gli oratori rivolti a madama Luisa, e averle rammemorato le tante e con tanti giuramenti reiterate promesse di soccorrere i Fiorentini, restituiti appena che le fossero i nepoti: farla adesso lieta di loro presenza i nepoti; ricompensasse dunque la fede della lealissima città di Firenze, la quale col mantenere viva la guerra aveva contribuito non poco alla restituzione degli incliti principi: alle quali esortazioni la invereconda donna avere risposto non volere più guerra, essere pur tempo il mondo si pacificasse, tratta appena da un mal passo guardasi molto bene a non porre il piede in fallo; avere ella acconciato i casi suoi, pensassero i Fiorentini a' loro. «Talchè» conclude l'ultima lettera dell'oratore Carduccio, «è necessario fondarci in su l'ajuto divino e su i provvedimenti gagliardi di modo che più facilmente e con più reputazione si possa con cotestoro comporre[294].»
Così brutto mancamento di fede abbiamo veduto rinnovare dai Francesi ai giorni nostri. Taccio della Polonia, parlo d'Italia: minacciati dalla lega settentrionale, concitarono gl'Italiani a levare le armi per ricuperare l'antica libertà, si fecero un riparo di animali viventi, e quando si furono apparecchiati a sostenere l'urto nemico, lasciarono precipitare chi si era levato per loro, motteggiarono sopra i supplizi, ai caduti schernirono, e quando stretti dalle imprecazioni del mondo doverono rispondere, uno di loro salì su la tribuna e al mondo stupefatto gridò: Il sangue della Francia è per la Francia!
Di ciò si rammentino gl'Italiani. Se la fortuna apparecchia al mio popolo rinnuovamento di magnifici destini, se ne rammenti, non per vendicarsene, ma invece per aiutare con tutte le sue forze la Francia se pericolasse nel suo cammino al meglio; e sovvenendola le dica: Io ti ajuto perchè ai popoli grandi è necessario mostrarsi generosi: io ti ajuto perchè quando una stella scomparisce dai cieli, il bujo diventa maggiore; ti ajuto ancora perchè, durando la lotta di due diversi principii, le nazioni che parteggiano per la libertà riunendosi in lega comporranno il fascio del littore che non si spezza: mentre se stanno divise tra loro, saranno la verga debole che rompe il fanciullo per giuoco. I Greci ebbero in costume violare i giuramenti, fu turpe fama del popolo la fede Greca; — però secoli passarono e secoli prima che un occhio piangesse sopra i destini di quella famosa contrada. Subentrò la fede punica, — Cartagine è ridotta in un mucchio di rovine che nessuno, anche potendo, vorrebbe rilevare; adesso vince le fedi greca e punica la fede francese. — Tradisci Francia, quanto più sai, — la Italia non t'imiterà per questo: — comunque serva, val meglio di te libera e fortunata, imperciocchè, sebbene le sieno incatenate le mani, volge nel pensiero alti concetti di governo, e conosce essere le nazioni sorelle in faccia a Dio, e sente che quando una nazione dice all'altra: Io mi sono composto un seggio della tua testa e ben vi sto, — allora la religione e la legge mal possono imporre ai cittadini, — non uccidete, non rapite. Ogni vincolo sociale si rompe, e la fossa di Daniele presenta appena paragone conveniente col mondo contristato da tanta perfidia[295].