E poi rivolgendosi al Montauto riprese:
«Soldato, perchè assalite la nostra famiglia?»
«Magnifico ed onorando signore, io non lo so...»
«E senza saperne la cagione voi eravate sul punto di spengere due uomini... due cristiani!...»
«In verità, magnifico messere, noi altri soldati facciamo sempre così. Per ammazzare gente non fa punto al caso saperne le ragioni e le cagioni. Se a voi piace conoscere più oltre, domandatene qui al mastro doganiere...»
«Che mastro o che non mastro!» interruppe il cancelliere, il quale, nel considerare come verun conto si facesse di lui, tutto si scontorceva di rabbia. «Io ho dato l'ordine, ed io intendo ch'e' venga eseguito subito. — Subito frugateli, vi comando...»
Ma il popolo, che aveva preso un tal quale diletto alle parole del personaggio, percosso ancora da certo ribrezzo per cotesto suo strido increscioso, rammentò le sevizie del cancelliere uso a infierire contro di lui; e prevalendosi della occasione di spaventare chi tanto spesso lo empiva di terrore, voltò l'immenso suo capo, terribile per mille occhi, — per mille bocche, — e lo interruppe a sua posta urlando:
«Sta cheto, ribaldo!»
E il cancelliere, umiliato, dimise lo sguardo, si morse lo labbra, sospirò: — ma quando rialzando gli occhi gli venne fatto vedere da lontano disegnarsi nell'orizzonte la cima delle forche, si fregò le mani e susurrò commosso, come il devoto che recita il responsorio al suo santo avvocato: «Là ti aspetto!» — e si tacque.
«Mastro, vorreste o sapreste voi dirmi la cagione di questo trambusto?» continua, appena gliene fu dato luogo, l'ambasciatore volgendo la favella al doganiere.