Nicolò Bracciolino, che co' suoi mille faziosi procede col Vitelli a modo di lancia franca, esperto del luogo, si stacca dai compagni e per certe vie oblique a lui note celandosi dietro ai tronchi dei castagni che spessissimi crescono in questo lato, in silenzio, co' passi del traditore, si avvicina al fianco della colonna dell'Orsino. Fu agevole cosa trucidare e disperdere i pochi e meno validi soldati che vi stavano a guardia, — scompigliare le bagaglie, mandare sottosopra some e carriaggi, — empire di spavento ogni cosa. Orsino, udendo rumore alle spalle, conobbe il caso e si tenne spacciato; tuttavolta, disposto a morire da valoroso, strinse intorno a sè i suoi, ne fece gomitolo, e così ordinato, non altramente che fosse un corpo solo armato di mille spade, si dispose ad aprirsi la strada camminando sul petto dei nemici.

Sovvengati, lettore, se mai fosti in riva al mare, di aver veduta una barca per forza dei rematori rompere le onde che incessanti si accumulino contro di lei e, come se avessero senso di rabbia, fremere riottose lungo i fianchi e subito chiudersi ribollenti dietro il timone; così la virtù dei soldati dell'Orsino supera il numero dei nemici, ma il suo drappello procedendo scema, mentre da ogni stilla di sangue avversario sembra che nascano nuovi guerrieri a combatterlo; — male incolse a cui volle inseguirlo troppo dappresso, perchè sovente rivolse la faccia e balestrò la morte nelle file dei cesarei; — venuto al rivo delle Catinelle si fermò di nuovo, e di nuovo quelle umili acque si tinsero di sangue umano; finalmente lacerato dalla testa, su i fianchi, dopo avere fatto quanto e più a forza umana era concesso, ripara in Gavinana; i terrazzani non ebbero tempo per chiudere le porte, — proruppero nel castello amici mescolati ai nemici.

Per altra parte Fabrizio Maramaldo fuggendo tutto pauroso s'imbatte nella banda della Forra Armata, la quale, e per essere posta in luogo riparato e per non avere ricevuto ordine alcuno, non erasi mossa; la reputando nemica, stava per gittare l'arme e raccomandare per misericordia la vita; se non che, ravvisando l'errore, riassunse presto la superba natura, e levata la voce comandò: si muovesse a salvare i compagni messi in rotta, si affrettasse; avrebbe vinto la impresa, se si fosse comportata col consueto valore.

Si agitarono i due mila, accelerarono i passi, vogliosi di mescolarsi in battaglia; appena usciti dalla Forra, i cesarei sbandati, vedendo una bandiera levata dove potere riannodarsi, cessarono la fuga ed ingrossarono la banda, in breve sommarono a meglio di quattro mila e tutti uniti s'indirizzarono impetuosi contro la Gavinana. In cotesto cumulo di gente, comecchè mosso da passioni diverse, ardeva immenso il desiderio di vincere; — gli uni per vendicare la vergogna, gli altri, quelli della Forra Armata, per orgoglio che fosse detto di loro: il colonnello di monsignore Ascalino salvò l'esercito imperiale a Gavinana.

Ferruccio brandiva la picca, la quale per essere adoperata dagli Stradiotti cavalleggeri greci si appellava stradiotta[343], e accompagnato dall'Orsino, da Amico e Alfonso Arsoli, dai conti di Castro e di Civitella, da Agostino Gaeta dall'uno e l'altro Strozzi, da Francesco Vivages francese, da Sprone di Borgo, da Paolo e Giuliano Corsi, da Antonio da Piombino, da Giovambattista Cambiaso e dagli altri valenti capitani, giù si scaglia contro il Bracciolini, il Colonna e il Vitelli, quando, udito rumore, si volge dal lato opposto e contempla inondato nuovamente di nemici il castello. Allora gli s'intenebrò l'intelletto, gli venne affatto meno la speranza, non l'ardire nè l'animo apparecchiato alla morte magnanima; supplica gli astanti tengano testa al Vitelli finchè ritorni, e rovina dove lo minaccia maggiore il pericolo. Quasi non avesse per sei intiere ore combattuto, quasi gran parte del suo inclito sangue non gli fosse sgorgata dalle vene, apparve terribile come il Dio di Moisè. La voce, il guardo, le mani, tutta la persona insomma spirava la distruzione: «e il fatto, racconta il Cini[344], si rinnuovò con tale e tanto strepito di archibusate e di picche ch'era cosa spaventevole a sentirsi e orribilissima a vedersi, giacchè fu sì crudele e disperata battaglia che appena si poteva passare nella piazza di Gavinana impedita per i corpi morti e feriti che dappertutto v'erano ammonticchiati.»

... al cavaliere che si vide più prossimo, e fu il valoroso Masi,... Cap. XXIX, pag. 694.

E fu questa battaglia degna di Omero, — ma noi non possiamo avere un Omero. Egli cantava all'ombra dei laureti cresciuti a coronare la fronte degli eroi che ascoltavano, — noi seduti sopra un sepolcro narriamo storie alle ossa inaridite; — la traccia di quel divino sopra la terra greca assomigliava alla carriera del sole nel firmamento, splendida e sublime; — non che le case, gli schiudevano i tempii, ond'egli si santificasse col canto. — Poco gli nocque essere cieco degli occhi del corpo, dacchè le muse lo guidavano e la gloria gli rischiarava l'intelletto. — Quando le labbra frementi susurravano l'ultimo verso del canto, e la corda vibrava l'estremo tocco, egli sentiva distinto l'alitare dei petti ai circostanti, e il suo cuore si empiva di nuovo sangue e di nuova poesia, argomento di forza alle immagini future. — La vergine greca colla mano e la guancia appoggiate alla spalla del garzone, come la Psiche di Canova su quella di Amore, udendo le miserie di Andromaca, obliò un istante il suo affetto e gemè per la sconsolata regina; — la madre argiva, al racconto delle stragi di Ettore Priamide, si strinse più forte il pargoletto al seno ed abborrì la guerra, — ma quando le furono rivelate le mirabili prove di Achille, le s'infiammarono le guance, e l'entusiasmo della patria la inebriò; allora guardando con occhio scintillante il suo figlio, esclamava: Abbi la fama di Achille, — e con voce più bassa aggiunse: più provvida di Tetide, io guarderò a tuffarti interamente in Lete. — E quando un fatto comune chiamò la grande anima di Omero nel regno delle ombre, i Greci lo assunsero in cielo, are gl'innalzarono e voti, come a Dio, — sette città se ne contesero la nascita; — i sapienti loro ne derivarono leggi, politica, morale e quanto abbisogna al retto ordinamento della umana società; — lo consultarono come oracolo, ne trassero responsi. — La Grecia tutta tolse per simbolo Omero.

Male arrivato poeta nelle terre d'Italia! Alle generazioni che ti scorrono davanti pallide e vuote, siccome larve, parla di gloria, e ti risponderanno: usura; — guai a te, se ti esce incauto dalle labbra il nome santo di patria! Ti aspetta il luogo infame dove avrai per compagni la meretrice e il ladro... perchè l'amore di patria in questa terra è delitto; in verità, vi dico, delitto ricercato e punito più gravemente assai del latrocinio. — Certo il tuo nobile cuore, o poeta, non verrà meno per questo, — ma rimarrai contristato profondamente per le turpitudini dei tuoi fratelli, — la parola ti spirerà sopra le smorte labbra, e non potrai essere Omero.