All'Agnus Dei, e' fu mestieri che egli si accostasse al pontefice e di nuovo lo baciasse sopra la destra guancia e sul petto. Almeno Giuda, — con tutto che Giuda, — baciò una volta sola e poi si appiccò per disperazione; — ora anche la sua fama si oscura.

— Ardisci... ti stanno presso i due seggi vuoti; — un passo e basta.» Cap. IV, pag. 105.

Carlo e Clemente adesso genuflessi aspettano il sacramento della Eucaristia. Il cardinal Cibo (quel desso a cui Filippo Strozzi fece il legato del suo sangue perchè se ne saziasse[92]), sollevando la patena, mostra al popolo il santo corpo di Cristo: — il cardinal De Cesi, presolo dalle mani di lui, lo porta al pontefice, e questi si ciba in copia del pane sacramentato; l'anima e più le viscere conforta col vino generoso che il sangue gli rappresenta del suo Redentore, il quale nessuna vita sacrificò, tranne la sua. Tra pochi mesi il vicario di questo Dio, egli medesimo Clemente, comanderà che ogni giorno il pane si estremi e l'acqua a frate Benedetto da Foiano, e a lui agonizzante contenderà la breve particola del mistico pane, per paura che valga anche di un minuto a prolungargli la vita[93]. Oh! come è degno tempio della Divinità il seno di cosiffatto papa.

E poi si accinse a comunicare l'imperatore; — il conte di Nassau e il sire di Croy, tenendo i lembi di un pannolino magnificamente ricamato, lo stendono davanti il suo volto. Il pontefice sorge e aspetta che gli porgano l'ostia. Carlo solleva inquieto gli sguardi e accenna al vescovo di Caria del regno di Leone; — questi pure gli rispose col guardo, ed egli allora apre la bocca per cibare il corpo di Cristo. — Qual cosa mai significava quel cenno? Significava che Cesare stesse sicuro; avere il vescovo, suo fidato, assistito alla composizione dell'ostia per conoscere che nessuna altra materia vi si mescolasse dalla farina in fuori; imperciocchè Carlo sapesse Roberto re di Sicilia essere stato avvelenato nell'ostia, e di pari morte rimasto spento l'imperatore Enrico VII per le mani del reverendo Bernardo da Montepulciano, frate di san Domenico Guzman, di cui Dio riposi le ossa secondo i suoi meriti!

Nè altro adesso mi occorre descrivere di questa messa, tranne la fine. Carlo, dai suoi cerimonieri ammaestrato doversi in simili bisogne mostrare, anche non avendola, larghezza, combattuto da un lato dall'orgoglio spagnuolo, dall'altro dalla miseria tedesca, pensò un bel tratto, e fu di versare a piene mani titoli e onori tra i suoi famigliari: — piovvero ad un tratto baroni, conti, marchesi e duchi, che tante forse non furono le cavallette mandate da Moisè a disertare l'Egitto. — Oh! la bella cosa sarebbe, se anche noi potessimo pagare a titoli coloro i quali ci rendono servigio: io per me non dubiterei di conferire una croce di santo Stefano papa e martire il mese, per salario al mio servo: — potrei dargli di meno?

Il papa però non volle rimanere vinto, e in quel punto s'istituiva tra loro una gara di beneficenze; — sicchè, quando asceso sui gradini più sublimi dell'altare si volse al popolo e lo benedisse, aggiunse le parole: «Concediamo a tutti intiera remissione di tutti i peccati e indulgenza plenaria per quattrocento anni!!!»

Se i popoli rimanessero tolti fuori di sè per l'allegrezza, non è da raccontarsi; ed io, che dopo tanta distanza di tempo m'immagino quanto gaudio nei cuori loro dovesse scendere dall'aspetto imperiale e dalla indulgenza di quattrocento anni, non posso trattenere dolcissime lacrime di tenerezza. Potessi almeno rendere partecipi i miei nobili lettori, in benemerenza dell'avermi seguitato fin qui, dei tesori inestimabili profusi dal sommo pontefice e dallo imperatore augustissimo a chi sa quanti paltonieri e plebei! Perle veramente sciupate contro il testo espresso dello Evangelo!

Fuori del tempio il popolo urlava, insaniva, fremeva a guisa di baccante scapigliata; perchè nessuna scintilla d'intelletto gli balenasse su l'anima, qui è pane, qui copia di vino, camangiari e giullari. Sopra una colonna di marmo stava l'aquila imperiale. «Che per più divorar due becchi porta», come un giorno cantò l'Alamanni; la quale da uno de' suoi becchi versava vino rosso, dall'altro vino bianco, e giù intorno alla base della colonna vedevi prostesi uomini deturpati da oscena ubbriachezza. Sicchè l'Alamanni a cotesto spettacolo ebbe a dire: — Ecco l'aquila imperiale rende oggi a spiluzzico alla gente italica il sangue che loro bevve a lunghi sorsi in tanti anni e le lacrime che le fece in copia versare; ma gliele rende stemperate nel veleno della stupidità[94]. —