«Or via, nobili uomini, datemi ascolto: io voglio abbia un reggimento Fiorenza che, senza offendere la libertà, una della mia famiglia, o Ippolito o Alessandro, sia considerato come principale cittadino, voi altri ottimati della città gli componiate un senato il quale insieme con lui attenda alle pubbliche bisogne. Poichè le fortune e la virtù di per sè stesse distinguono l'uomo e il cittadino della povertà e dalla ignoranza, sanzioniamo con legge quanto apparisce necessità di natura.»

«I padri nostri si legarono una volta, combatterono i grandi e li vinsero: adesso noi, degeneri dalla virtù paterna, vorremo a nostra posta istituirci grandi e porre nella nostra terra il mal germe di prossima discordia?...»

Clemente soprastette alquanto prima di rispondere, imperciocchè vedeva ogni arte riuscirgli meno; alfine, tenendo la faccia dimessa a terra favellò:

«Rimettetevi dunque nelle mie braccia: io mi comporterò con voi non come sudditi ribelli, ma come figliuoli traviati.»

Iacopo Guicciardini, troppo diverso da Francesco l'istorico di triste memoria, camminava svisceratissimo della libertà; — di animo audace, pronto di lingua; — lo avevano aggiunto quarto all'ambasceria per opera dei Piagnoni o Arrabbiati, onde con la sua avventatezza temperasse la pacata natura degli altri. Fino a quel punto, di ciò caldamente supplicato dai compagni, taceva; adesso poi, sentendosi divampare il sangue, l'ira prorompergli dai precordii, gridò:

«Sudditi ribelli! Alla croce di Dio, da quando in qua siete voi re di Fiorenza, Giulio dei Medici? Cristo solo governa come principe la nostra città....»

«Noi siamo vicario di Cristo.»

«Per proteggere», replica il Guicciardino, «non già per distruggere; per beneficare, non per uccidere. Cristo abita nei cieli: in terra quella signoria che noi gli concediamo egli prende. Sua legge è l'Evangelo, legge che predica gli uomini liberi ed eguali. E voi osate chiamarvi vicario di Cristo — mostrateci il mandato; — se stiamo all'opere, voi mi parete il vicario del...»

«Messere Iacopo!» esclamarono i suoi compagni facendoglisi attorno, — e lo tiravano per le vesti e con cento modi diversi s'ingegnavano a farlo tacere — «acchetatevi, per Dio! voi rovinerete la patria e noi...»

«Se a voi importa la vostra quanto a me la mia vita, lasciatemi favellare. Alla patria non può avvenire peggio di quello che adesso le avviene. Le mie parole rimarranno come testimonianza tra i posseri; e non sia detto che, mentre tanti liberi petti cimentano la vita in pro della patria, nessuno tra noi sia stato valente ad esprimere generose parole. — Giulio dei Medici, molti avete dedotto gravami contro la vostra terra, molte vi lasciai discorrere menzognere lodi in vantaggio della vostra famiglia. Ora sappiate la vostra casa essere stata tra noi come l'insetto della nuova Spagna, il quale penetra nella pelle sottile quanto una corona d'ago e poi s'ingrossa sì che t'uccide[107]. Tre volte in novantaquattro anni noi lo cacciammo, perchè volle i suoi concittadini ridurre in servitù, la patria convertire in mensa dove noi, i nostri figli, le facoltà nostre potesse divorare a bell'agio. Meglio per noi se i padri nostri avessero avuto più crudeltà nello spengerla affatto, o meno debolezza per richiamarla. Ogni anno la famiglia vostra ha svolto una spira per avvilupparci dentro, come fecero i serpenti di Laocoonte e dei suoi figliuoli. Lorenzo si usurpò la fama di grande, Lione eziandio: hanno eglino forse creato il proprio secolo? Nessuno uomo è potente a creare un secolo; — Dio solo lo crea, e la fortuna. Lorenzo, se ai virtuosi sovvenne, ciò fu per libidine di fama e con danari non suoi: — a Roma lo avrebbero punito come reo di peculato, — noi deboli e stolti lo salutammo col nome di ottimo, liberalissimo. A che parlate di sangue? A che rinnovate la memoria degli antichi delitti? Interrogate le tombe e, per ogni stilla di sangue dei Medici versato, sorgeranno spettri a presentarvi tazze colme del sangue loro sparso dai vostri maggiori. E per venire a noi, perchè adoperate adesso e lusinghe e ambagi e minacce? Perchè vi sta immobile nella mente il fiero disegno di fare schiava la vostra patria infelice? Se alcuni giovani protervi guastarono nell'Annunziata le statue della vostra famiglia, se la vostra immagine tolsero da San Pietro Morone, quale colpa è nello stato? Forse un reggimento sta mallevadore per le azioni dei singoli cittadini? Dove la Sedia vostra Apostolica avesse a pagare pei delitti di coloro che vi seggono sopra, ora (tacendo degli altri), pei misfatti di Alessandro VI, dove l'avrebbe condannata la giustizia di Dio? I signori Otto di Guardia ordinarono si atterrassero le vostre armi; e bene ordinarono, come quelle che non s'innalzavano a decoro della famiglia, bensì in segno di principato. — I beni della Chiesa alienammo, poichè due vostre bolle o brevi ce ne somministravano facoltà[108]. — E che? — Scrollate il capo? Forse mentisco io? Le bolle non si ponno negare, a meno che a voi non piaccia interpretarle, secondo il vostro costume, efficaci ad alienare i beni ecclesiastici per combattere la patria, non già per difenderla. — Aprite, Giulio, l'animo vostro intero. Ormai non ingannate nessuno, nè uomini nè santi. Voi intendete assoluto signore dominare su Fiorenza. Voi vorreste le nostre teste scalini per salire sul trono e quindi le prime ad essere calpestate. «Or bene, dunque sappiate, poichè la Repubblica non ha potuto impetrare mercede alcuna da voi per liberarsi da sì gran danni che le fa attorno l'esercito vostro, averci ella commesso di far intendere alla Santità Vostra, essere in tutto deliberata a sostenere la sua libertà fino alla morte. In tanto giusta causa non trovando pietà appresso voi, come si converrebbe a vicario di Cristo, ricorre al trono di Dio e lo supplica che, viste le ragioni dell'una parte e dell'altra, dia di noi quel giudizio che gli parrà giusto. Sappiamo che nella difesa che fa la città, la quale è pur vostra patria, difende in prima la libertà, dono largito da Dio ai mortali per lo più bello e più maraviglioso ch'egli mai conceda dopo la vita; dipoi vi si difende la religione, i figliuoli, la roba, cose sopra tutte carissime, le quali dal vostro esercito, composto di barbare nazioni, ci sono disperse, parte ammazzate, parte messe in pericolo, senza scorgersi in voi non dico ombra di misericordia, anzi scorgendosi in voi ognora più una grandissima crudeltà contro di lei nella quale nato, allevato e per suo mezzo a così alto grado condotto vi siete. Dalla pietà di questa condotta in tante miserie se non vi muovete, quale altra cosa vi muoverà a compassione? Non posso, rimettendomi nella memoria i crudi strazii ch'ella patisce, contenere il pianto e non dirompermi di tal maniera nelle lagrime che più non possa, non dico parlare, ma sostenere questa infelicissima vita. E voi, che dite tenere il luogo in terra del Redentore piissimo dell'universo, non vi commovete e non comandate che si lasci stare quella patria innocente, che più non si affligga con tanta rovina...»[109]