«Pensate che il figliuolo del vostro amico non merita rifiuto e che l'alterezza, quando è troppa, diventa superba.»
«Sicuro, eh! il soverchio rompe il coperchio», veniva approvando Lupo.
«Sia come volete. Messeri, amici da un istante, noi lo saremo per la vita: — porgetemi la mano; così come le mani, si uniscano le anime nostre. Lupo, io per me nulla sono... ma se voleste essere pagato col mio cuore, io ve lo manderei dentro una coppa a casa... Addio.»
E salutando con le mani, da destra a sinistra piegando la persona, si accommiatava.
Lupo, staccando il lampione e rischiarando la via, mormorava:
«Pagare! il cuore! Che diavolerie sono elleno queste? Avrei per avventura ceffo di quelli che mangiano gli uomini alle Indie? Messere Lucantonio, vedete non farvi male... andate piano... qua v'è uno scalino da scendere... a rivederci... buona notte. E voi, Annalena, rammentatevi di me nelle vostre orazioni.»
«Addio... buona notte...», si udì alternare da una parte e dall'altra. — Poi fu fatto silenzio.
Lupo rientrando depose il lampione, si avviluppò nel gabbano, e ponendosi a giacere sulla panca, mormorava — Lupo vergógnati! Quell'uomo conta un terzo anni più di te, ha veduto la sua casa incendiata, le sostanze disperse, le terre guaste; e nondimeno pieno di fede spera, o pieno di ardimento fermò nel cuore il suo fine... Tu invece, dubiti... ti sconforti e, quello ch'è peggio, sconforti altrui. — Egli non soldato, tu allevato e cresciuto nei campi. — E ciò da che nasce? Nasce dall'essere in lui il cuore buono, il senno ottimo... — Tu veramente, Lupo, cuore non hai cattivo, si potrebbe sostenere anche buono..., ma per il senno... Ah! Lupo, tra te e te puoi confessare che sei tondo come l'O di Giotto... e non vedi più in là mezza spanna del naso.[111]
CAPITOLO SETTIMO LA PRATICA
Gran cosa, che, di sedici gonfaloni, quindici