[1] I ceci a cagione della ventosità loro ed in generale tutti i legumi danno mal sonno.

Delle opere di scoltura questo dirò, che lo stesso signore Azeglio, non Massimo, ma quell'altro, che discorreva di arti, tutto che Azeglio fosse, gittò gli argini, buttando fuori roba da chiodi: se vuoi trasecolare va di grazia nella piazza del Municipio, e quivi contempla in mezzo quel gruppo che sembra composto di spinaci, ed è di bronzo, di parecchie figure armate in guerra di maglie di seta, disposte in atti di morto, di chi va a morire, e di chi ci manda; il Conte verde, però che il gruppo rappresenti l'effigie del Conte verde, (e tu lettore hai da sapere come qualmente in casa al tuo re ci fosse un Conte verde, e poi un Conte rosso: quanto al Conte verde, come vedi, egli si attenta comparire per le piazze; circa al Conte rosso ei se ne sta chiotto nella sua antica sepoltura pauroso, che il Questore di Torino non lo facesse portare diritto come un cero nella parte postica del palazzo Madama) al quale nell'uno, vale a dire nell'uno dopo il mille, un giorno venne voglia di piantare il ceppo donde nacque il nostro re in linea diritta diritta più di un fuso, secondochè attestano documenti registrati in Duomo, ed Ercole Ricotti nella Monarchia Piemontese stampata in Firenze dal Barbèra, il Conte verde, dunque in vaga positura mimica tiene levata la mazza d'arme su la persona di un guerriero circonciso (la circoncisione non si vede, ma chi voglia alzargli la camicia di bronzo la potrà vedere) il quale inclinato il fianco lo sta a mirare con l'estasi degli apostoli quando pioveva giù a stroscia lo Spirito Santo, e par che dica: «me la dai, o non me la dai, chè ad aspettarla io mi sento stracco?»

Hacci un simulacro del Principe Eugenio, che un po' mi parve dall'uggia di sentirsi da tanto tempo murato su cotesto piedistallo lo abbia preso la mattana, e venuto in furore con la parrucca arruffata, le vesti scinte, il collo ignudo voglia pigliare una rincorsa per andarsene, Dio sa dove, a finire; ovvero, povero uomo! (anche agli eroi siffatte cose incolgono) soprapreso nella notte dalla colica sembra, ch'ei siasi lanciato giù dal letto per arrivare laggiù colà dove confida rinvenire refrigerio. Questa smania di fare correre le statue, qualche malizioso affermerebbe, che a Torino si fa più intensa alla stregua che gli uomini vivi ci stanno fermi; di vero anche nel giardino pubblico il simulacro del Generale Pepe, non ricordando essere di marmo, scappa via; lo scultore dove non potè tradire la verità fu nella statua di Cesare Balbo: quelli, che lo videro vivo, ed ora lo contemplano di marmo, non si accorgono della differenza; però se marmo sono i suoi scritti, e marmo i suoi concetti, di marmo, non fu il suo cuore, quando balenò la speranza di erigere il monumento della Italia, e per la Italia diede più che il sangue del proprio cuore, quello dei suoi figli, e volontieri anco credo, che da quel marmo uscirebbero fiamme se gl'Italiani pigliassero il partito di mettere ogni cosa allo sbaraglio per diventare una volta padroni di sè. La statua della Italia pare una gessinaia lucchese che venda i medaglioni del Manin; quella del Gioberti in forma di modello sul quale i sarti provano i vestiti, a capo basso, con una mano al petto ti rappresenta giusto un penitente, che dica: mea culpa per avere creduto, e dato ad intendere, che la Italia potesse sorgere a dignità col Papa a Roma; del monumento di Carlo Alberto basti questo, che chi avesse a lavorare una saliera potrebbe cavarne un disegno, ma non dei migliori; anco su la piazza del Municipio havvi una statua di marmo di Carlo Alberto in tutto simile ad un cero pasquale cascato da parte. A mio giudizio la statua che solo ne meriti il nome è quella equestre di Emanuele Filiberto. Quanto ad arti pertanto immagino, che egemonìa non avrebbero a volere esercitare i Piemontesi, almeno mi parrebbe, poi facciano loro![1] Vediamo se in lettere a cosiffatta egemonia possano i Piemontesi aspirare; io mi guardo bene da contrapporre ai vanti loro Dante, e gli altri, imperciocchè se stesse a me ogni toscano, che rammentasse il nome di cotesti grandi indarno, io lo vorrei condannato in carcere per quindici dì con gli ultimi cinque inaspriti di pane e di acqua come soleva ordinare la buona anima del Radetzky, e poi gli fosse fatto divieto di mai più ricordarli finchè la Toscana non avesse partorito almanco una mezza serqua di uomini capaci di arrivare alla caviglia del piede dei grandi antenati. E' bisogna capirla una volta, che ogni generazione dee vivere del suo lavoro, come della sua sapienza, e della sua gloria; non fare come gli sciagurati perdigiorno i quali campano mangiandosi il capitale raccolto dai nonni. Nè mi uggiscono meno il vanto e la lode dell'antica civiltà etrusca, che affermano antecedente fino alla pelasgica, ed a certa degna persona che meco se ne congratulava risposi:—gran mercè, quantunque in coscienza io non mi estimi erede del re Porsenna, nè dei Lucumoni.—Chè se la civiltà toscana altro non seppe che somministrare i riti religiosi ai Romani, che furono detti cerimonie da Cere città sacra etrusca, e lo scettro, e la sedia di avorio, non che il manto purpureo ai re di Roma, io renunzio a questo retaggio di civiltà per me, e per tutti i miei discendenti in perpetuo; tra noi se il Piemonte si onora del Denina, del Lagrangia, del Galliani, del Botta, del Gioberti, del Pellico, dello Sclopis, del Balbo, del Cibrario, del d'Azeglio, del Mossotti, dello Alfieri e di altri simili, la Italia di contro a loro vanta caterve di uomini insigni in ogni maniera di sapienza umana; la Lombardia ha Scarpa, Volta, e Verri, e Beccaria, e Manzoni, e Grossi, e Cattaneo, e Ferrari, e Romagnosi; la Emilia Leopardi, Bufalini, Puccinotti, Matteucci; Parma, Giordani, Recanati, Leopardi; Napoli e Sicilia Colletta, Ranieri, Nicolini, Melloni, Piria, Pilla, gli Amari Emerico e Michele; Modena, il Nobili; la Toscana il Niccolini; il Ferrarese Monti; Venezia Ugo Foscolo; Verona Pindemonte, e via e via. A Brofferio oppongo il Giusti; e noto, che la satira di questo ultimo si spande per la Italia, e ci alligna, mentre quella del primo discolora, non mica per difetto d'immagini, ovvero di felici scappate, bensì perchè anteponendo il dialetto piemontese alla lingua italiana ordì tela municipale; e che razza di dialetto sia il piemontese che ve lo dica per me, tanto che udendo un giorno recitare dal buon Brofferio taluna delle sue canzoni piemontesi alla domanda ch'ei mi mosse: che me ne pareva, io risposi netto: me ne pare questo, che credendo avere appreso dalla mitologia che Apollo avesse scorticato Marsia; ora mi accorgo dello errore, almeno quì in casa vostra, dove sento Marsia cavare Apollo «dalla vagina delle membra sue.» Alfieri merita abitare eterno co' grandi che gli fanno corona…. le sue ossa bene stanno in Santa Croce a fremere amore di Patria, con insigne scandalo dei moderati a cui più dei fremiti garbano i belati o i ragli; ma egli è forza avvertire, che l'Alfieri voleva bene al Piemonte come gli occhi al fumo, ed aborrì viverci, e tra noi elesse morire; il fiero animo dell'Astigiano per noi cortese anco troppo esclamava ad onoranza della mia Patria:

«Deh! che non è tutta Toscana il mondo.»

come modesto soverchiamente in proposito dello idioma, che oggi presumono insegnarci questi bizzarri fratelli piemontesi egli scriveva:

«Stranio innesto son io su tosco stelo.»

[1] Per compire il quadro odasi quest'altra. Quando il conte di Cavour annunziò alla Camera, che di arte egli intendeva niente, disse la verità, e potei sincerarmene io stesso; avendomi egli dato la posta al suo palazzo andai, dove cominciando così per mio genio a considerare minutamente le scale le trovai luride, e su pei muri grommose di un colore di ranno dopo fatta la lisciva; la porta di casa esternamente vidi ornata di portiera di bambagino rosso con penero bianco appunto uguale alle portiere, che da noi in Toscana sogliono mettere alle baracche dove vendono il cocomero: dubitai avere sbagliato, ma no; egli era proprio il palazzo del conte di Cavour; aperto l'uscio entrai dentro una maniera di galleria ammirabile non mica per quadri, non per istatue, non per bassirilievi; di queste cose nè manco l'ombra, bensì di una doppia fila di scarpe e stivali……. Di quì fui intromesso in certa anticamera e la maraviglia crebbe; su le porte e pei muri notai talune figure colorate col sugo di regolizia, sedie vecchie, e sciatte, armadioli unti e bisunti ad uso di riporre i lumi; e poi certe urne, che di sicuro dovevano essere avanzate al catafalco di qualche atavo del nobile Conte; ma ciò, che più mi percosse fu il suo busto di marmo sopra un tronco di colonna messo proprio a canto alla soglia del suo studio, e mi percosse perchè i Romani in cotesto luogo solevano tenere incatenato il cane; però anco a catena avendo addentato qualche gamba sembra che al cane vivo trovassero spediente sostituirne altro o dipinto, o condotto a mosaico con la leggenda sotto: cave canem. Questo negli scavi di Pompei può riscontrarsi agevolmente; per la qual cosa io pensava: «cave Cavour! uomo avvisato è mezzo salvato!» Ammesso nello studio, intantochè il Conte terminava scrivere non so quale lettera, inventariai l'uomo; egli vestiva un gabbano da camera sudicio, e mi parve anco lacero, con uno straccio al collo, e in capo una papalina logori entrambi e laidi, stavasene accoccolato su di una tavoluccia dove scriveva in furia con molto disagio; avanti questa tavola ne vidi un'altra più grande dove notai una tazza di argento dono non mi ricordo di quale Municipio, o Consorteria. La stanza parata di carta con alquanti specchi nè più nè meno di qualunque sala di moderna osteria: non libri, non quadri, non arnesi che svelassero gusti eleganti od amore di arte. Lo studio rispondeva sul cortile, e dirimpetto alle sue finestre, levati gli occhi, vidi pendere giù dalle finestre del secondo piano pezze e fasce da bambini, onde la memoria corse ai due scolari brilli di cui racconta Heine nel Reisbilder quando aprirono l'armadio dell'oste e vi avendo trovato attaccato un paio di calzoni di pelle gialla di daino usati da lui quando faceva il postiglione, li presero per la luna, e volsero a loro una invocazione sul gusto dell'Ossian.—E questi, dissi fra me, è l'uomo, che ha da comprendere la Italia? Sarà! e mi strinsi nelle spalle; proprio come esclamai: sarà! e mi strinsi nelle spalle quando additandomi i Turcòs mi affermarono essere venuti in Italia a darci la Libertà:—Sarà! soggiunsi poi, ma se io fossi nei piedi della Libertà mi verrebbe la pelle di oca al solo vederli. Intesi dire altresì, che nella sua camera ei tenesse appeso il ritratto del Boggio; ond'io esclamai: mamma mia! il ritratto del Boggio sarebbe mai la Madonna della Seggiola del Conte di Cavour?—Non già, mi risposero, ma il signor Conte guardando la figura del Boggio, così a digiuno, si mette a ridere e ciò gli dà qualche minuto di buono umore.—Che il Conte di Cavour possedesse ingegno di certo non nego; impugno avesse capacità di Ministro italico; e dove pure in lui non difettasse la capacità a lungo andare non avrebbe approdato, perchè egli non chiamò mai le Grazie a spruzzarlo con la loro acqua lustrale. Il bello e il buono nella morale compongono una medesima cosa, e chi non ha senso di arte non può intendere la Italia.

E Botta visse esule da casa sua, e Gioberti altresì, il quale diverso dalla indole piemontese, pare favilla balestrata a Torino dalla eruzione del Vesuvio; e non sarebbe maraviglia, però che si legga, che quando prima ruppe il monte pauroso la lava andò a cascare fino in Alessandria. Se in arti, in iscienze, ed in lettere noi non possiamo insegnare niente ai piemontesi non ci si apponga ad jattanza se affermiamo nè manco noi altri italiani avere nulla da apprendere tra loro[1]. Per amministrazione si governano peggio della lombarda, e questo ho toccato con mano; quanto a legge per amore di unità incaponivano a volerci a parte nella beatitudine della corda, con errato consiglio non meno che con mente iniqua; imperciocchè se la morte abolita efficacemente è segno di buona civiltà acquistata, perchè dobbiamo noi altri toscani stornare alla barbarie, e non voi piemontesi allungare il passo per agguantarci sulla via della civiltà? Ma tutto questo suona prosuntuosa insipienza di curiali; di vero se per sopprimere la pena di morte si desidera stato più perfetto di civiltà, o con qual giudizio v'incocciate a mantenere questa pena, la quale tra le barbare è barbarissima, e tra le inique scellerata delle instituzioni umane? Per leggi civili portava il vanto Napoli; le industrie agricole migliori in Toscana che in Piemonte; nelle urbane Piemonte supera, ma contaci la Liguria, che parte di Piemonte fu per violenza, non però per indole, nè per volontà. Avanzano le armi.

[1] L'antica uggia non può fare a meno, che abbia partorito pessimi effetti difficili a vincersi: le nebbie del passato caligano sempre intorno al Piemonte, e se tu riscontri la temperie di cotesto paese sul termometro della Ragione di Stato del Bottero, tu trovi che l'aere non è per anco sereno di civiltà. Carlo Botta, tenerissimo del Piemonte sua patria, ci fa sapere come la università di Torino non fruttasse i buoni effetti che uomo se ne riprometteva in grazia della strettezza del governo, e dell'apparato militare. Il Denina, citato dal Botta, racconta come i letterati venuti da Roma, da Napoli e da Palermo alla stanza di Torino preferissero quella di Milano austriaca, però che colà le lettere e le scienze godessero di certa libertà ignota a Torino, con altre più cose gravissime che, se te ne piglia vaghezza, tu potrai leggere nel lib. 38 della Storia d'Italia sino al 1789. Altrove (lib. 48 della medesima Storia) il Botta esce fuori con queste parole, che mal per noi se non le cavassimo dai libri di un piemontese sfegatato: «gli studi si fomentavano a patto che da angusto e stretto cerchio non uscissero. Nissuna vita nuova, nessuno impulso, nissuna scintilla di estro fecondatore: un'aere greve pesava sul Piemonte e i liberi respiri impediva. Lo stesso vivere tanto assegnato del Principe (e doveva dire tirannicamente pedantesco) faceva, che la consuetudine prevalesse sul miglioramento, e che nessuno dall'usato sentiero uscisse ancorachè più facili, più utili, e più dilettevoli strade in luoghi vicini di sè medesime facessero mostra. Dai duri lidi fuggivano Lagrange, Alfieri, Denina, Berthollet, e Bodoni, e fuggendo dimostravano, che se quella era terra per natura feconda gretto coltivatore aveva. Carlo Emanuele e Bogino si martirizzavano su i conti, e le generose aquile sdegnando quel palustre limo a più alti e più propizi luoghi s'innalzavano.» Quanta larghezza da cotesta ora in poi godessero gli studi nel Piemonte, anco in tempi recentissimi lascio, che altri dica: pure ieri i Gesuiti maestri, e donni dei cervelli piemontesi: no, veramente, a me non pare, e non parrà, spero, nè anco ai nostri buoni fratelli subalpini ch'essi possano presumere quanto a scienze ed a lettere di esercitare egemonìa sopra la Italia.

Di quali armi favellate voi uomini piemontesi? Quando tra noi fioriva la onorata milizia, di voi non ci giunse novella; nella scuola dei Bracci, e dei Piccinini, tra gli Sforza da Cutignola, gli Alviano, i Colleoni, e tanti altri famosi si ricorda unico il Carmagnola; più tardi tra i Colonna, i Pescara, Giovannino dei Medici, gli Strozzi, il Ferruccio, i Doria, i Sanseverino, gli Orsini, i Farnese, gli Spinola unico Emanuele Filiberto; di cui gloria immortale la battaglia di San Quintino, la quale non egli vinse, bensì il conte di Aiamonte, il principe di Brunswick, e i conti di Hornes, e di Mansfeldt; Emanuele Filiberto arriva tardo sul campo di battaglia, e quando i francesi rotti fuggivano inseguiti dai raitri; solo con le artiglierie egli disperse l'ultimo corpo di fanti guasconi, che combattevano, disperati della vittoria, per proteggere la ritirata; nè seppe usare poi della vittoria, chè proseguendo il corso prospero avrebbe preso a mano salva tutti i francesi senza eccettuarne pure uno; e questo chiariremo con prove espresse se a Dio piacendo mi condurrò a dettare la vita di cotesto duca di Savoia. Certo con gloria maggiore o minore trattarono le armi i principi di Savoia; con grande Tommaso, con massima Eugenio; ma se togli l'ultimo gli altri ebbero emuli pari se non superiori a loro; questi poi veruno. Nel periodo lungo delle guerre napoleoniche i più famosi capitani come Bertoletti, Pino, Teuliè, e Vacani uscirono di Milano, i tre Lechi o Mazzucchelli da Brescia, Lahoz e Peyri furono mantovani, Bianchini, l'eroe di Tarragona, bolognese, il maresciallo Bianchi da Corno, Viani veronese, Zucchi reggiano, Severoli faentino, Palombini di Roma, Fontanelli da Modena, Colletta di Napoli; solo due noti nelle storie dava tutto il Piemonte, più illustre il primo, che fu Rusca, meno il secondo nominato Serras; nella guerra del 1848 venne fuori il Bava capitano di abilità mediocre, e di cattiva fortuna; nel 1849 ebbero ricorso a capitano straniero con perdita di riputazione, e sciagura della impresa. Adesso fanno caso grande del Lamarmora, ma non tutti in lui ripongono fede; ad ogni modo gli preferiscono il Cialdini od anco il Fanti, i quali insieme al Cucchiari vengono da Modena. Quanto a Garibaldi ormai è convenuto che generale matricolato non si possa estimare; di fatti della milizia ei sa una parte sola, una sola, tutte le altre ignora, e questa una è quella di vincere le battaglie.