Nè gli scrittori piemontesi negano questo; al contrario facilmente confessano, che sul cominciare del secolo decimosesto il difetto di coltura non era compensato con la gloria delle armi, le quali erano misere ed incerte; e la difesa dello stato non usciva già dalla copia, nè dalla prodezza delle milizie paesane, bensì dal danaro proprio, e dall'avarizia altrui.—
Ma non è vero, che negli altri stati d'Italia si procedesse a quel modo; anzi il vero è al contrario, nè gli stessi Scrittori piemontesi lo ignorano, dacchè lo stesso Ricotti nella Storia delle Compagnie di ventura in Italia ci attesti Firenze e Orvieto fino dal 1350 avere istituito i balestrieri del contado per affrancarsi dalla infamia della milizia mercenaria; e Venezia più tardi con l'ordinamento delle cerne; ed altri altrove; ma più che tutti da capo Firenze la quale a' conforti di Antonio Giacomino Tebalduccio, e di Niccolò Macchiavelli instituì nel 1506[1] la ordinanza della milizia fiorentina con le prescrizioni, e norme che si leggono per le storie, e da prima furono diecimila nel contado di Firenze solamente fanti, sei anni dopo si fecero anco cavalli nel numero di 500. Questa abolita dalla tirannide dei Medici, ecco Giovanni dalle Bande nere formare la stupenda milizia di cui la memoria ancora non langue, e sicuramente coll'occulto concetto di stabilirla arnese per acquistare gagliardo stato in Italia, e difenderlo contro ogni straniera soperchieria; da questa onorata scuola, cessata la tirannide medicea, risorsero le milizie fiorentine, e furono spartite in milizie del contado disposte in trenta battaglie, ed in milizie di città in quattro bande una per quartiere, ed ogni banda in quattro compagnie con sedici gonfaloni in tutto; da prima cavaronsi dagli uomini di diciotto fino a trentasei anni, e se n'ebbe un tremila all'incirca, ma forse più che meno nella sola città; più tardi si presero da diciotto fino a cinquantacinque anni, e in tutto se n'ebbe un cinquemila.—Nella vita di Francesco Ferruccio mi sono ingegnato quanto meglio ho potuto discorrere di questa gloriosa milizia, la quale non si mostrava come apparivano i soldati piemontesi allora pigri, grossieri, contennendi, e vili bensì tali che il Ricotti medesimo confessa: «colla modestia, e con la esattezza sia nel comandare sia nell'obbedire, con la perizia delle mosse, con la ricchezza delle vesti, e delle armi, non meno che con la concordia, ed unione diventò in breve soggetto di maraviglia ai più vecchi soldati[2].» Nè per questo solo ella fu maraviglia ai presenti, ed onorata memoria ai futuri, bensì per ferocia di magnanimi propositi, e per valore inclito.—
[1] Scritti inediti di N. Macchiavelli risguardanti la storia e la milizia, illustrati da G. Canestrini.
[2] Op. cit. p. 6. cap. 3.
Io non riporterò la testimonianza di scrittori fiorentini come quelli i quali si potrebbe per avventura supporre che procedessero parzialmente, ma sì di Carlo Capello oratore veneziano del pari che degli altri dei quali mi valsi per giudicare la qualità delle armi piemontesi; costui pertanto, scrivendo al serenissimo Doge gli afferma: «tuttavia non si perdono di animo e sempre con maggiore costanza si confermano in volere ovvero conseguire la libertà, ovvero portarsi di sorte, che se la perdono, speso, e consumato tutto l'avere loro non vi sopravviva alcuno, e solamente si dica: qui fu Firenze.[1] «E quanto più il pericolo stringe tanto maggiormente s'intorano a mettersi ad ogni sbaraglio. «Tanta, scrive il medesimo oratore il 14 Luglio 1530, è la costanza degli animi di ciascuno, tanto indurata la ostinazione di volere liberarsi che hanno deliberato pubblicamente patire ogni estremità, e subito, che il Ferruccio si scopra… uscire della città con tutta la gente di guerra e con quelli della milizia cittadina, e combattere e così vincere ovvero insieme con la vita perdere il tutto avendo determinato, che quelli che resteranno alla custodia delle porte, e dei ripari, se per caso avverso la gente della città fosse rotta abbiano con le mani loro ad uccidere le donne ed i figliuoli, e por fuoco alle case, e poi uscire alla stessa fortuna degli altri, acciocchè, distrutta la città, non vi resti se non la memoria della grandezza degli animi di quella, e che sieno d'immortale esempio a coloro, che sono nati, e desiderano di vivere liberamente.»
[1] Lettere alla rep. di Venezia dell'Oratore Cav. C. Capello, Firenze 26 Novembre 1529.
Che se questa deliberazione, la quale non ha riscontro nelle storie, tranne nella giudaica, dove gli Ebrei difesero Gerusalemme da Tito imperatore menzogna di umanità, non sortì il suo effetto, il mondo lo sa, vuolsi attribuire alla codarda avarizia degli Ottimati, i quali allora adoperavano come la setta dei Moderati adesso, e al tradimento di Malatesta, il quale, come disse Matteo Dandolo allo ambasciatore del Duca di Urbino:—ha venduto quel popolo, e quella città, e il sangue di quei poveri cittadini, a oncia, a oncia.
Dopo cotesta epoca illustre, e lacrimevole non vale, per opinione mia, il pregio ricordare milizia italiana: entriamo nei tempi in cui il Filicaia lanciò nella serva Italia i due sonetti pari a due gridi di dolore, che c'introneranno perpetuo gli orecchi, finchè ella non sia tutta sgombra dagli stranieri.
—. . . . . Del non tuo ferro cinta «Pugnar col braccio di straniere genti «Per servir sempre o vincitrice, o vinta:
Quando la Francia si avventò alle alpi repubblicana in vista, ladra in fatti e tiranna, i Piemontesi o soli, o in compagnia degli Austriaci davvero mala prova fecero, nè possono cavarne argomento ad esercitare egemonìa.