Senza capitale un grande stato non può stare unito; ella ha da essere come un cappio il quale senza stringere troppo, o stringere a casaccio ordini le forze del paese per la difesa prima, e poi per la massima prosperità interna accordandole armonicamente sia dove tendono ad assimilarsi, sia nello invincibile screzio.

Veramente io non ho letto la storia di Gengis-kan, la quale pure fu raccolta circa tre quarti di secolo dopo la morte di lui, ma l'avessi pur letta io porrei mediocrissima fede alle quarantamila, o cinquantamila teste gittate nei fondamenti di Samarcanda come pietra angolare a costituirla capitale; che ferocissimo ei fosse non si contrasta, ma sagace altresì era molto, tanto che il Gibbon ebbe a trovare non poca corrispondenza tra il codice composto dal Locke per la Carolina, e quello di Gengis-kan! Ad ogni modo io credo, che cotesto si abbia, se successe, intendere per simbolo, che molti voleri, come molti interessi devano concorrere a stabilire le nuove capitali, e che questi interessi devano recidersi del tutto da interessi antichi. Napoleone Imperatore giudicava la Italia poco acconcia a comporre un corpo solo a cagione della sua lunghezza, e questo suo concetto prima e dopo lui parteciparono parecchi; tuttavia discorrendo dei luoghi adattati per instituire la capitale del nobile stato così argomenta:

«Vari i pareri degli uomini intorno la migliore giacitura della capitale d'Italia, che taluno accenna a Venezia imperciocchè supremo bisogno della Italia paja levarsi a potentato marittimo. Venezia, essi dicono, sta riparata dai subitanei assalti, e favellando a mo' di mercante, deposito dei commerci della Germania orientale e punto più prossimo di Genova a Milano e a Torino; al mare si accosta per tratti lunghissimi di sponde: altri poi vengono dalla storia, e dalle tradizioni antiche condotti a Roma; Roma, affermano, sopra tutto mediana, destra alle tre grandi isole Sicilia, Sardegna, e Corsica, destra a Napoli; per ogni parte a un dipresso equidistante da cui la voglia offendere, o lo inimico si presenti dal lato di Francia, o dalla Svizzera, ovvero dall'Austria, che dove si accosta più distà centoventi, e dove meno centoquaranta miglia, ed ancorchè superate le Alpi la schermiscono due validissimi ripari il Po, e gli Appennini. Roma prossima alle coste adriatiche, e mediterranee con risparmio non meno che con velocità per via di Venezia e di Ancona può sovvenire alla tutela delle frontiere dell'Isonzo, e dell'Adige: per via poi del Tevere, di Genova e di Villafranca ella provvede di leggeri alla frontiera del Varo, e delle Alpi cozie: la sua posizione felice le concede abilità di offendere, mediante l'Adriatico, ed il Mediterraneo l'esercito nemico, il quale si attentasse traghettare il Po, od avventurarsi nell'Appennino senza avere preso la sua sicurtà dal lato del mare; ad ogni evento agevolissimo scansare alle rapine del nemico vincitore i tesori di Roma a Napoli, ovvero a Taranto; finalmente Roma è già: nè si conosce città al mondo la quale offra comodi quanti essa per costituire una grande metropoli; in favore suo la magnificenza e la nobiltà del nome; ed io per me penso, che quantunque lasci a desiderare qualche cosa, ella sarà certamente la capitale che gl'Italiani eleggeranno un giorno.»

Questo nel volume terzo delle sue Memorie; nè meno arguto nei Ricordi di Santa Elena: «Se la Italia cessasse con Parma, Piacenza, e Guastalla, o vogliamo dire, ch'ella circoscritta dentro la valle del Po non possedesse penisole, allora Milano sarebbe la sua capitale necessaria, comecchè i periti reputino supremo difetto per lei che il Po non la difenda dalle ingiurie tedesche: ma dove gl'Italiani si componessero in un popolo solo allora Milano non potrebbe pretendere a diventare capitale, imperciocchè troppo prossima alle invasioni terrestri si troverebbe troppo lontana dalle spiaggie per provvedere alle marittime.»

E quì nota lettore, che quando il sempre mai funesto ministro d'Italia Cammillo di Cavour non che non vietasse, consegnava le Alpi alla Francia avvertendo io, che dove questo accadesse bisognava pensare a trasferire altrove la capitale, molto più che smantellata la cittadella, Torino, e il Parlamento correvano pericolo di assaggiare le prime bombe francesi, ciò fu argomento di dileggio pel gregge servile: ora se Napoleone, il quale se ne intendeva, non consentiva a Milano di essere capitale d'Italia, pensa tu se lo avrebbe conceduto a Torino nella condizione miserabile in che l'hanno posta il savio Conte, e il suo più savio armento, che i ministri successivi si sono vie vie consegnato come le stime vive di un podere sfruttato, e tuttavia dura salvo dalla epizotia.

Napoleone continuando a ragionare intorno alle diverse possibili capitali d'Italia arroge:—

«Bologna, unita in un solo corpo la Italia, sarebbe da preferirsi a Milano, dacchè ov'ella in caso d'invasione terrestre vedesse superate le frontiere montane, avrebbe sempre la difesa del Po, e pel suo sito, per le strade, e pei canali agevolmente, e presto comunica col Po, Livorno, Civitavecchia, i porti di Romagna, Ancona, e Venezia; come pure assai più di Milano si avvicina a Napoli.

«E se la Italia terminasse col regno di Napoli, ed una parte di
Sicilia, e di Napoli potesse riempire lo spazio fra terraferma e la
Corsica, allora Firenze come centralissima potrebbe costituirsi
meritamente capitale.»

Donde tu apprendi chiaro, che al pensiero del gran Capitano non si affacciasse mai per capitale Torino. Che se l'autorità di un tanto uomo avesse mestieri di un po' di rincalzo io ci aggiungerei quella di Ubaldino Peruzzi, il quale ci ammaestrò da Torino non potersi governare la Italia, là dove questo personaggio non si fosse smentito dichiarando potersi governare la Italia da Torino finchè non si conseguisse per capitale Roma; e questo parve contradizione, conciossiachè se non può reggersi la Italia da Torino in modo assoluto, molto meno (anzi la difficoltà cresce) non avendo Roma, o standoci contraria: tuttavia queste che paiono a noi contradizioni, potrebbe darsi, che fossero profondità di consiglio a cui il nostro corto intelletto non arriva.—

Napoleone ai giorni nostri tanto più avrebbe a preferire Roma per capitale d'Italia quanto che adesso con le strade ferrate viene in certo modo diminuito lo spazio se giova; e se non giova si rimette come prima, potendosi in caso di bisogno rompere i ponti, turare botti sotterranee, buttare all'aria carreggiate. Roma quasi naturalmente diventa il nodo delle ferrovie, che dal settentrione mettono capo al mezzogiorno d'Italia, e se soltanto di strade militari Roma antica ne annoverava quindici ora potrebbero occorrendo con molta agevolezza moltiplicarsi non considerando più impedimento nè picchi impervii, nè torrenti indomati.