[1] Ai Rom. 16 e 25 «quando S. Paolo era in Acaja scrisse San Luca, che lo accompagnava, il suo Vangelo, e si crede essere quello che San Paolo nelle sue epistole chiama proprio Vangelo.» Com. dell'Arcivescovo Martini.
Tuttavolta o andasse, come pretendono gli scrittori papisti, San Pietro in Roma, o non vi andasse come pensiamo noi[1] certa cosa ella è che nè manco costoro, ora, che sono alla porta co' sassi, perfidiano San Pietro immaginasse, e molto meno istituisse il primato della Chiesa Romana: solo sostengono che stava dentro il concetto di lui come pulcino nell'uovo, ed oggi predicano così il Dottore Newmann, e il Cardinale Wisemann, e il Moelher, ed altri cotali che la sanno lunga e la sanno contare. E' sono arzigogoli pretti, però che la Chiesa cattolica non crebbe la dottrina di Cristo esplicandola bensì la schiantò di pianta sostituendone un'altra contraria, si capisce ottimamente come il pargolo crescendo diventerà uomo, non si capirebbe se diventasse un bufalo: e si comprende altresì che da non possedere altro che un paio di scarpe i sacerdoti tirando innanzi nei tempi dovessero essere forniti da comparire onorevoli secondo la dignità del sacerdozio; ma da non avere nulla a pretendere tutto ci corre: s'intende acqua ma non tempesta!… E badate che come concederei io per menare il buono per la pace non l'ammolla San Paolo, il quale fa una lavata di capo ai Galati con queste parole: «ci sono alcuni, che vi sconturbano e vogliono capivoltare il Vangelo di Cristo: ma quando anco noi od un'angiolo del cielo evangelizzi a voi oltre a quello, che abbiamo a voi evangelizzato, sia anatema.[2]
[1] Quantunque San Pietro non sia stato a Roma pure costà sanno, «ch'egli fu lungo e grosso, pallido in viso più che re sul trono, crespi i capelli, e i peli della barba, e comecchè folti pure corti, occhi sanguigni e neri, senza quasi sopraccigli, naso lungo, carnuto, e dilatantesi nelle narici.» Platina Vita di San Pietro in fine. Da questo si conosce che San Pietro andando a Roma non avrebbe fatto concorrenza allo Apollo di Belvedere.
[2] Lettera ai Galati cap. 1. 7. c 8.
I dottori papisti abbaiando parlano di tre unità, di cui una si è votata mano a mano dentro l'altra, prima del vescovo, poi del metropolitano, all'ultimo del papa.—Dunque sul principio, cristianesimo non fu cattolicismo, e questa ultima forma, che sostenete perfettissima, non cadde nè anco in mente al suo fondatore: ciò parmi grave, e come grave contrario alla natura delle cose; perchè gl'instituti umani nei primordi procedono dirittamente, ma coll'andare del tempo venendosi a corrompere, egli è mestieri riportarli via via ai loro principii per mantenerli, la quale considerazione se ha luogo negl'instituti fondati dall'uomo, quanto non deve apparire maggiore negli altri che emanano da mente divina?—Il prete pertanto presume saperne più di Cristo, e mentre da per tutto il tempo logora o corrompe, a Roma poi conserva anzi migliora. Ancora, vuolsi domandare, perchè accaddero le modificazioni di cui favellate? Perchè, dice il Papista, secondo il costume degli uomini, e le qualità dei tempi egli è mestieri mutare.—Tu parli di oro; ma se questa tua gerarchia si governa co' tempi, il tempo muta e non si ferma mai, onde nel modo che necessità ti strinse un giorno a cambiare potrebbe coartarti la quarta volta e la quinta; che se presumi sostenere come ormai lo edifizio essendo compito veruno abbia da toccarlo più, io ti avverto che le tue parole ti condannano, imperciocchè questa presente unità cattolica tu non l'affermi ordinata da Cristo, nè ottima in sè, sibbene partorita dalla necessità, e dal degenerare che fecero i cristiani dalla eccellenza antica; insomma buona come rimedio tenuto caro finchè il morbo dura: certamente quando giaci infermo tu bevi olio di ricini, ma ricuperato che abbi la salute già non credo che a mensa tu ti mesca olio di ricini, anzichè vino, e quello a questo tu preferisca. Peggio se il Papista pretendesse la ultima unità opera di Dio, le precedenti degli uomini; conciossiachè si abbia a credere più opera sua quella, che gli uscì dalle mani, e che fatta dagli Apostoli tuttavia spirava l'alito che ci soffiava con le sue labbra divine, che non l'altra fabbricata tardi dai sacerdoti presi pel collo, com'essi dicono, dalla necessità.—Finalmente Tertulliano, e gli altri padri della Chiesa danno di frego alla dottrina della Curia Romana con la solenne sentenza: «Quello soltanto è verità, ed è cattolico che prima fu stabilito; eresia quanto si diparte da lui.»
San Bernardo, domando io, nel concetto dei cattolici che roba egli è? Santo od eretico? Diavolo! Santo e dei buoni: or bene; egli rimbrottando il papa Eugenio III così gli favellava: «Quale Apostolo ha giudicato gli uomini, diviso i confini, distribuito terre….? Coteste fragili cose terrene hanno per giudici i principi della terra, ma voi perchè invadete i confini degli altri, e nella messe altrui ponete la falce?…. È vietato agli apostoli dominare. Ora va ed ardisci usurparti l'apostolato o la dominazione intitolandoti apostolico. O l'una cosa o l'altra ti è interdetta, e se ambedue presumerai tenere, entrambi perderai[1]» Se però San Bernardo tu reputi santo, e tu seguilo; se eretico, e perchè non lo consegni al fuoco eterno?
[1] De consid. leg. e 2 cap. 6.
E quanto San Bernardo dichiara in prosa Dante confermava da parecchi secoli in rima:
«Di oggimai, che la Chiesa di Roma, «Per confondere in se due reggimenti, «Cade nel fango e sè brutta e la soma[1].»
[1] Purgat. 16.