Reca conforto a cui scrive storie considerare come le offese fatte alla giustizia sebbene approdino da prima, e poi per certi fini a coloro, che le commettono, tuttavia contengano in sè il seme di futura vendetta: se ciò preordini la Provvidenza, o porti seco la natura delle cose mi è ignoto, però si vede espresso come nel mondo fisico del pari che nel morale non possano disprezzarsi certe norme senza pericolo di ruina di concetti e di opere: così Pipino chiedendo la consacrazione della sua colpa al Sacerdote venne a farglisi soggetto, e gli diè il bandolo a creare la enorme dottrina che al Papa spettasse concedere, e torre le corone; il Papa poi non pensò che un giorno in virtù della sua sentenza avrebbe perduto il dominio temporale, che si augurava confermare con quella. Di vero, se i difensori del Papato si avvisano chiedere con qual diritto presumete togliergli il governo dei popoli, e voi rispondete: con quello medesimo onde Zaccheria ne spogliò Childerico: e notate che nè manco gioverebbe la ragione, che non è eterno un Papa, e morto uno sciagurato gliene surrogano altro virtuoso, imperciocchè lo stesso poteva succedere nella stirpe di Childerico, la quale non si spegneva mica con lui, al contrario egli aveva un figlio per nome Teodorico, ed entrambi deposti furono chiusi in carceri separate; negò il sospetto la consolazione di starsi uniti ai miserrimi; il primo nel monastero di Siziù, il secondo in quello di Fontanelle; allora prigioni i monasteri, soprastanti i frati.
Il Papa (era morto Zaccheria, e successogli Stefano II, ma non fa caso) nonostante le carezze franche non ottiene schermo contro Astolfo, eccetto parole, e questo re dalle mani grifagne, rotta la tregua stabilita coll'imperatore assalta Eutichio esarca di Ravenna alla sprovvista; gliela piglia; poi lo esarcato, nè si ferma lì, chè cercando briga con Roma la intima a pagargli come a signore di Ravenna il tributo del soldo d'oro a testa: nicchiando i Romani a suggestione del Papa egli muove con lo esercito a Roma, occupa il contado, i poderi pontifici devasta dopo averli insieme con gli altri saccheggiati. Stefano con molte lamentazioni si volta a Costantino Copronimo, figlio di Leone scomunicato, e maledetto come eretico perchè continuatore dell'odio paterno contro le immagini: ma necessità non conosce legge, ed anco per meno la Chiesa smette l'ira non l'interesse; il Copronimo tribolato dai Bulgari invece di soldati manda oratori; al malcondotto Papa non avanzano che i soccorsi di Francia, ma nè i Romani memori della barbarie del vetusto Brenno li volevano, nè i Franchi consentivano venire; allora apparve il sommo delle sacerdotali arti; preci solenni a cafisso, e processioni, e tutti i santi avvocati, il Papa attorno scalzo con su le spalle certa immagine di Gesù dipinta proprio in paradiso dagli angioli a tempo avanzato, e il popolo dietro anch'egli scalzo, gemendo, e pregando, tutti coperti di cenere, quantunque non sia mai rimasto chiarito che abbia che fare la sordidezza con la misericordia di Dio; la pace rotta da Astolfo pendeva da un braccio della croce come il rospo che il villano impicca ad un ramo di fico. Dopo questo ammanimento Stefano ruppe in una predica, appo cui le scapigliate arringhe dei nostri agitatori del popolo parrebbero tisane di camomilla, alla quale la perorazione questa: «Dio volere ad ogni costo si ricorresse per soccorso a Pipino.» Mosse l'ambasceria romana per Francia con lettere ortatorie punto meno veementi alla Baronia di Francia, perchè venisse a difendere la giustizia di Cristo; di promesse, e soprattutto di benedizioni non faceva a risparmio, per la rimessione dei peccati non ci era nè anco da pensarci, solo che venissero in Italia alla difesa del Papa tornerebbero innocenti come se uscissero allora allora dall'alvo materno; per ogni scudo speso in questo mondo in pro della santa Chiesa nell'altro ne riceverebbero centomila, e più. A Brottegando abate di Gorza caporale degli oratori il Papa commise in segreto, caso mai Pipino non potesse venire mandasse egli inviati a pigliarlo affinchè non lo impedisse Astolfo: a voce si sarieno messi più facilmente d'accordo.
Intanto arrivano i nunzi dello imperatore a cui era preposto Giovanni Silenziario, i quali in compagnia di Stefano si fanno a trovare Astolfo in Pavia, ed insieme gli chiedono renda Ravenna, e le terre dell'esarcato e della pentapoli ghermite; gli si rimborseranno le spese della guerra. Astolfo con grande sdegno rinfaccia il Papa, che intimando altrui a rendere terra si tenga Roma principalissima delle italiche ville: che pietà nuova pei Greci la è questa? Forse Liutprando, ed egli Astolfo non avere combattuto contro i Greci per irrequieta ressa di lui Stefano, e degli antecessori suoi? Ponessero giù ogni speranza; non volere rendere un filo di paglia, e tregua alle parole.
Sopraggiunsero i messi franchi Crodegando vescovo di Metz, e il Duca Ottavio, nè approdarono meglio; allora costoro con molta destrezza domandarono ad Astolfo salvocondotto per condurre Stefano in Francia; anco a lui gioverebbe tenerlo alquanto di tempo lontano: Astolfo rispose non avere impedito mai il Papa dallo andare e dallo stare; ma poi chiamato Stefano con grande querimonia si dolse della presa risoluzione tentando distorlo; e c'intromise eziandio altri autorevoli personaggi, ma il Papa stette sodo, e Astolfo non si potendo disdire lo lasciò andare.
Colà il Papa cosparso di cenere, stretto i fianchi di cilizio si prostrò ai piedi di Pipino scongiurandolo in nome di Dio, e dei santi a salvarlo dalle mani dei Longobardi, nè volle levarsi da terra se il re steso prima la mano non lo assicurava di scampo, ma correndo la stagione iemale inviò a stanza il Papa nel monastero di San Dionigi. Prima di dividersi, Pipino incerto della permanenza della corona nella propria famiglia domandava i suoi figliuoli Carlo e Carlomanno da lui si consacrassero suoi successori, e il Papa: magari! a patto che l'esarcato ai Longobardi si togliesse, ed alla Chiesa si donasse: ciò stabilito Pipino convoca l'assemblea dei Baroni a Quierus per bandire la guerra al re Astolfo; nè questi si rimase con le mani a cintola, che persuase l'abate di Montecassino a concedere, che Carlomanno uscisse dal convento, e si recasse fino lassù a sconsigliare la guerra; il quale andato dimostrava poco contado avere perduto il Papa, glielo renderebbe Astolfo; l'altro spettare al greco imperatore; ora che scese di testa erano quelle smaniarsi per ciò, che era di altri e questi non chiedeva? Se chi si pone di mezzo paciere sapesse che non vi ha cosa, la quale tanto arrovelli cui intende commettere ingiustizia quanto udire favellare di giustizia vado sicuro, che manderebbe la lingua al beccaio: la guerra fu dichiarata, Carlomanno chiuso nel chiostro di Vienna: non passò l'anno che lo calarono nel sepolcro; i suoi figliuoli scompaiono: come perirono essi? Vorrei dirti: domandalo alla tomba, se la tomba parlasse.—
Delitti, e religione bugiarda. Cristo e il Diavolo legati in un mazzo. Stefano infermo, o finge per ammanire la guarigione miracolosa, la quale egli affermò essere accaduta in questo modo: gli erano comparsi davanti i santi Pietro, Paolo, e Dionisio col diacono e suddiacono; uno tiene la palma, l'altro lo incensorio. Dopo ricambiatesi non so quali cerimonie, Dionisio invitava Pietro a sanare il suo rappresentante in terra non senza adoperarci qualche parola risentita facendogli specie avesse mestieri dimando; e san Pietro punto dal rimprovero tingendosi un po' in rosso per vergogna annuì: la guarigione si fece in meno, che si mette a recitare un Gloria Patri, e san Dionigi accomiatandosi da Stefano gli suggeriva:—sia con te pace; non temere, presto tornerai alla tua chiesa; ma prima fa di consacrare un'altare in voto ai due santi apostoli, e vi celebrerai una messa in riconoscenza della grazia ricevuta. Parve devozione, ed era alzata d'ingegno affinchè i popoli vi traessero in copia; mossi dalla novità della cosa, e come avvisarono accadde: colà fra la moltitudine delle turbe calcate, in mezzo alla universa baronia di Francia Stefano consacrò da capo Pipino, e la sua moglie Bertrada, e insieme con loro Carlo, e Carlomanno figliuoli; dalla parte di San Pietro scomunicando i Francesi tutti qualora si attentassero eleggersi altri re fuori della stirpe di Pipino. Avvertenza che i Francesi odierni avrebbero dovuto tenere dinanzi la memoria per non incorrere nella scomunica nel frequente loro barattare di re. Nè quì si rimase il Papa, che eccetto la donna dichiarò tutti patrizi romani, e dicesi ancora che battezzasse Carlo, e Carlomanno; nè meno generoso Stefano volle mostrarsi co' Francesi, però che in prima lasciasse il suo pallio alla badia di san Dionigi, e poi insegnasse loro a non stonare quando cantavano: per la quale cosa importa che i Francesi si ripongano bene in mente, che se oggi cantano il Miserere in regola lo devono proprio al Papa; ma per avventura e' ce lo tengono più che non penso, ed è senz'altro per questo che grati al Papato così tenacemente da ogni jattura il difendono.
Le storie ricordano, e non si nega da noi, che a persuasione del Papa, Pipino spedì fino a tre volte ambasciatori ad Astolfo perchè consegnasse le torre occupate, e ciò non mica per istudio, che sangue cristiano non si versasse, ma sì perchè le guerre così si possono vincere come perdere, ed è prudente tentare ogni via di venire a capo dei desiderii a man salva, e poi non andava il Papa esente dal sospetto di cacciare un diavolo con un altro; ma Astolfo tenne sodo, allora scese le alpi Pipino, ed assediò Astolfo in Pavia col quale presto venne a patti e furono: restituisse l'esarcato, e le giustizie di San Pietro, giurasse eseguire l'accordo, in pegno dello adempimento desse ostaggi; ottenuto tanto, invano supplicato dal Papa egli tornavasene in Francia.
Oltre il naturale talento che ha l'uomo di rifarsi, cruciava Astolfo il pensiero del tiro del prete, e della ingratitudine di Pipino; i suoi antecessori, ed egli per virtù di armi avevano conquistato le città italiche contro l'imperatore greco, ed ora costretto di consegnarle al Papa conosceva avere messo sangue, e sostanza a repentaglio per avanzare altrui: per maggiore cordoglio questo gli veniva per opera di tale a cui Liutprando aveva salvato il padre in battaglia, e lui stesso adottato per figlio: però agevole prevedersi che egli non avria levato la mano finchè gliela reggevano; di fatti, volte appena le spalle Pipino, Astolfo tempestando muove a Roma fiducioso di trovare favorevoli i Romani; e s'ingannò; i Romani sostennero lo sforzo delle armi dei Langobardi confidando essere soccorsi in tempo da Pipino. Ora se il Papa battesse mani e piedi perchè costui tornasse non è da dire; scritta una prima lettera gliela manda per l'abate Fulbrado: invocansi Dio, la Vergine, e i Santi; lasci ogni cosa e venga via di rincorsa; se ricusa, o se tarda nel dì del giudizio si aspetti a rendere i conti, ed ahi! quanto tremendi, imperciocchè Dio nella sua prescienza creasse proprio apposta lui Pipino onde difendesse lui Stefano, e cui Dio predestinava chiamò, e i chiamati sono giustificati. Poteva essere giunto a mezza strada il messo, che gli spedisce dietro Vilcano vescovo di Nomenta con la seconda lettera, dove ripetute le esortazioni, e minacce medesime aggiunge: avere obbligo verso i Santi della difesa del Papa; verso Dio dacchè egli poteva ottimamente provvedere al fatto suo in cento altre mila guise; ma poichè egli aveva scelto proprio lui Pipino a questo intento egli non se ne poteva scansare: verso gli uomini a cagione dell'aperta promessa alla quale venendo meno stesse sicuro, che gliela squadernerebbe in faccia San Pietro, ed a difendersi non gli basterebbero arzigogoli. Il Papa tirava, Pipino tentennava, Astolfo picchiava a doppio; allora Stefano invia la terza lettera con gli oratori Vescovo Giorgio, Conte Tomarico, ed Abate Verniero; pianti, omei, supplicazioni, e minacce non mancano; ma per mettere in opera stimolo nuovo, Stefano s'industria spunzicchiare l'orgoglio franco scrivendo come i Longobardi jattanti vadano attorno beffando: «vengano via quei di Francia a liberarvi dalle nostre mani!» e poi tra un turbine di accuse scappa fuori con questi due appunti: «i Longobardi dopo essersi ripinzi di vino, e di cibo mangiano le ostie consacrate, ed hanno ammazzato e portato via tutto il bestiame della Santa Sede!
Ma Pipino non veniva: ormai di argomenti umani il Papa era giunto al verde; e' fu mestieri ricorrere ai soprannaturali, che non riescono mica difficili come ordinariamente si crede; su questa strada basta avere il coraggio di movere un passo che poi si va innanzi a miglia senza nè manco accorgersene: il Papa smette pertanto di scrivere, e comincia San Pietro. Questi piglia le mosse coll'affermare sapersi nell'universo mondo presente e in quell'altro essere i Franchi suoi figli adottivi, e primo fra tutti i popoli fino alla consumazione dei secoli; nè egli parlare in suo nome solo, bensì anco in quello della Vergine, degli Angioli, dei Troni, delle Dominazioni, dei Martiri, dei Confessori, di tutta insomma la milizia celeste; e non parla unicamente al re Pipino, ma bene anco ai baroni, vescovi, abati, preti, monaci, governatori, all'universo popolo senza pure ometterne uno solo, e impone a quanti sono, che badino bene di non lasciare manomettere il gregge di Cristo, il popolo d'Isdraele, altrimente non ci ha rimedio, le anime loro andranno perdute nel fuoco eterno, ed egli saperlo di certo; nel regno dei cieli bisogna renunzino a entrare perchè così aveva disposto la santissima Trinità, e ad ogni modo era forza fare i conti con lui, che teneva le chiavi del paradiso, e ci pensassero bene.
Infami e peggio anco a mente degli scrittori ecclesiastici, imperciocchè la Chiesa sia tolta in cotesta miserabile menzogna a significare non già l'assemblea dei Fedeli, ma i beni temporali uniti al Papato, il gregge di Cristo non accenni ad anime, sibbene a corpi, le promesse materiali della legge antica vadano confuse con le spirituali del Vangelo, la religione con l'interesse; e quello che per avventura estimo peggio di questo, affogano scientemente nello errore gl'intelletti, i quali Dio commetteva al Sacerdote per incamminarli sopra la via della verità. A cotesti tempi non si sospettavano frodi, o da pochi; però se dannoso crederle, più esiziale discrederle, che tra i pazzi è pazzo il savio; ma forse ci prestava fede Pipino, nè diverso da lui nel credere fandonie Astolfo, però che si narri ch'ei si raffidasse vincere la impresa, come quello che portando seco copia di corpi santi dei suoi stati, e raccolti eziandio dalle terre nemiche immaginava avere sprovvisto il Papa degli dei tutelari, ed assicuratili a sè. Tornò in Italia Pipino, vinse da capo Astolfo, e da capo l'assediò in Pavia: quivi si fece accordo; in mezzo ai negoziati ecco comparire i nunzi greci Gregorio primo segretario, e Giovanni Silenziario, ed esporre il greco imperatore legittimo sovrano dell'Esarcato, e della Pentapoli, a lui averli rapiti con violenza i Longobardi, e poichè riparatore d'ingiustizie ei si mostrava al mondo non le rincappellasse col dare al Papa, levandolo allo imperatore, quello che non gli apparteneva. Pipino rispose, che il principe il quale non basta a difendere il suo stato ne perde il dominio; ed in questo aveva ragione; egli poi non essersi mosso per lo imperatore ma per San Pietro a cui aveva fatto voto di donare tutte le sue conquiste in isconto dei peccati commessi e per la salute dell'anima sua. Dura fu la legge del vincitore che Astolfo ebbe a cedere l'Esarcato, la Pentapoli, ventidue città, Ravenna, Rimini, Pesaro, Fano, Cesena, Sinigaglia, Jesi, Forlì, Forlimpopoli, Castrocaro, Montefeltro, Areragio, che ai dì nostri non sappiamo dove giacesse, Mente-lucano, forse Nocera, Serravalle, San Mariano, Bobio, Urbino, Cagli, Luceolo, Narni, e Comacchio; le spese della guerra, la terza parte del suo tesoro, e torni a pagare al re dei Franchi l'annuo tributo di 12000 soldi di oro di cui la gente langobarda si era affrancata, regnando Clotario II. Folbrado abate ricevute le chiavi di queste ventidue città le portò sopra la pretesa tomba di San Pietro con la facoltà di usufruirle; e ciò pongasi bene in sodo: la Chiesa dal dominio utile in fuori su la donazione di Pipino niente altro ebbe, e così da Carlomagno fino ad Enrico III. Anco dopo il mille la potestà temporale, donde i Papi ricavano adesso fondamento alla libertà del potere spirituale della Chiesa, non occorre stabilita, epperò eziandio il piissimo tra i cattolici ha d'accordarsi in questo con noi, o che il potere temporale non è necessario alla libertà spirituale della Chiesa, ovvero che per i dieci primi secoli interi la Chiesa non fu libera; nè cavillare qui giova, delle due cose l'una; il cattolico scelga.