[2] Vita di Carlomagno di Petruccio Ubuldino p. 66. Giovanni Diacono
nel libro Delle vite dei vescovi napoletani afferma espresso
come cotesto fatto era stato da un'anno prima stabilito tra Leone
e Carlomagno.
[3] Altri ci leva il forse, e afferma Carlomagno avere fatto
ammazzare in un giorno i figli di Carlomanno suo fratello, i
principi Merovingi d'Aquitania, e 4500 Sassoni. Gibbon Storia
della Decadenza c. 49.
[4] Fleury, St. cit. I. 45. P. 50.
[5] «nunquam iter sine illis faceret—quæ cum pulcherrimæ essent e ab eo plurimum diligerentur mirum dictu quod nullam earum cuiquam aut suorum, aut exterorum nuptum dare voluit, sed omnes secum usque ad obitum senem in domo sua retinuit dicens: se earum contubernio carere non posse. Ac, propter hoc, alias felix adversae fortunæ malignitatem espertus est» Eghinar. in vita Kar. m. Corre fama che questo Eginardo sposasse Emma figliuola di Carlomagno e ne vanno attorno drammi e romanzi; a ragione non ci crede il Gibbon perchè «un marito avrebbe avuto animo troppo coraggioso a compire così esattamente i doveri di storico!»
Papa Leone si prostra dinanzi a Carlomagno e parve vile; più tardi il Papa ordinò la gente gli baciasse genuflesso il piede, e fu superbia satanica: afferma il Baronio cotesta essere costumanza antica nella Chiesa fino dall'anno 204 dopo G. C., e non è vero niente; se Maria Maddalena unse i piedi a Cristo, e lo adorò, essendo stata costei di professione meretrice non poteva mai umiliarsi troppo; ed anco per lei l'atto fu giudicato soverchio, nè tale che da Gesù dovesse patirsi, e non lo tacquero; il Papa ne prese l'uso dalle cerimonie, che i Romani inschiaviti adoperavano verso gl'imperatori; di vero Plinio nel Panegirico ricorda come fosse lodato Traiano perchè baciasse amorevole i senatori, mentre i suoi predecessori davano loro a baciare i piedi: forse temendo, che qualcheduno reluttante negasse curvarsi al bacio, il Papa sovrappose la croce alla scarpa; e così sempre la croce manto a coprire ogni reo intento; la croce calce ad imbiancare senza posa il sepolcro.—
E più di questo merita nota il modo stabilito da Carlomagno per la elezione del Papa, il quale veramente altro non fece che confermare l'antico quando gl'imperatori greci dominavano Roma; il popolo e il clero lo eleggessero, lo imperatore approvasse, e poi si consacrasse; ma così ustolava il Papa per la voglia di stendere le mani, che Stefano IV succeduto a Leone senza attendere la conferma dello imperatore pigliò possesso della sua dignità; biasimato, incolpava la impazienza del popolo; ma Pasquale che gli subentra adopera nella medesima guisa, ed ammonito con la scusa medesima si difende; ma tanto è, di lì aveva a passare; e quantunque Eugenio II e Valentino Papi avessero ad ottenere prima della sagra l'approvazione imperiale tuttavia nella formula del giuramento di fedeltà, che in cotesta occasione pronunziava il popolo verso lo imperatore posero di straforo la clausula: «salva la fedeltà promessa al Signore Apostolico.» Di questa clausula messa lì come un serpe assiderato si valse Papa Gregorio IV aizzando i figliuoli di Ludovico il Pio contro il padre loro, in ispecie Lotario; gli contaminò l'esercito, lo costrinse a fare pubblica penitenza, confessando certa lista di peccati, dettata dal Papa, gli tolse il nome e l'autorità e d'imperatore; da ciò Sergio II trasse argomento di emanciparsi facendosi consacrare senza la conferma di Lotario, il quale sovrano essendo, bene intendeva lo sovvenissero i preti a ribellarsi al padre, non intendeva i preti si ribellassero a lui: ond'ei mandò l'esercito a Roma col suo figliuolo Luigi per mettere il Papa a partito; che su le prime voleva fare e dire, ma trovato il terreno duro ebbe a scolparsi davanti al concilio, il quale dopo lunga ambage ne confermava la ordinazione a patto, che egli, e il popolo rinnovassero il giuramento di fedeltà a Lotario.
I discendenti di Carlomagno, come se eredi del peccato dei padri dovessero portare il peso delle loro iniquità, si odiavano a morte, l'uno contro l'altro combattendo si dilaniavano, il Papa in mezzo, ora soffia di qua, ora di là e mangia i frutti del mal di tutti; della debolezza altrui ingagliardendosi, mettendo il piè dove altri lo ritraeva, intero, fermo, procedente come il destino inflessibile in breve troviamo avere condotto tanto oltre l'edifizio della sua prepotenza, che ormai più poco gli manca a mettere il tetto. Niccolò I 15 anni dopo Sergio bandisce potere la Santa Sede disporre a suo libito delle corone però che i principi non fossero atti allo esercizio della loro potestà senza la sagra del Papa; vietava al clero giurare vassallaggio nelle mani al principe; la Chiesa romana si affermava giudice universale: 1. in materia di scritti—2—in tutte le cause ecclesiastiche dell'universo in prima istanza ed in appello—3—su le leggi civili da approvarsi in quanto si accordavano co' canoni, se no da respingersi—4—intorno alla condotta dei principi a fine di laudare gl'incolpevoli, e deporre i rei. E' fu in grazia di siffatta potestà venutagli proprio da sè, che intimava il re Lotario ripigliasse a sua legittima sposa Teutberga, e ripudiasse Valdrada non moglie ma adultera; rispondeva Lotario avere licenziato Teutberga avendone ottenuta licenza da due concili di Aquisgrana, e di Metz, i quali non solo ne avevano conosciuto, ed approvato le cause, ma la stessa Teutberga, più volte liberissima, e scongiurata di palesare il vero lo confessava; e le cause erano gravissime; prima di tutte avere ella commesso incesto con Uberto suo fratello chierico di perduti costumi: anzi ella medesima mandava lettere al Papa con le quali protestava sentirsi sazia del mondo, volere ridursi a vita di continenza; le nuove nozze del re con Valdrada di suo pieno consenso; perchè le sturberebbe ella per lunga prova infeconda? avere fatto disegno di recarsi a Roma per aprire al Papa i suoi segreti affanni. Questa ultima profferta e' sembra che avesse dovuto accettarsi come il miglior partito per iscoprire il vero; ma non fu così; Niccolò riscrisse: la sua testimonianza non valere niente; non permetterle il viaggio di Roma; il suo posto allato al marito; la sua sterilità non dipendere da lei, bensì dal marito (il Papa, non potendo egli trovarsi sotto il letto degli sposi, lo avrà ricavato dallo Spirito Santo). Ad ogni modo se desidera vivere in continenza non le si nega; basta, che Lotario prometta osservarla egli stesso cominciando dal rimandare Valdrada. I concili di Aquisgrana e di Metz come conciliaboli dannò, dei vescovi, che ci avevano preso parte, alcuni ritolse in grazia, altri punì. Morto Niccolò e subentratogli Adriano, Lotario gli si volse umilmente supplicandolo essere accolto nella comunione dei fedeli, gli concedesse l'andata a Roma: ottenuta licenza, andò: veruno gli si si fece incontro, e fu costretto (questo ricordano gli storici chiesastici con esultanza) a ripararsi dentro certo albergo assegnatogli fuori delle mura, vicino alla Chiesa di San Pietro, il quale non era stato manco spazzato: negarongli la messa; solo dopo alquanti dì il Papa lo ammise dentro Roma, e dicono, gli amministrasse la eucarestia unicamente dopo che gli ebbe fatto giurare, che aveva osservato il comandamento del Papa Niccolò di astenersi da ogni commercio con la concubina Valdrada, ed essere risoluto di ora in avanti di rompere qualunque vincolo con lei; dicono altresì che Lotorio giurasse; e se questo accadde merita biasimo meno lui che lo pronunziò, che quello il quale lo costrinse a prestarlo.—Nè verosimile era per altra parte, che Lotario si fosse astenuto da conversare con Valdrada; le cose vietate tanto più appetite; e tranne il divieto del Papa lontano chi valente a impedire il re? Gli stessi vescovi del suo regno affermavano il divieto papale tirannide; la prima moglie non dissentiva le seconde nozze a Lotario. Ora quello intimargli alla sprovvista in pubblico così strano giuramento sotto la impressione della paura di trovarsi respinto di chiesa o non è vero, o fu estorto per potere infierire sopra la memoria del re, che morto indi a breve in Piacenza di febbre maligna Adriano bandì ciò essere avvenuto per castigo di Dio dello spergiuro commesso poco anzi da Lotario prima di ricevere l'ostia consagrata.
Lo scisma della Chiesa di Oriente prese inizio nel pontificato di Niccolò, in quello di Adriano crebbe, nè mai più le Chiese in modo durevole accordaronsi, nè possono: cause apparenti, e fino ad un certo punto vere, la cocciutaggine greca a non consentire la procedenza dello Spirito Santo dal padre, e dal figliuolo; le nozze legittime vietate dal Papa ai preti; la disputa se Dio il pane azzimo o piuttosto il lievitato aborrisse; il digiuno settimanale; il sangue degli animali per cibo agli uomini reietto o no; i latticini permessi o vietati la prima settimana di quaresima; l'anello, la barba; il battesimo amministrato mercè la effusione dell'acqua, o per via d'immersione, ed altre cosiffatte cianciafere, arzigogoli, e ciammengole; e così affermo; perchè eccetto il celibato, ch'è cosa seria, delle rimanenti parrebbe avesse dovuto reputarsi dal Papa faccenda suprema quella dello spirito santo, e non ne fu niente, imperciocchè la disputa non si accese mica subito tra i Greci e i Latini, bensì tra Greci e Franchi. Leone III lasciava, e persuadeva Carlomagno a lasciar correre; ma Carlo qui si palesava prete, Leone uomo di stato: troppo più della procedenza dello spirito santo premeva a lui che i Bulgari si dichiarassero soggetti alla romana, e non alla greca giurisdizione; proprio per non guastarsi per causa di lana caprina Leone concesse che al Credo aggiungessero il filioque; ma questo si ponga in sodo che non prima del 1274 il concilio di Lione ordinò che il filioque ci aveva a stare come articolo di fede; e chi negasse: allo inferno; e così sia, ma tu pensa, che per 1274 anni i Cristiani andarono in luogo di salute senza credere che lo spirito santo procedesse anco dal figliuolo, ovvero traboccarono a casa del diavolo per colpa dei Papi che avevano a parlare chiaro, e invece gingillarono quasimente 13 secoli senza sapere che pesci pigliare.
Causa vera dello scisma l'odio antico dei due popoli, impazienti entrambi di servire, entrambi cupidi di dominare; l'uno superbo dell'antica, e l'altro della nuova sede imperiale; ambedue guasti dalla vana scienza donde la presunzione, e il sofisma. Da prima a Costantinopoli prevalse Ignazio amico a Roma, poi Fozio infestissimo; da capo Ignazio galleggia con esultanza infinita di Adriano II, il quale bandisce Ignazio santo e lo imperatore Basilio scellerato omicida del suo benefattore, Michele III non ascrisse all'albo dei Santi, ma ci mancò un'ette; e così durò finchè egli visse; lui morto torna in fiore Fozio per tracollare senza riaversi più una seconda volta: ma o corte, o popolo, o Ignazio, o Fozio accordavansi tutti nel respingere il primato latino: i ministri del Papa furono vilipesi e sostenuti in carcere; la Bulgaria congiunta alla Chiesa di Bisanzio; di Spirito Santo non si parlò più; i Papi arrovellandosi ingrossano i bargigli; alla stregua inviperiscono i Greci; di contumelie un diluvio. Quando l'accetta dei Normanni si piantò diritto nel cuore della Puglia, e Roma si accordò con loro ad ungerla coll'olio santo a patto di fare a mezzo, il Patriarca Michele Cerulario greco ebbe a sgombrare da cotesta contrada; ma in partendo ammoniva il gregge ad aborrire le romane eresie; il Papa di rimbecco spedì fino a Costantinopoli i suoi legati per iscomunicare il Cerulario, i quali di fatti andarono e deposero l'anatema sopra l'altare di Santa Sofia; le formule si conoscono; oggi mettono la gente di buono umore, allora facevano drizzare i capelli; dopo coteste ingiurie atrocissime, talora, secondo la necessità stringeva, Roma si accostava a Costantinopoli, o questa a quella, ma ognuno stava fisso al chiodo, massime poi, che la temeraria improntitudine dei Papi contro i Reali di Lamagna sbigottì i Reali di Costantinopoli.
Nè sotto questo Papa audacissimo la scomunica si tenne nel cerchio delle cose spirituali; bensì proruppe fuori fino a scomunicare Carlo il Calvo là dove si fosse attentato impadronirsi del regno del suo nipote Lotario; ma gli si rivoltorno contra con maniere e più con parole acerbe parecchi vescovi francesi, tra i quali Incamaro arcivescovo di Reims lo riprese con questi sensi, che voglionsi raccomandati alla meditazione di chi legge: «la conquista dei regni della terra si opera in virtù di armi, e di vittorie non già con le scomuniche dei vescovi e dei Papi; nè tu puoi essere ad un punto vescovo e re e i predecessori tuoi hanno retto la Chiesa non già lo stato.» Ed aggiungeva per ultimo: «il Papa non ci darà mai ad intendere, che ce ne andremo allo inferno se respingiamo il re ch'ei ci vorrebbe imporre sopra la terra.» Ma il Papa vie più s'intorava, e ribellava il vescovo di Laon contro Carlo suo zio, nè, secondo il costume, osservando regola o misura il proprio figliuolo gli aizzava contro; a questo modo infranti i vincoli che la natura e Dio posero tra gli uomini di un tratto il Papa si volge blando allo scomunicato e si profferisce pronto a riconoscerlo imperatore. Donde la causa della stupenda voltabilità? Luigi II cadeva infermo di male di morte; niente più Adriano aveva a sperare da lui; tutto a temere da Carlo: qui il panno mostrava la corda; di Cristo non già, di Mammone vicario il Papa.