Poichè Giovanna regina di Napoli si mostra fautrice di Clemente VII, e lo ricovera nei suoi stati, Urbano le sommuove sotto il regno, e costringe l'antipapa a ricoverare in Francia; nè qui si ferma, chè scomunicatala, e depostala dal regno lo conferisce a Carlo di Durazzo suo nipote, e da lei beneficato: all'opposto Clemente VII conferisce il medesimo regno a Luigi di Angiò figlio di Giovanni I re di Francia, e d'accordo con Giovanna chiama le armi francesi in Italia. Prevalse Carlo, che la zia benemerente soffoca fra i guanciali, e diventa re di Napoli: più di una testa non cape dentro corona regia. Luigi intanto veniva di Provenza alla vendetta, e al regno; Urbano approfittandosi della congiuntura insta presso Carlo, affinchè adempia la promessa stipulata quando lo investì del regno, la quale era conferire terre, castella, e pensioni ai suoi nepoti con più il principato di Capua; e Carlo lo tiene bene edificato finchè il pericolo dura, morto l'emulo in Bari di naturale infermità, al Papa, che alle solite istanze aggiungeva quella che avesse a levare via certe nuove gabelle, rispose: «il regno suo per diritto di successione e per armi; da lui Papa niente avere avuto eccetto quattro parole scritte sopra la investitura: quanto a gabelle non se ne impacciasse; attendesse ai preti.» Di qua e di là avvicendansi parole acerbe, e Carlo infellonito senza un rispetto al mondo va difilato ad assediare il Papa a Nocera. Se Urbano chiuso tempestasse, maledicesse, e scomunicasse non importa dire; tre volte in capo al dì si affacciava dalle mura, e a suono di campanello, in mezzo alle fumose vampe delle torce di pece avventava l'anatema contro Carlo. Cinque Cardinali che si trovavano seco attentaronsi dirgli, che campanelli, e torce, e scomuniche valgono contro cui le teme, ma ben'altri argomenti ci vogliono quando questi non approdano: si accordasse. Il Papa sospettando fossero contaminati gli fece in un'attimo appiccare per le braccia alla corda; intanto egli passeggiava recitando il breviario, e di ora in ora interrompeva la lettura confortandoli a palesare il tradimento; così un pezzo finchè cotesti meschini risoluti significarono, che non sentendosi in colpa, nè manco potevano confessarla; allora fatta dalle braccia attorcere la fune al collo di loro il santo padre ordinò gli strangolassero: aggiungono altresì che messi in pezzi e seccati i cadaveri nei forni n'empì parecchie valigie le quali dipinte a teschi, e a stinchi, e coronate col cappello cardinalizio poste su le groppe ai muli lo precedessero insieme con la triplice croce; questa per procacciarsi venerazione, quelle terrore: tuttavia parte con inganni, e parte per virtù di Ramondello Orsino e di Tommaso Sanseverino si sottraeva al presente pericolo rifugiandosi a Genova. Carlo lascia Napoli e va re in Ungheria; cola è morto; nella Chiesa di santo Andrea gli danno sepoltura cristiana, dove lo fa levare il Papa però che come colpito di anatema non potesse giacere in sacrato. Ora due re fanciulli emuli Luigi II figlio di Luigi di Angiò, e Ladislao figlio di Carlo; due madri tutrici contendenti con tutte le perfidie femminili senza pure una virtù da uomo; due preti che si maledicevano pretendendo entrambi rappresentare Gesù Cristo; Urbano per Ladislao suo pupillo, e Clemente per Luigi del pari suo pupillo, ed ambedue fermi di opprimere il re nemico e spogliare il proprio pupillo; poi Urbano scomunica tutti e due, bandisce crociate; e sè proclama re di Napoli; mentre da Perugia accorre a Roma per sedarvi una ribellione casca da cavallo e muore. Succede Bonifazio IX; anco Clemente cessa in Avignone; i Cardinali di Francia supplicati da molta parte della cristianità ad astenersi di eleggere altro Papa ovvero antipapa, e così porre termine allo scisma, non danno retta per paura di guai venendo in potestà di Bonifazio; però a Clemente surrogano Pietro di Luna di Arragona, che piglia nome di Benedetto XIII. Costui prima della sua elezione lamentava lo scisma; innanzi e dopo il pontificato ottenuto prometteva risegnare lo ufficio pel bene della cristianità, ma poi era niente; quando si veniva all'ergo, non trovava basto, che gli andasse; allora Carlo VI re di Francia, per venirne al chiaro, manda il maresciallo Boccicalto in Avignone perchè lo pigli e metta in carcere; tosto detto, e tosto fatto, chè i Francesi quando torna loro il conto non la stanno a guardare tanto pel sottile, ed allora la corte di Avignone gli uggiva. Forse lo scisma sarebbe stato tolto di mezzo, se Vinceslao imperatore avesse potuto, siccome prometteva, torre Italia e Lamagna alla obbedienza di Bonifazio IX, ma i baroni pel suo mal governo lo deposero surrogandogli nello impero Roberto il Bavaro; allora i Francesi rilassarono la custodia di Benedetto, tanto, ch'ei potè fuggirsi di prigione; tuttavia per buttare polvere negli occhi manda a Roma quattro legati onde venire ad un accordo; rompono da una parte, e dall'altra in rampogne sanguinose; di qua e di là ragione, ma Bonifacio come presente e rabbioso se ne arrapina più dell'altro, e muore[1]. I Cardinali si affrettano a dargli per successore Cosimo Migliorati di Sulmona, che assume nome d'Innocenzio VII.

[1] Taluni scrittori chiesastici scrivono come Bonifacio infermo di renella innanzi di usar con femmine, giusta il consiglio del medico, che gliel'ordinava per rimedio, elesse morire. Anche di queste ci tocca a sentirne!

E si affrettarono perchè il popolo tumultuante gridava: libertà. Certo se il popolo per genio proprio avesse appetito la libertà ei l'acquistava, ma ciò faceva per istigazione del re Ladislao[1], e ormai per mille prove si era visto, che la libertà in mano al principe è quasi una chiave per aprire la porta della tirannide, e dopo quel tempo per altrettante prove è rimasto confermato; ma il popolo non lo aveva per anco conosciuto, nè sembra lo conosca neppure adesso. Ladislao poi non si stava a minaccie, ma con molta copia di armati si accosta a Roma: gli resiste Innocenzo, e ributta il re con la peggio dagli assalti notturni: mentre però apparecchiansi nuove battaglie taluni cittadini non avversi, anzi parecchi al Papa divotissimi, si recano al campo nemico per vedere se ci fosse via per comporsi; di ciò piglia sospetto Luigi Migliorati nipote del Papa, e poichè il sospetto nell'anima del folle armato è morte pel sospettato, al ritorno ei gli agguanta, e ammazza; da ciò un tumulto d'inferno, onde il Papa riesce con istento a salvarsi in Viterbo. Ladislao entra in Roma sovvenuto dai Colonna e dai Savelli, i quali aristocratici essendo furono allora come sempre compari dei tiranni; ma il popolo non intende barattare una servitù con un'altra e delle due men trista la papale; e allora forse era così; prese pertanto le armi si azzuffano popolo e soldati regi e per tutto un dì combattono; verso sera i regi piegano, Ladislao è cacciato fuori delle mura, non prima però, che come testimonio col quale intendeva reggere i nuovi sudditi amatissimi, non avesse appiccato il fuoco a quattro quartieri di Roma. I Romani richiamarono il Papa, nel modo stesso, che i della Torre sperarono essere richiamati dai Milanesi, vale a dire quando i peccati dei Visconti avessero superato i loro, e morì senza avere o voluto, o saputo, o potuto fare niente per rendere la pace alla Chiesa.

[1] Questo re trovandosi al verde sposa di 14 anni Costanza di Chiaramonte figlia del conte Manfredi di Sicilia potentissimo per terra e per pecunia. Cresciuto in fortuna la piglia in uggia, e Bonifazio, il Papa, che prima di maculare la sua castità elegge morire, per gratificarsi costui gli concede il divorzio. Bella era Costanza, e amante, e da tutti amata, eccetto dal marito. Quando dopo avere ascoltato la messa il vescovo di Gaeta le lesse in faccia all'improvviso la bolla, e le si accostò per levarle di dito l'anello nuziale, per poco non le si schiantò il cuore: senza pietà la chiusero in un castello antico sotto la custodia di due vecchie; dopo tempo non breve n'era cavata per ordine regio perchè si sposasse con Andrea di Capoa figliuolo del conte di Altavilla; non si potendo in altro modo vendicare del malvagio marito, mentre costui se la menava a casa ella, udendo il popolo, esclamò: «Conte Andrea, tu puoi andare superbo su tutti i baroni del regno, perchè ti avrai per femmina la moglie legittima del re Ladislao tuo Signore.»

I Cardinali di Roma piuttostochè Papa deliberarono eleggere quasi un procuratore disposto a risegnare il papato; e così ognuno di loro giura avrebbe fatto dove lo avessero promosso al seggio pontificio; dopo ciò eleggono Angiolo Corrario da Venezia, che prese nome di Gregorio XII.

Questi fingendo osservare il patto propone a Benedetto la mutua risegna, e Benedetto a lui. Carlo imperatore per istringere la cosa invita i due emuli a deporre l'ufficio al cospetto del proprio collegio di Cardinali: ambedue girano nel manico e chiedono una conferenza in seno alla quale ognuno di loro renunzierebbe: per luogo di posta da entrambe le parti si accetta Savona; ferma e stabilita ogni cosa, le case, le guardie, le scambievoli malleverie, le galere, il tempo; di tutto questo corre l'annunzio ai principi: pareva che quei due vecchi preti altro non avessero a fare, che stendere la mano per toccarsela, e i due vecchi preti non mai furono come allora alieni di trovarsi insieme. I Veneziani indettati rifiutano le galere a Gregorio; di ciò movendosi querimonia grande a Roma, a Gregorio tocca uscirne, ma si ferma a Siena, e di qui ripiglia ad annaspare. Benedetto tastato il terreno, e sicuro ormai non si verrebbe a niente, più audace avanza, va a Porto Venere, va alla Spezia, e qui sosta. Gregorio preso pel collo da Siena si reca a Lucca, ma qui mette le barbe; nè ci fu verso di staccare il primo dalle marine, nè il secondo dalla terra ferma; «se uno muove un passo innanzi, scrive Lionardo Bruni nei Commentari, l'altro lo dà addietro; uno di loro come animale acquatico schifa la terra, l'altro animale terrestre aborre l'acqua; e per questa guisa questi due vecchi preti per pochi istanti di vita, che possono tuttavia loro avanzare, mettono a cimento la pace, e la salute della Cristianità!»

Gli asti cavillosi di questi due preti decrepiti avendo vinto la pazienza altrui, i Cardinali loro seguaci gli abbandonarono, e convenuti insieme con altri prelati bandirono il Concilio di Pisa; e fu cosa fuori di misura molesta tanto a Benedetto, che a Gregorio però, che alla monarchia pontificia con sì lunga industria stabilita venisse di un tratto a surrogarsi l'oligarchia cardinalizia; e non tornava meno ostico quello imporsi del Concilio sopra il Papa. Ancora, i Romani assai di quieto, anzi con maravigliosa contentezza, si adattavano alla signoria del Papa dacchè col trovato del Giubbileo, e con gl'infiniti altri ogni dì rinascenti, per cui il prete si mostra pescatore solenne di pecunia, colà in Roma si gavazzava; e il romano popolo non pure si era mantenuto quello del pane e dei circensi, ma nella pretensione di scioperare ed essere mantenuto a ufo erasi due cotanti più incarognato; ed ora per cotesti scismi, contenzioni, e guerre d'inchiostro non menochè di sangue invece di avvantaggiarsi col richiamo del Papa conosceva a prova averci scapitato e non poco: per le quali cose preso in uggia santa sede, e Papa macchinava cose nuove: onde il buon prete Gregorio innanzi che il popolo facesse atto di ribellione, ovvero l'odiato emulo penetrasse in Roma, assettò le faccende in guisa che Ladislao potè di leggieri occuparla mercè il tradimento di Paolo Orsino.

Nè lo emulo Benedetto sperimentava la fortuna meno acerba, però che Carlo VI al parere del Parlamento e della Sorbona avendo pubblicato uno editto che ordinava ai sudditi Papa, ed antipapa mandassero alla malora se prima dell'Ascensione non si fossero accordati, Benedetto indracandosi lo intimava ad abbuiare l'editto; se no, guai! E il re di rimando lo dichiarava nientemeno che scismatico, eretico ostinato, perturbatore della Chiesa di Dio, con altre siffatte galanterie che i re fino da cotesto tempo avevano rubato alla bottega del Papa. Allora chi piglia per un verso, chi per un'altro: Gregorio si commette a Carlo Malatesta di Rimini ed intima il Concilio a Ravenna; Benedetto va in Arragona, e convoca a sua posta il Concilio a Perpignano; il terzo Concilio intanto faceva le sue faccende a Pisa dove deposti Benedetto e Gregorio elessero Papa un Pietro Filardo, che volle appellarsi Alessandro e fu V di numero: poco visse, e corse fama credibile, raccolta eziandio dagli scrittori chiesastici, che morisse di veleno ministratogli da Baldassare Cossa legato di Bologna, non avendolo alla prova rinvenuto quale ei lo desiderava arrendevole. Se a sostituire il Cossa al morto Alessandro contribuisse lo spirito santo arduo è a sapersi; certamente vi ebbe parte il terrore delle armi stipendiate dal Cossa. Dal Concilio di Pisa ne uscì questo di bene che invece di due Papi d'ora innanzi furono tre, che si misero a straziare la Chiesa per modo, che peggio non avrieno potuto fare i Saraceni; e qui considerando come i Papi con poca e punta autorità temporale su Roma, e sopra gli altri stati, potessero condurre guerre così lunghe e dispendiose importa porre mente a questo, che appunto ricavando da altra parte, che dai pretesi loro dominii, danari a macco la perdita di quelli non ne alterava le condizioni: la sarebbe andata diversa se i cattolici ristucchi di tutti i Papi, e antipapi avessero tutti abbandonato; ma la procedeva diversa, però che essi si dividessero, ed uno seguitassero il quale per buono e santo obbedivano. I Papi poi e gli antipapi diversi in moltissime cose, nel pigliare pari: sembrava che Giovanni XXII dei trovati per carpire danari avesse tocco la cima, ed in breve fu vinto da Bonifazio IX il quale estese le annate anco alle prelature; e queste annate, che ai tempi suoi sommavano a mezza la rendita dell'anno, egli non si peritò crescere di punto in bianco fino a tre volte la rendita di un anno; ei prese a vendere tutto, indulgenze, cariche, e onori; in prezzo (mancando moneta) pigliava merci: per danaro perdonava delitti: prometteva a vari la cosa medesima, e poichè da tutti se l'era fatta pagare, tutti con fronte di bronzo truffava.

Per quanto i Papi si sieno industriati fare, hanno ricavato se non poco, però sempre meno di quello, che speravano dai popoli soggetti: e quante volte vi hanno avuto ricorso adoperarono in modo da tenerseli bene edificati. L'Albergato nei commentari dei suoi tempi nota: «come la Chiesa da Terracina a Piacenza possieda bella, e magna parte d'Italia; e tuttavia tanti popoli opulentissimi, tante città floridissime, le quali amministrate da altri, potrieno con le gabelle sopperire alla spesa di qualunque grande esercito, alle mani del Papa appena buttano tanto che basti alle cariche dei magistrati che ci mandano a reggerle.» Secondo la relazione dell'Oratore Zorzi, Perugia, Spoleto, la Marca, e la Romagna insieme fruttavano un 120,000 ducati, di cui se la metà entrava nelle casse del Papa era bazza.—I Papi si sono aggravati sopra i sudditi alla stregua, che alla devozione spariva il latte; e non mancano ricordi per informarci come le rendite dello stato sotto Giulio II di 35,000 scudi salirono a 420,000 ai tempi di Leone X; a Clemente VII riuscì portarle fino a 500,000; a Paolo III fino a 706,473; dopo alquanto di sosta ripigliano ad aumentare; Pio IV le spinge a 900,000 scudi, e nello spazio di nove anni le troviamo ascese al 1,100,000 ducati.—Pure negli stati della Chiesa questo toccare dei cofani più che altrove si mostrò pericoloso; e non contribuì poco a dare il tracollo ad Adriano la necessità nella quale ei si vide condotto di mettere il balzello di mezzo scudo a fuoco; e fu provato che anco nel 1846 il popolo degli stati romani pagava meno di ogni altro italiano e forse di Europa.

I Papi immaginarono altre vie per fare danaro; il primo fu imporre per modo transitorio, come promettono sempre, e poi durò un pezzo, il tributo, che a Napoli ed in Sicilia appellavasi donativo, in Ispagna servicio, a Milano mensuale; doveva gettare un 300,000 scudi all'anno, ma non li rese mai; nel 1560 appena ne raccattavano 165,000. L'altro fu creare debiti pubblici come oggi si costuma: sicchè possiamo sostenere i Papi maestri a noi Italiani nell'arte del debito pubblico; come col tirare a Roma tanto danaro di fuori dal mondo cattolico se non inventori certo utilissimi promotori del commercio di banca: i debiti poi operarono in due maniere, la prima redimibile, la seconda no: la prima si faceva sotto forma di nuove cariche istituite, le quali vendevansi, e sul prezzo sborsato si retribuiva una provvisione, la quale secondo la vita del compratore si calcolava a 14 per cento, e non era troppo; poi si costumò diverso: si tolse in presto una somma assicurandola sopra l'entrata di qualche gabella; anzi accettando i creditori a parte dell'amministrazione, ed assegnando sopra l'entrata della stessa gabella il pagamento dell'usura, la quale naturalmente per la durata, e la sicurtà del presto, ridussero a dieci, ed anco ai nove per cento. A tutti siffatti debiti imposero nome monti; e i primi furono detti vacabili, però che con la morte del possessore della carica vacavano; gli altri no, chè si alienavano, o tramettevano agli eredi.