La ferocia dei barbari quantunque addolori pure non contrista tanto come la ipocrisia dei popoli, che si vantano civili, ed è ragione, che i primi in parte scusa l'ignoranza, mentre i secondi commettono due mali, il danno, intendo dire, e la menzogna per onestarlo; e poichè i Francesi bandiscono ai quattro venti la bandiera loro sventolare sempre colà dove appaia una causa civile a difendere, appena possiamo credere con quanta sfrontatezza negassero le ingiurie, che con le palle di cannone, le bombe, e perfino co' moschetti recassero ai monumenti romani: si leggono tuttora i rapporti degl'Ingegneri commessi a verificare i danni, ed a ripararli; il pezzo lacerato, dall'arazzo del Sanzio senz'altro testimonio saria bastato a condannare i Francesi in giudizio. Gli è tempo perso; negli amici nostri ribolle sempre il mal sangue di Brenno; forse un giorno si correggerà tutto, ma la natura dei popoli cacciata via dalla porta torna dalla finestra.—Affermarono altresì, che i feriti loro patissero truci asperità dai nostri, ed i prigioni ingiurie; coteste le sono turpitudini che non importa rilevare nè anco; chi gli abbandonava senza pur visitarli fu un Forbin de Janson oratore di Francia a Roma, i nostri non misero differenza nell'opera della carità tra Francesi, e Italiani; anzi concessero, che gli amici loro dal campo venissero a consolarli con la nota faccia, e la favella del natio paese, chè lontani della Patria ogni conterraneo ci sembra parente.—
Nè importa a noi, e sarebbe bassa voglia, chiarire le bugiarderie dei rapporti dell'Oudinot, che francese egli era, ed aveva per dirle più bisogno degli altri; piuttostochè improvvido volle passare per gaglioffo; e tale sia di lui; la superbia offesa gli diede la febbre, e il Rusconi, chè lo vide in quel torno a Castel di Guido scrisse, secondochè notai averlo trovato stravolto, angosciando in mezzo ad un vaniloquio di errori, di minaccie, e di sospetti per non dire paure; poteva acchetarsi ad essere argomento di scusa, dacchè la fortuna delle battaglie stia in mano di Dio, prescelse farsi oggetto di scherno di faccia alla Europa: e' sono soldati.
Somma la fede nostra come somma la perfidia dei Francesi: i bersaglieri del Manara bene stettero schierati a tutela della città, ma al combattimento del 30 aprile non pigliarono parte perchè riputaronsi vincolati dalla promessa di astenersi dalla zuffa fino al giorno quarto di maggio, e fu coscienza sciupata sia perchè non essi bensì il Preside di Civitavecchia aveva fatto la promessa, nè vincolava perchè estorta a forza e iniquamente, e poi i Francesi non osservarono mai promesse, nè patti: per ultimo quel dabbene Manara che fu quanto onore visse al mondo non andò immune da accusa per parte dello impronto nemico, il quale ardì appuntarlo di essersi rimasto in ordinanza con l'arme in collo durante la giornata del 30 aprile.—
La miseria dell'animo pari al sofisma dei nostri avversari si palesò nello scambio dei prigioni; mandarono a negoziarlo certo loro medico, e il povero Ugo Bassi pedestre e senza cappello; recavano lettere del generale Regnault di San Giovanni di Angely, il quale vedremo rassomigliarsi all'Oudinot come uovo ad uovo: rinfacciava costui la libertà concessa ai bersaglieri lombardi, sostenuti a torto, contro il diritto delle genti, e per di più sotto la condizione, che ho ricordato pocanzi: offeriva rendere in baratto 500 uomini del Melara sorpresi a tradimento, e disarmati a Civitavecchia; parlava di diritto internazionale, di accettare lo scambio, egli che per offerire scambio siffatto aveva violato tutte le norme del diritto e della giustizia: che più? E fu questa suprema prova della fronte di bronzo dei nostri nemici, vantavano essi avere distribuito le paghe alle milizie romane a Civitavecchia, e fu debito adempiuto dai Francesi con pecunia romana.—Le armi dei prigionieri chiedeva, e quando noi domandammo le nostre arraffateci con rapina nei depositi di Civitavecchia presero a bindolare; anco sul luogo per la consegna dei prigioni perfidiarono, sicchè i Triumviri sdegnosi per siffatte pidocchierie in virtù di nobilissimo decreto li rendeva liberi, senza patto, e con le armi; ma prima li convitarono a pubblica mensa; colà si abbracciarono popolo, e soldati, e baciaronsi in bocca, dissero parole e fecero atti di sviscerata tenerezza; tutto di fuori li dimostrava fratelli, non ci mancava che il cuore; cessato il banchetto, i Francesi tenendo su ritte bandiere italiane, e gl'Italiani bandiere francesi mossero alternando canti festosi a San Pietro. All'aspetto di cotesta gloria di arte, i Francesi si sentirono domi, parve a taluno commossi ad ammirazione, sicchè taluno cogliendo il destro a volo per solcare bene nella mente loro la memoria del fatto con voce solenne vibrò gli echi della fabbrica immensa che ripeterono dall'alto come un comandamento di Dio, dal basso come preghiera dei mortali e dei morti: «Francesi ed Italiani prostratevi tutti qui dinanzi l'Onnipotente, e sollevate a lui una prece per la libertà dei popoli e per la fratellanza universale.» Prostraronsi tutti, e tutti giurarono: i giuri, gli abbracciari, i baciari rinnovaronsi fuori della porta Cavalleggeri; ma non erano i Francesi andati oltre cento passi, che tutto avevano messo in oblio; per cotesti cervelli affetti, e memorie passano come acqua per mezzo alle grondaie.—L'Oudinot ringraziava; restituiva i bersaglieri ma senza moschetti e senza bagaglio, e nè manco rendeva le armi rapite, sicchè all'Avezzana toccò mandarne loro onde entrando in città comparissero armati, avendo saputo com'essi fossero risoluti di cogliere alla sprovvista gli ultimi avamposti francesi, e ricuperare così gli schioppi rubati.
Che importa a noi contristare l'animo ed abiettare queste carte col racconto delle infamie dell'assemblea di Francia, e delle insanie dei nostri vantati amici? Con costoro non possiamo nè manco saldare il conto su la traccia del proverbio: «tanto è il ben che non mi giova, quanto il mal che non mi nuoce;» dacchè ci nocquero pur troppo tenendoci a bada con promessa di opere, che poi comparvero troppo insufficienti allo scopo, e con parole dubbiose; tale correndo il vezzo oggidì, che anco i più audaci non ardiscono rompere il guscio dello equivoco, la verità scotta le labbra: sotto il velame delle parole ambigue, ognuno tratta i suoi negozi come gli Arabi costumano toccandosi le dita sotto il mantello. Il voto dell'Assemblea sonò ordine al ministro di fare in modo, che la spedizione a Roma non deviasse dal suo scopo; il quale a fin di conto era rinnovare ai Romani un governo, che di già essi avevano deliberato ed accettato; la quale presunzione che altro mai significa se non tirannide? Di vero, il presidente Bonaparte, ed i suoi ministri in tanto bandivano volere sostenere con le armi il nuovo plebiscito del popolo romano, quanto che confidavano che al solo mostrarsi i Francesi sotto le mura di Roma, il popolo vero, onesto, e buono, alla santa sede devotissimo avrebbe buttato nel Tevere i pochi nemici dell'ordine, chiedendo smanioso di essere ricondotto all'estasi del bacio dei pontifici piedi. Se il popolo vuole la restaurazione del papa tutelino le baionette francesi questo libero voto, dove così non voglia le baionette voteranno per lui.—Io narro proprio per passare il tempo, dacchè mi accorgo che gli esempi antichi non valsero mai a mettere la gente in cervello: i nostri confidando nella equità dei Francesi accettano la tregua come indizio di più durevole accordo; i Francesi poi nel proporla intesero acquistare tempo per mandare rinforzi, forse per assopire gli spiriti nostri, e più verosimilmente per attendere lo esito delle nuove elezioni all'Assemblea, che non si volevano sturbare sommovendo novità: a questo intento spedivano a Roma il Lesseps per dare erba trastulla, e condurre il cane per l'aia; ed egli gli servì maravigliosamente perchè agguindolato lui stesso: anzi scrittori, non mica scarmigliati, bensì mezzo liberali ravviati, e per bene non biasimano già il Governo della frode ma sì il Lesseps che se uomo svelto fosse stato doveva pure accorgersi, che la sua missione era un tranello. Il Lesseps per tanto mandava all'Oudinot non si movesse, fallaci i rapporti delle spie: per entrare in Roma bisognava premere del piede il petto ad uomini, e Mazzini, anch'egli, Dio lo perdoni, scriveva all'Oudinot: avvertisse bene, taluno nella Assemblea romana essersi scoperto avverso alla Repubblica, non uno alla durata del potere temporale del Papa; dopo l'Assemblea gli animi essersi posati; la pace ottenuta, dopo eletti i Triumviri, libera e tranquilla essere successa la elezione dei deputati, i quali avevano rafferma in ogni sua parte la forma del governo: egli era un dire sua ragione agli sbirri che di questo arrovellava appunto l'Oudinot il quale invece di rispondere al Mazzini scriveva al Radetzky non s'inoltrasse, attendesse l'esito delle elezioni di Francia per non suscitare procelle nel seno dell'Assemblea.—Più tardi vedremo Lesseps comporsi col Triumvirato, l'Oudinot non badargli; quegli tempestando appellarsene all'Assemblea, il governo non più bisognoso di ambagi dare ragione all'Oudinot, torto al Lesseps; e per di più beffarlo; ebbero cuore di chiamarlo anco dinanzi i tribunali, ma intanto essendo riuscita a bene la trama, assai agevolmente lo licenziarono, non senza però biasimarlo di avere oltrepassato la commissione: egli per giustificarsi alle parole ambigue del mandato opponeva le chiarissime del ministro Barrot, le quali gli erano come commento, e non gli valse; le parole e le penne il vento porta via; contano gli scritti e questi anco poco.
Ora di altre cose; non sola l'Austria con Francia, ma sì con Napoli, eziandio e con Ispagna. Di Austria non dirò, quantunque mano a mano ne circondasse come dentro un cerchio di ferro. Quanta ira di Dio, e potenza di uomini per rompere una canna incrinata! Gli altri stati acattolici stettero in pace, la quale cosa dimostra che tirannide regia rinterzata di tirannide pretesca supera ogni altra tirannide. I Romani timorosi di assalti tenevano custodito il confine dal lato di Napoli, con molto loro non meno incomodo che jattura, chè la gente sparsa non potè esercitarsi nelle armi, onde l'avemmo a provare poi valorosa sì non perita; nè erano le diligenze del governo o inopportune o troppe, che fatta anco la tara, come di giusto, alle jattanze napoletane, non si poteva mettere in non cale la perpetua minaccia di rompere i confini: quotidiane per di più le provocazioni, imperciocchè parecchie barche scorressero su e giù pel lago di Fondi acclamando a gran voce: «viva il Papa! viva il Re!» a cui come di ragione i nostri rispondevano sempre: «viva la Repubblica!» Peggio di tutto un laidissimo tradimento: gli ufficiali napoletani di presidio al confino venendo spesso ai quartieri dei nostri per conversare, e per bere indussero i nostri a visitarli nei quartieri loro dove festosamente accolti si trattennero alquanto in compagnevoli sollazzi, ma sul punto di congedarsi si vedono circondati da molta mano di carabinieri ed odono intimarsi la resa: non ci era da fare riparo, andarono, eccetto due il quartiermastro Bizzani che appiccato un solenne ceffone su la faccia di un gendarme si prevalse del costui stordimento per fuggire, e scappò del pari il sargente maggiore Bemi che giocando di pugni e di calci usciva loro dalle mani; si richiesero tosto con minaccia, e con minaccia fu risposto averli mandati a Mola di Gaeta perchè il Generale supremo Casella gl'interrogasse; allora misero le mani addosso ai fratelli dello Antonelli ammonendoli, che essi sapevano, e non per nulla, la legge mosaica occhio per occhio, dente per dente. I prigionieri furono tosto restituiti; le ragioni spiccie a persuadere i preti crescono nei boschi.
Il re Ferdinando concupì la gloria di conquistatore; solo voleva conquistare a man salva, però quando seppe sgombra la frontiera pel richiamo della milizia a Roma si attentava allungare il passo oltre il confine Romano: secondo la natura speciosa di lui lo precedeva un proclama col quale mostrando le granfie rattratte diceva avere speranza di non essere costretto ad usare le armi per restaurare il supremo Gerarca della Chiesa; varcò il confino in compagnia, chi dice di 12, e chi di 15 mila uomini; gli stavano attorno principi, duchi, ministri, e perfino monsignor Giraud per ripigliare il possesso in nome del Papa, delle provincie ripurgate con la spada di Ferdinando re, il quale messa la gente alle stanze tra Velletri e Albano, là attendeva per rivincere i Romani, quando fossero vinti.
La tregua dei francesi con Roma arriva inaspettata a Ferdinando, e gli parve tradimento; forse fin d'allora statuì ritirarsi, ed in cuor suo maledisse il momento di essersi messo a repentaglio, ma fu il pentirsi tardo, che gli si spinse addosso il Garibaldi. Questo capitano si traeva dietro il battaglione dei lombardi, e Manara. In brevi accenti importa dire chi fossero gli uni e l'altro: reliquie i primi di corpo più vasto, che mal seguendo le orme del re fu secondo il solito derelitto da lui; non bene fra loro concordi perchè volevano ad un punto piacere al Piemonte, e non alienarsi i Repubblicani; umiliaronsi ai ministri regi e ne ritrassero onte, e strazi: ingannati su la strada da farsi per la perfidia dei medesimi ministri ebbero a lasciare le artiglierie per via; quando meno se lo aspettano i soldati del Piemonte si rovesciano su loro e gli artiglieri disperdono, i cannoni tirano dentro in Alessandria. Questo narra il Dandolo che ci si trovò presente, ma egli non lo piglia in mala parte, perchè di stirpe aristocratica; però le regie offese ha per carezze, mentre in odio degli ordini popolari, quanto sa di popolo lacera senza pietà. Strenui giovani furono per certo i nobili lombardi, ma schifiltosi, e saccenti: combatterono i nemici valorosamente sempre, le proprie passioni non combatterono mai. A Bobbio sbandaronsi, che madre di discordia è la sventura: nel tumulto rimase ucciso un'ufficiale; i cavalli venderonsi quasimente per nulla. Anco dal Dandolo si ricava, che i pochi rimasti insieme passando per Chiavari vennero con inestimabile esultanza festeggiati, perchè creduti ausiliatori di Genova; quando poi i Chiavaresi seppero, che non andavano per quello cagliarono; dond'ei cava argomento per deplorare la insania degl'Italiani! Certo per cui sa, che in quel punto il Lamarmora bombardava Genova adoperando contro una città italiana, quelle armi, che su i campi di Novara rimasero inerti è mestieri che dica le opere di questo Conte valere troppo più delle parole. Avviaronsi verso la Toscana in cerca di miglior fortuna, ma ci giunse il loro messaggio nel punto in cui cadeva il governo popolesco per le mene di nobilissimi ribaldi; il Conte chiama cotesto governo spregevole, e tuttavia ei ne sperava sollievo ed altri soldati italiani ributtati dalla monarchia sabauda ebbero da cotesto governo vesti, armi, e danaro, e quello che più importa fratellevole accoglienza; ma poco sono da curarsi le parole del Conte contro il governo toscano, se la dicacità sua egli spinge fino agli ultimi oltraggi contro i propri commilitoni, e valga il vero; egli afferma com'essi accettassero recarsi a Roma per paura che stretti fra l'appennino e il mare di un tratto il pregiabile governo di Piemonte non li consegnasse all'Austria, e poichè costà non poterono rimanere si avviarono a Roma senza amore, all'opposto odiando il governo del Mazzini e quasi per dimostrazione dell'animo loro portano sopra le cinture la croce sabauda; accettano il soldo della repubblica solo per vivere reputandosi liberissimi, appena giunti, di piantarla; così forse non pensava la moltitudine dei soldati che il Manara conduceva: non convincimento, non passione essi sentivano disposti a servire per bisogno la repubblica, o la restaurazione regia, se privi di bisogno non avrebbero servito l'una nè l'altra: insomma, a sentire questo Conte, i 600 lombardi, che furono miracolo di valore e di costanza, volgono a Roma per non farsi, spinti dalla fame, ladroni.—Nè meno sbalestrato è il giudizio del giovane Conte intorno alla milizia Romana; a lui erano segni di sicura disfatta la moltitudine delle sciarpe, bandiere, coccarde, e durlindane ond'ella andava ornata ed armata, le moltiplici assise, che vestiva, e le spallette delle quali taluno a mirarlo solo nel volto era indegno, gli parve cotesto il carnovale della licenza; e tuttavia cotesta gente seppe morire per la causa della libertà; ma al Conte Dandolo va molto perdonato, imperciocchè molto abbia amato, e troppo più patito per la Patria.
Manara capitano dei Bersaglieri, di patria lombardo, fu il Tancredi di questa inclita epopea; di forme ampie, ed anzi pingui che no, marziale nel volto, nel portamento, e negli atti; padre e marito non invilito negli affetti privati, con tutto il cuore amava la moglie, e i figli e nondimanco sopra questi amò la Patria; si sarebbe detto avesse avuto due cuori; costumi alteri ma urbani, senza troppo addomesticarsi affabile; quasi un profumo di nobilesca gentilezza lo circondava: da prima repugnò dal Garibaldi, ma all'ultimo si accorse come vi abbia una gentilezza d'intelletto, che vince l'altra di educazione perchè questa può talora dimenticarsi, l'altra non mai; allora egli prese il Generale e il Generale lui; onde all'ultimo diventarono non pure amici ma inseparabili.
Segreti furono lo scopo della impresa, e le vie; le varie milizie per comando superiore si raccolsero alla villa Borghese; dicevano per essere passate in rassegna, e quivi rimasero fino a sera; su lo imbrunire ecco il Garibaldi; al solo vederlo comprendono tutti, che per rassegna ei non viene; tranquillo anzi immobile sopra un cavallo feroce; dopo le spalle gli svolazzano le chiome fulve, e i lembi del mantello bianco; sotto il mantello egli veste la camicia colore di sangue, e come ombra lo seguita il negro americano dalle vaste membra coperto di mantello nero, ed armato di lunga lancia intorno alla quale si agita la bandiera vermiglia. I gridi andarono al cielo; egli fece della mano silenzio, ed arringò i soldati; che diss'egli? Veruno ardisca riportare le parole del Garibaldi, imperciocchè la virtù delle sue arringhe consista meno nelle parole che nello sguardo, nel suono, insomma in un torrente di fluido elettrico, che si prova, ma non si descrive.