[10.] Il Cardinale di Montalto Alessandro Peretti nipote di Sisto V.

Ma tornando alla mia narrazione. Sforza era il più antico diacono. Dopo lui seguiva il cardinale Peretti col titolo di Montalto, ch'era prima il titolo usato da papa Sisto suo zio. Era di quindici anni appena quando il zio l'aveva promosso al cardinalato. Per essere di età così tenera, egli non aveva quasi alcuna partecipazione del governo, e per conseguenza nè anco dell'invidia e dell'odio, che resta per l'ordinario in quei nipoti, i quali o per lunghezza di tempo o per eccesso d'autorità sono stati nel supremo luogo del ministerio appresso i loro zii. Rimasto dunque Montalto con l'officio di vice-cancelliere vacato in tempo di Sisto per la morte del cardinale Alessandro Farnese, e con altre larghissime entrate ecclesiastiche, abitava egli nel palazzo amplissimo della vice-cancelleria, e vi si tratteneva con una delle più numerose famiglie, e più splendide che allora si vedessero in Roma. Aveva egli più del rozzo che dell'amabile nell'aspetto; grave di portamento nella persona, e quasi non meno di comunicazione eziandio ne' costumi: ritenuto assai di parole, e pieno di certa esteriore malinconia, che da molti era giudicata piuttosto una sua interiore alterigia; e quantunque nelle conversazioni domestiche egli si mostrasse poi molto cortese e trattabile, nondimeno e la sua propria ritiratezza e l'uso ch'egli aveva pigliato di convertire quasi interamente il giorno in notte e la notte in giorno, rendevano sopra modo difficile il trattar seco, e rendevano insieme lui stesso tanto alieno maggiormente dallo stare sul negozio, al quale per sua natura poco inclinava. Ma in ogni modo era gran Cardinale, grandemente stimato nella corte di Roma, e fuori di essa da tutti i Principi e dal Gran Duca di Toscana Ferdinando in particolare, che aveva deposto il cardinalato in tempo di Sisto V, e riteneva sempre un'affettuosa e costante amicizia col nipote Montalto. Facevanlo maggiormente stimare tanto più le sue parentele sì strette con tutti i Principi, e con tutti due i capi delle due case Colonna ed Orsina. Amava egli sommamente la musica, e manteneva in casa virtuosi in quella professione eccellentissimi. Era grand'elemosiniere. Fabbricava una religiosa chiesa alla religione de' Teatini. Mostravasi liberale in ogni altra più nobil forma, e veniva commendato singolarmente in una qualità che spesso in Roma si desidera, e di rado si trova, cioè che egli fosse verace, e che sempre religiosamente osservasse quello che promettesse. E certo pochi altri nipoti, che siano rimasti in elevata fortuna, avranno avuto quel non so che di grande in sè stesso, che non si può bene esprimere, come l'ebbe il cardinale Montalto, e non meno di lui anco il principe suo fratello. E soleva dire la duchessa di Sessa, donna di raro ingegno, e lungamente versata in Roma, che l'uno e l'altro di loro pareva nato grande, e non divenuto. — Estratto dalle Memorie del Cardinale Bentivoglio, lib. I, p. 90.

[11.] Voce dell'uso, che suona appunto incastrare una cosa dentro l'altra.

[12.] Caso funesto della Violante Garlonia duchessa di Paliano.

In questi ultimi tempi, e non prima dello sdegno di Paolo IV, scoprì Marcello Capece l'ardentissimo amore che portava a Violante Garlonia, moglie del duca di Paliano. O questa passione cominciasse pur allora, o fosse passione antica, e non palesata se non quando la solitudine della Duchessa e la lontananza del marito diede, con la comodità di scoprirsi, maggior speranza di espugnare la sua costanza, certo è che ella, vinta finalmente dalla propria e dall'altrui fragilità, invitata dall'occasione, persuasa dai prieghi dell'amante, e irritata dai torti fattile dal Duca, che fino nel proprio letto non si era astenuto di condurre più volte le concubine, cadde in quell'errore, nel quale molte altre, e di maggior grido e di maggior titolo che ella non era, sono cadute, e forse cadono giornalmente. Ma le favorite dalla fortuna, involte nella varietà de' suoi accidenti, passano sconosciute, e l'altre miseramente abbandonate e tradite, restano esposte all'infamia e al castigo. Poco goderono questi amanti de' loro amori; perciocchè scoperti da Diana Brancaccia, dama favorita della Duchessa, furono colti insieme, e colti in atti molto prossimi al più vietato. Marcello, subito preso, si condusse nelle carceri di Soriano, dove allora era il Duca; e la Duchessa lasciata sotto strettissima custodia. Ebbe speranza e pensiero il Duca, o per coprire l'ignominia, per non essere astretto a por mano ad estremi rigori, far apparire esteriormente, che Marcello fosse stato ritenuto per altro; e preso pretesto d'alcuni rospi, che qualche mese prima fu osservato ch'egli comprava a gran prezzo, l'accusò ch'egli aveva tentato d'avvelenarlo. Ma troppo era il vero delitto pubblico; e se cosa alcuna mancava per confermarlo e divulgarlo maggiormente, fu la prigionia di lui, e la ritenzione della Duchessa, anco avanti la quale n'era il cardinale Caraffa stato avvertito dal cardinale Bellai, e si dolse col Duca che glie l'avesse celato sì lungo tempo. Risoluto dunque di lavar questa macchia (come pare a' grandi di poter fare) col sangue dell'adultero, chiamato il conte d'Alife fratello della Duchessa, e un Giovanni Auso Toraldo, essi tre esaminarono sopra il particolare dell'adultero Marcello, e gli costituirono a fronte la Brancaccia, e altre dame della madre del Duca. Negò nel principio costantemente; ma legato alla fune, confessò il delitto, e di esso puntualmente narrò tutte le circostanze, le quali non è necessario riferir qui. Udita il Duca la confessione di Marcello, disse: Scrivi tutto questo di tua propria mano. Ma, per lo timore della vicina morte, per esser la mano più allora offesa dalla fune, alla quale era stata legata, non potè scrivere, se non queste poche parole: Sì, ch'io sono traditore del mio Signore: sì, ch'io gli ho tolto l'onore. La qual scrittura il Duca avuta nelle mani, e lettala, si accostò a lui; e con tre colpi di pugnale il tolse di vita, e il cadavere fece gettare in una cloaca alla prigione contigua. Rappresentato il successo dal cardinale di Napoli al Papa, non disse altro, se non: e della Duchessa che si è fatto? Il che interpretarono alcuni, che avesse detto, quasi per soggiungere: Perchè non si toglie di vita essa ancora? Ma in questo il Duca andò differendo, perchè la Duchessa era gravida, con tutto che la madre e le sue donne l'assicurassero, che non poteva esser gravida di lui; computato il tempo che si era separato da lei, e gl'indicii del principio e del progresso della gravidanza. Ma morto il Papa, non sapendo il Duca che pensieri potesse avere il successore, accelerò la resoluzione, e l'esegui prima che i cardinali entrassero in conclave: tanto più che Silvio Giozzi, famigliare del Cardinale, gli scrisse ch'egli stava seco molto turbato per questa dilazione: e che se non si risolveva di levarsi prestamente quest'infamia d'attorno, protestava non voler più ingerirsi ne' suoi interessi, nè aiutarlo in conclave, nè col nuovo Papa. Aggiunse nuovo stimolo, l'essersi scoperto che la Duchessa, non ostante le continue guardie che le stavano attorno, fece sapere a Marc'Antonio Colonna, che se trovava modo di liberarla, ella gli avrebbe dato il marito nelle mani, o vivo o morto.

Risoluto dunque di non interporvi più indugio, mandò due giorni prima, cioè a' 28 d'agosto, il capitano Vico de' Nobili a Gallese, per assistere al fatto, acciò non seguisse novità alcuna: e ai 30 sopraggiunse don Leonardo di Cardine, parente del Duca, e don Ferrante Garlonio conte d'Aliffe, fratello della Duchessa, perchè l'uccidessero, come fecero il medesimo giorno. Annunciata alla Duchessa la mattina la morte, volle confessarsi e udir messa: poi accostandosele questi due, e conoscendo esser giunta l'ora, domandò: Evvi ordine del Duca perch'io mora? Gli rispose don Leonardo: Sì, signora. E la Duchessa soggiunse: Mostratemelo. Ed essendole mostrato, don Leonardo, senza dar luogo ad altre repliche, le strinse le mani, tra le quali teneva un Crocifisso, e il fratello la strangolò. Storia della Guerra di Paolo IV di Pietro Nores, p. 27.

[13.] Bardamentare significa mettere la barda, armatura di cuoio cotto, o di lamine di ferro o di rame con la quale coprivansi le groppe, il collo e il petto degli uomini di armi: però ai dì nostri non denota più cosa che costumi. Insellare, e imbrigliare dichiarano atti distinti, e manca un vocabolo che li comprenda collettivamente. Io mi valgo della parola arnesare, ma non la cavo dall'harnacher francese derivato a sua posta dallo haerness tedesco, bensì dal vivo parlare del popolo; e dallo arnese, che il Grassi con gli esempi del Davila e del Cinuzzi dimostra essere termine collettivo per significare tutto ciò che serve ad imbrigliare, insellare, bardamentare e guernire un cavallo così da tiro come da sella. Il medesimo Autore alla parola arnesato, con l'autorità di Pace di Certaldo, c'insegna com'ella denoti guarnito di arnese: quindi mi parve spediente accogliere il verbo arnesare. A mettere questa nota mi muove il pensiero, che non potendo io giovare alla mia Patria in nulla, almeno per me non si faccia strazio del suo bello idioma come senza verecondia costumano adesso alti e bassi furfanti, massime Giornalisti:

degni, che Circe li tenga in pastura.

[14.] Trabanti, a trabea: soldati dalle larghe brache, un di guardia degl'imperatori di Allemagna soltanto, poi introdotti nelle altre Corti, in ispecie nella pontificia.

Nota del Trascrittore