— O padre Bernardino, che mi contate mai! — interruppe Altobello con sembianze disfatte.
E il frate rise soggiungendo: — Lasciami finire. Un bel giorno dunque mi lasciai svolgere e gli dissi: «Tu mi pari un uomo dabbene e molto zeloso dei miei vantaggi; orsù ti voglio contentare, io rivelerò la congiura e i congiurati.» «Non a me, costui rispose, bensì lo hai a fare al magnifico segretario del senato.» «O a te, o a lui, per me è tutta una, soggiunsi io, assettati come ti garba.» E il segretario venne più che di passo, si mise a sedere e, tratti fuori carta, calamaio e penne, levò la faccia in su e disse: «Voi potete incominciare.» Io allora, strascinando a stento le catene, mi condussi al cospetto del segretario e dopo averlo un cotal po' mirato in viso gli domandai: «Voi dunque non conoscete i congiurati côrsi davvero?» «Io sono venuto espresso per saperlo da voi.» «E la signoria desidera proprio di saperli tutti?» «Ma sì, ma sì» gridò il segretario stizzito. «Non v'inquietate; riponete i vostri scartabelli, chè in due parole mi spiccio: congiurati in Corsica io ne lasciai 220 mila (chè a tanto montava allora la popolazione); adesso levateci quelli che sono morti, aggiungetevi gli altri che sono nati, ed avrete il numero giusto dei congiurati; il capo della congiura sta in Genova.» «In Genova?» «Nè più nè meno, anzi nel palazzo ducale, ed è il doge in persona, il quale col mal governo ha condotto i Côrsi al partito di volere mettere allo sbaraglio la roba e la vita piuttosto che piegare il collo a voi altri.» — Da quel giorno in poi se mi scemassero il pane non si dice nè manco; mi lasciarono inciprignire le piaghe delle gambe cagionate dalle catene... insomma patii spasimi atrocissimi; non importa, chi ha paura non vada alla guerra. Voi, Signore, che leggevate nell'anima mia, sapete, se in quel punto il re Luigi di Francia fosse entrato in carcere e mi avesse detto: «Padre Bernardino, vuoi barattare le tue catene con la mia corona?» io gli avrei risposto: «Tirate di lungo, Maestà.» Con quel filo di voce che mi era rimasto io mi raccomandava così: «Vergine benedetta, se la mia dolcissima patria tanto provocò l'ira del tuo divino Figliuolo, che i patimenti sofferti da lei fino a tutt'oggi non bastino a placarlo, e a me pare che, se laggiù s'intende discrezione che sia, ce ne dovrebbe essere d'avanzo, allora pregalo per amore mio, che a te, misericordiosa, volli sempre tanto bene, a scassarli dal conto della Corsica ed impostarli a debito mio, ch'io mi protesto di pagare per tutti. Se vedi che ci sia verso di scampare dallo inferno, tu fammelo risparmiare; ma se, per salvare la patria, dovessi perdere l'anima, vada la salute eterna, purchè rimanga stritolato l'abborrito straniero.» Confesso che simile proposta non veniva da mente sana; ed anco fatta con sensi più convenevoli, grande presunzione sarebbe stata la mia esibirmi in iscambio della nobile patria. Così non venni accettato. Papa Clemente XII, cui non garbavano i frati tormentati, a meno che li tormentasse egli medesimo, mi chiese alla repubblica con un breve: e la repubblica, immaginando che il papa le risparmiasse la spesa della sepoltura, volle farsi l'onore del sole di luglio e mi consegnò. Uscito di prigione, con una scrollatina buttai giù apprensioni e malanni: pensa se voleva acquietarmi nel convento di Monticelli, dove il papa mi aveva rilegato. Mi calai dai muri e, mentre i Francesi e i Genovesi mi credevano terra da ceci, eccomi da capo in paese di Comune a predicare e a tirare archibugiate per la maggior gloria di Dio e per la salute della patria. Ora poi che Genova ci ha venduti, e Francia comprati, a dirtela schietta, figliuolo mio, mi pare essermisi sgravato il cuore di un grossissimo peso, perchè quel sentirmi minacciare la morte e chiedere la vita nella mia stessa favella mi faceva proprio cascare le braccia. Non più pietà, non ritegno: fratellacci i Genovesi ci erano, tuttavolta fratelli; adesso forestieri tutti. Per la quale cosa, persuaso che per questo quarto di ora i Côrsi maggiore merito si acquistino presso a Dio menando di mani che a recitare il breviario, mi sono aggirato pei conventi italiani a reclutare questi buoni religiosi côrsi, ai quali su le prime parve duretto, ma io li convinsi dicendo: «E' non ci ha dubbio; all'obbedienza del vostro padre guardiano sopra questa terra voi trasgredite, ma lo fate per osservare la voce del padre guardiano di tutti che sta nei cieli, ed io vi assicuro che l'angiolo custode non vorrà farsi scorgere a pigliarne l'appuntatura: ad ogni modo io rispondo per tutti.» Allora essi hanno detto: «Ecce ancilla Domini; faremo quello che potremo;» e si sono provvisti di carabine che valgono un Perù. Ecco che io ti ho contato la mia, ora contami la tua.
CAPITOLO V. Lo zio
— Babbo è morto...
— Oh povero uomo! E di che male? e dove?
— Di puntura a Venezia.
— Vedete di che male è andato a morire un galantuomo che poteva finirla con una brava archibugiata in Corsica e per la Corsica!.... E lo zio?
— Lucantonio è rimasto a Venezia.
— E perchè non venne teco?
— Ma se mi tagliate le parole dalla bocca, io non vi potrò dire niente, e voi non potrete intendere niente.