Quandu arrivate a lu stazzu
Dove avete poi da stani
Susterà la surerani
E bi tuccherà li mani:
E bi arà presentatu
Un tinedrudi caghiatu[55]»
Le donne o congiunte o amiche, quando furono da presso si disciolsero le chiome, e con urli e pianti miserabili principiarono la scirrata, chiamando il morto co' nomi più soavi, rammentandone le virtù vere o supposte, e dolcemente riprendendolo perchè se ne fosse andato e si mantenesse sordo agl'inviti di tornare. Una sola, una donna sola, e questa fu Lella Campana venuta anch'essa perchè parente della Francesca Domenica, e più per refrigerare l'anima assetata di vendetta, si chinò su la cassa col pretesto di piangere sul cadavere difformato, ma in sostanza per esplorarne sottilmente le parti rimaste intatte, in ispecie le mani: allora Francesca Domenica forse nel suo delirio gelosa di cotesto affetto, o quale altra più vera causa la movesse, di un tratto si rizza in piedi, forte stringendo la fanciulla la trascina seco; poi agguanta un'altra donna, ed ordinando che a sua volta questa ne impalmasse un'altra, diede il segno del caracolo intorno al morto. Guido Reni fece opera di bellezza immortale dipingendo a Roma il ballo delle ore in giro al carro del sole; Michelangelo solo avrebbe potuto ritrarre l'orribile caribo di vecchie e di fanciulle nel delirio del dolore turbinato a tondo quel misero corpo; gli occhi sfavillavano come spade percosse fra loro; urli più strazianti non lacerarono mai orecchi umani, i capelli bianchi, biondi e neri mescolavansi ventilati e sferzavano i volti; le vesti anch'esse scoppiettavano agitate dalla violenza dei moti; pallidi i volti come per morte a molte, a talune chiazzati quasi da vivido sprillo di sangue; gli atti vari e tutti paurosi: visione tremenda di spettri inebbriati di dolore. A crescere la selvaggia pietà della scena, alla mente inferma di Francesca Domenica si affacciò la voglia di mettere il ritornello ad ogni scirrota, pianta da talune delle donne: questo era inconsueto nei voceri, e solo costumavasi nelle allegre serenate o nei canti nuziali dove al termine di ogni strofa tutti gli astanti ripetevano in coro il ritornello da loro chiamata la succhiella, dopo la quale sparavano gli archibugi. Siffatta novità per questo appunto percoteva l'anima più tristamente, perchè una lieta usanza venisse tradotta a cosa piena di mestizia, nè il ritornello poteva essere scelto più lugubre; di vero, quando una donna finiva, Francesca Domenica con le altre tutte cantava o piuttosto ululava un versetto del salmo De profundis clamavi ad te, Domine: Domine, exaudi vocem meam.
Quantunque non si temesser disordini, pure il governator di Corte mandò il maresciallo di campo Sionville e il capitano Orso Campana con alquanti micheletti del provinciale a dare un'occhiata. Sionville si spazientava a vedere tutte codeste diavolerie; egli non sapeva darsi pace che per un morto si dovessero tribolare tanti vivi; il Campana gli stava dintorno raumiliandolo il meglio che poteva, e lo confortava a tollerare coteste vecchie usanze del paese; in tutto ciò che non tornava a disservizio del re lasciasse andare tre pani per coppia; ma l'altro arrovellato non lo voleva intendere, e tempestava che i morti si avessero a seppellire senza tante smancierie, e chi ha avuto ha avuto. Cotesto loro alterco da cattive parole sarebbe tralignato a peggio fatti, se una nuova apparizione non fosse venuta repentinamente ad interromperlo.
Fu vista spuntare dalla lontana una barella portata adagio adagio sopra le spalle di quattro uomini, come se dentro vi giacesse persona gravemente inferma, e pur troppo l'apparenza corrispondeva alla realtà, imperciocchè trasportassero la infelice Serena.
Poco dopo la partenza da casa di Francesca Domenica, un accattone che soleva frequentarvi per la elemosina, approfittandosi dello scompiglio salì su in camera della inferma, e le disse alla ricisa: