Disse lo zio ad Altobello: — Dammi un bacio, e andate pel vostro dovere. (pag. 55)

— Allora favoritemi una presa di tabacco, e ripiglio il filo baldanzoso, facendo conto che amore di patria e carità abbiano a formare tutta una cosa: che se per disgrazia fossero due, e l'ultima avesse a toccarne, ora che mi ci sono messo vo' dire tutta la verità: poichè chi l'ha da friggere la infarini, ch'io ne farò penitenza a bell'agio. Carlo Magno dunque, incoronato da papa Adriano, costumò come tutti i cristianelli di Dio, i quali passata la festa gabbano il santo; dacchè ora con questo, or con quell'altro amminicolo andava schermendosi dal consegnare quanto aveva promesso, e, preso alla gola, dava a spizzico e tardi: la Corsica poi non dette mai: la governarono per lo impero i marchesi di Toscana e con essi i conti feudatarii delle varie terre dell'isola. Voi saprete le diavolerie successe tra i discendenti di Carlo Magno, che si strapparono l'impero di mano come una giubba rubata: in mezzo al tramestio l'erede del pescatore figurate un po' voi se gittava il giacchio nel torbido. Antiche memorie e tradizioni sempre vive assegnano a questi tempi la investitura di tutta o parte dell'isola a un certo Ugo Colonna romano, e dopo al conte di Barcellona, con questo patto, che retribuissero a Roma il quinto dei raccolti e la decima dei fanciulli. Che cosa poi andassero a fare cotesti fanciulli a Roma, sarà più bello non inquisire che onesto trovare. Però negano questi fatti di due maniere persone: quelle che, zelando troppo il patrio decoro, dubitano ricevere dal turpe tributo non reparabile infamia; e gli sviscerati della curia romana, cui non ripugna il caso, bensì lo scandalo. Si non caste, saltem caute, mi capite? Però riesce più comodo negare che facile chiarire falso cotesto fatto e gli altri che la storia aggiunge, voglio dire i rigidi delegati spediti dal papa fino al numero di cinque per vigilare che i tributarii non frodassero delle grasce nè dei fanciulli. Se i Côrsi avessero aspettato dalla verecondia romana la cessazione di cotesto censo, aspetterebbero anche adesso: ci si pose di mezzo Arrigo Belmessere e, intercedendo ancora il vescovo di Aleria, fece lasciare la presa ai mastini papali. Dicono che ciò non si ottenesse senza difficoltà, e al vescovo di Aleria ne toccasse una ramanzina delle buone, facendo specie che un ecclesiastico, un vescovo impedisse la osservanza dei dettami evangelici; della quale cosa maravigliato costui chiese spiegazione, e gli fu data così: «Non disse forse Gesù Cristo ai suoi discepoli, che allontanavan i fanciulli da lui: Lasciate ch'essi vengano a me? Ora il papa non rappresenta egli Cristo, e voi uno dei discepoli suoi?» Caro mio, quando l'interesse ci ficca la coda, non vi aspettate a più santi commenti della parola di Dio, massime dai preti. Voi intanto notate questo, che ne franca la spesa: da prima i Côrsi, ridotti alla disperazione dai Greci, vendono eglino medesimi i figliuoli per pagare i tributi; i Saracini poi se li pigliano da sè; per ultimo spettava alla corte romana mettere per patto nella investitura feudale la decima dei fanciulli.

Ora le città italiche per forza o per amore incominciano a costituirsi a comuni franchi da soggezione imperiale. Comuni noi non avevamo, bensì conti: ma siccome la libertà piace a tutti, principalmente a quelli che non la vogliono lasciare godere altrui, anch'essi si vendicarono dalla servitù forestiera per contendere indi a breve della signoria domestica, e, virtù fosse o fortuna, tra questi rivolgimenti primeggiò il conte di Cinarca. La storia registra l'orribile governo che i tiranni facevano dei Côrsi; ma ad eterna onoranza dei nostri padri registra eziandio queste parole: i principi imperando a tirannide, i Côrsi agguantano le armi e bandiscono la libertà; poi convocata l'assemblea a Morosaglia, si costituiscono rettore Sambucuccio di Alando. Così è, signor Inglese; questo santo antenato del nostro Altobello fu padre della libertà côrsa. Sambucuccio giunse a stabilire il governo di Terra del Comune: di molte e sconcie botte picchiò i conti, ma innanzi di morire non venne a capo di superarli tutti, sicchè, morto lui, rialzarono la cresta. Il popolo, non si sentendo valente a resistere da sè, pare che chiamasse in aiuto i marchesi Malaspina di Massa. Io dico pare; imperciocchè per questi tempi non ci avanzino che scrittori e carte di donazioni chiesastiche, e a fabbricare storie con questa razza di materiali, adagio. Vo' che ve ne basti uno esempio. A questi giorni ho letto nelle Antichità italiche di Ludovico Muratori una carta del 1019 o 29, la quale fa fede come un messere Rolando, conte per la grazia di Dio e signore di tutta la Corsica, Giulio giudice, e messere Giovanni legato sentenziario e scapolaro, costrinsero certi villani a pagare alla badia di Santo Stefano di Venaco libre cento di buoni danari e a sfrattare dalle terre in fra tre mesi sotto pena di 300 fiorini d'oro e della scomunica per parte di messer legato. Il dabbene proposto, comecchè poco tenero di Roma, tuttavolta ha preso un granchio nel darci questa carta come genuina: infatti pare impossibile come gli sia passato per occhio che una sentenza del 1019 o 29 non poteva ricordare i fiorini d'oro, battuti dal comune di Firenze nel 1252.

Come a quei tempi le cose camminassero io non vi so dire per appuntino, nondimanco, essendoci guerra tra popolo e baroni, e non potendo questi vincere quello, nè quello questi, è facile indovinare che le procedessero per la peggio. Intanto, poichè non ci ha meraviglia che in Roma non si deva vedere, scappò fuori Gregorio VII, il quale, vicario di Cristo, che disse a cui non lo volle sapere, il suo regno non essere di questa terra, pretese nulla meno che dominare sopra tutta la terra. Costui, informato come la matassa andasse arruffata in Corsica, ci mandò legato Landolfo, vescovo di Pisa, a scoprire marina, limitando però il suo ufficio a distruggere, sradicare e costruire in punto di religione, non altro. Il vescovo ch'era malizioso più di una squadra di sbirri, trovato il terreno morbido, non contento di ficcarci la pala, ci ficcò anche il manico, disse mirabìlia della potenza del papa, promise Roma e toma; sicchè i popoli ignoranti e abbindolati si commisero al papa a patto che con validi aiuti li sovvenisse per superare i baroni di oltremonte. Il papa rispondendo mette in sodo avanti tutto questa volontaria dedizione, poi gli ammonisce ch'egli è per di più: perchè eglino avrieno a sapere, come l'universo intero lo sa, il dominio dell'isola appartenere alla santa Chiesa per diritto di proprietà; ladri, sacrileghi e dannati i tre imperatori e i tre re che la tennero senza prestare l'obbedienza a san Pietro. Il legato si trasforma in governatore, si mettono da parte le cose dell'anima per non parlare altro che di faccende terrestri. Però il carico assunto di difendere l'isola il papa teneva per novella: in lui non era potere nè volere a sostenere la guerra: ond'egli, inteso a mietere senza seminare, concesse l'isola in feudo al medesimo Landolfo, a condizione che gli retribuisse le metà delle rendite: non vi par egli generoso costui? Al tributo di sangue ei rinunzia, ma cresce quello dei frutti da un quinto, come sotto Gregorio IV, alla metà. Dopo quattordici anni Dalberto, vescovo di Pisa, uomo rotto, visto che la carne non valeva il giunco, scrisse al papa che egli a pescare per il proconsolo non la capiva: ripigliasse l'isola. Urbano, considerato tra sè e sè ch'egli era come se il vescovo gli avesse risegnato la luna, rispose: «Mira larghezza! io te la dono.» E l'altro soggiunse: «Manco male, ricatterò le spese.» Però quando fummo su l'atto del donare, ostico a tutti, ma per la Chiesa più doloroso dello spasimo del parto, il papa mascagno insinuò nel contratto due cose: che donava l'isola alla chiesa pisana, quantevolte però il vescovo fosse stato eletto canonicamente dal clero e dal popolo e confermato dal papa; e retribuissero al palazzo lateranense l'annuo censo di lire 50 in moneta lucchese. Così quello che non può tenere, Roma dona; ma come i marinari quando gettano l'àncora in mare ci lasciano sopra il gavitello galleggiante per ripescarla a tempo e a luogo, il prete studia ch'esca fuori del dono un addentellato per poterselo ripigliare.

Giustizia vuole che io dica come i Pisani dimorassero nella isola con garbo assai migliore di quello col quale ci entrarono: noi non reputarono essi vassalli, nè noi reputammo essi signori: ci accolsero come fratelli tornanti in famiglia; accomunarono con noi carichi ed onori: anzi ci alleviarono i primi, trovandoci alle lunghe sventure ridotti al verde.

E di questa benevolenza scambievole durano tuttavia i testimoni sia nei monumenti pubblici, sia negli animi dei Côrsi, propensi a stanziarsi in Toscana a preferenza di ogni altro paese, quando necessità o vaghezza li tira fuori di casa; e più che tutto nella lingua loro, da noi conservata con tanta diligenza, che qualche voce costà disusata, o non più intesa quaggiù, s'incontra sopra le labbra dei montanari viva della sua primitiva significazione. I cagnotti di corte non cessano mai d'infamare il popolo come ingrato: voi per ismentirli fate tesoro del caso che vi raccontava, al quale aggiungerete quest'altro: degli oppressori antichi, dei Romani e dei Saraceni qui non troverete memoria, ed in breve nè anche dei Genovesi, eccetto qualche tomba. Fama, delitti e ossa dei vecchi e dei nuovi tiranni seppellimmo interi dentro un medesimo sepolcro.

Ora i Genovesi, sopportando molestamente la parzialità di Roma per Pisa, studiano ogni ora per levargliela convertendola in proprio profitto, o almeno per pareggiarla; e la fortuna, come suole a cui sta su la intesa, ne porse loro il destro. Urbano II, per tenersi bene edificato Dalberto, lo creò arcivescovo assegnandogli suffraganei i vescovi di Corsica; questi, subillati dai Genovesi, ricusavano a viso aperto la consacrazione dello arcivescovo di Pisa, il quale pesta mani e piedi; e i Genovesi lì alle costole a mettere legna sul fuoco. Questo era tempo che Roma, voltata a Genova, le dicesse: «Com'entri tu in questi negozi? Bada ai fatti tuoi, o che ti scaravento addosso un nugolo di scomuniche»; e le scomuniche a quei giorni scottavano. Pensate voi che lo facesse? Nè manco per ombra. Roma in mezzo a cotesto tafferuglio non vide chiaro che una cosa sola: raspollare quattrini. In effetto considerate che spedienti adopera per aggiustare due emuli insatanassati: innalza il vescovo di Genova alla medesima dignità dell'arcivescovo di Pisa e gli assegna per suffraganei tre vescovi côrsi di Mariana, di Nebbio e di Accia, a patto che ogni anno paghi una libbra di oro, a san Pietro, ci s'intende. Naturalmente e' fu uno spegnere l'incendio coll'olio: d'allora in poi fra Genovesi e Pisani non tregua mai nè pace, nè si rimasero i primi finchè non ebbero ridotti in piana terra i secondi. Innanzi però della rovina della Meloria, ecco come i Genovesi arrivarono ad incastrarsi nell'isola. Gli uomini di Bonifazio esercitavano la pirateria (mestiero a quei tempi tenuto nobile, quantunque fatto a minuto) recando continui danni ai Genovesi, frequentatori di coteste spiaggie per loro traffici. Di ciò meritamente stizziti, commisero ai proprî consoli che andassero a richiamarsene ai consoli di Pisa, e questo essi fecero. Venuti al cospetto dei Pisani favellarono: «E' non ci pare onesto, uomini dabbene, che, mentre la pace dura fra noi, i vostri concittadini corrano addosso ai nostri e gli spoglino. I vostri castellani bonifazini fanno il diavolo a quattro a danno della nostra mercatanzia: ciò non istà in chiave: ordinate pertanto a costoro che restituiscano il mal tolto, altrimenti sarà rotta la pace, e cui avrà torto faccia tristo Dio.» I Pisani risposero: «Quello che voi ci dite ci accora forte, perchè avreste a sapere che il castello di San Bonifazio non ci appartenga, e i castellani, innanzi di essere nostri uomini, ci contradicano in tutto e come i vostri mettono a ruba i mercatanti nostri: accordiamo a raccogliere insieme un'armata e andiamo uniti a farli stare in cervello.»

Non dissero a sordo. I Genovesi, allestito un naviglio poderoso alla chetichella, assaltarono i Bonifazini quando se lo aspettavano meno ed occuparono la terra. Se i Pisani levassero scalpore per la presa di Bonifazio, ve lo potete figurare: ma i Genovesi rispondevano: «Voi vi lagnate di gamba sana: invece di ringraziarci di avervi levato un bruscolo dall'occhio senza che vi costi un quattrino, perchè ci maledite?» E aumentavano le provvisioni per difendere l'acquisto, perchè i Genovesi quando mordono tengono maladettamente: così vero questo che, per rammentare Genova, stringono le mascelle per paura che, non che altro, il nome della patria caschi loro dai denti. Rimase ai Pisani con le beffe il danno, pagando la pena della doppiezza loro. Donde io piglio occasione di ridere dei barbassori i quali si mettono in quattro per sostenere la diplomazia trovato moderno: no, signore, la diplomazia è vecchia quanto la bugiarderia, anzi una volta si riputava una cosa stessa con lei: soltanto ai dì nostri a taluno essendo venuto talento di separare la diplomazia, ci ha rinvenuto la bugiarderia e la gagliofferia rinterzata con la sfrontatezza. Appena i Genovesi ebbero messo il piede nell'isola, incominciarono a gittare con la pala ai Bonifazini danari, privilegi, insomma ogni bene di Dio: donde entrò, se non in tutti, almeno in corpo a moltissimi la voglia di venire a parte della cuccagna: arti antiche e tuttavia sempre efficaci; le mosche si pigliano col miele dacchè mondo è mondo. Calvi fu la prima a non si poter reggere e, accordatasi a patti, mise dentro i Genovesi; poi, continuando a declinare le fortune pisane, parecchi conti, voltate le spalle come suole ad occidente, si girarono a oriente. Allora si consigliarono spedire in Corsica Giudice di Cinarca con armi e navi per mantenersi nella devozione i vassalli fedeli, i ribelli reprimere: questi veduta la mala parata ricorrono ai Genovesi, che agguantano la occasione a braccia quadre. Cristo giudicò la lite contra i Pisani non senza ammonirli prima che s'imbarcassero, lasciandosi cascare di cima allo stendardo in Arno, che non era per loro. Se fu come la contano, certo non lo mossero i meriti dei Genovesi: forse in quell'ora i peccati dei Pisani pesarono più su la bilancia della giustizia divina, che quelli dei Genovesi. Roma, origine di tanti guai, considerando adesso che i Genovesi da un lato non erano pesci da abbocconare[11] l'amo di san Pietro, e dall'altro che i Pisani erano sfidati dal medico, ripiglia la Corsica e, poichè aveva le granfie stese, piglia anche Sardegna (era come fare un viaggio e due servizii), e concede la investitura di ambedue a Giacomo II re di Aragona. Teneva in quel punto l'accetta, voleva dire le chiavi degli apostoli, Bonifazio VIII, di mestiere avvocato: però s'egli sapesse tirare l'acqua al molino non occorre dire. Costui mise nel diploma per condizione, il re prestasse omaggio, pieno vassallaggio e giuramento di fedeltà alla Chiesa; la sovvenisse con cento uomini di arme corredati di un destriere e due palafreni per uomo, e cinquecento fanti, di cui cento almeno balestrieri con le balestre nuove, tutti aragonesi o catalani; ancora pagasse il censo annuo di due mila marchi sterlini di argento buono al romano pontefice in qualunque parte si troverà; e se non paga, scomunica e decadenza. Lui morto, succede poco dopo Clemente V, francese; quindi non parrà strano che dove Bonifazio rase la barba, ei ci facesse il contropelo: in effetto allo sprofondare di Corsica e di Sardegna aggiunse Pisa e l'Elba mercè l'aumento di altri mille marchi di argento da pagarsi dai reali d'Aragona. Roma vendeva a buon mercato provincie ed isole: bisogna dire perciò che le costavano anco meno; e per me giudico ch'ella avrebbe venduto il sole: basta che si fosse trovato chi avesse voluto comprarlo e sopratutto pagarlo. I reali d'Aragona ebbero fama, quanto a fede, di star meglio dei Turchi; sicchè, venuti alle strette con Roma, imaginate se la battesse tra il rotto e lo stracciato: così vero questo, che Giacomo, conquistata la Sardegna, mandò a dire al papa che, avendo speso un occhio per impadronirsene, durante dieci anni almeno non gli avrebbe potuto pagare un bolognino; dopo, se gliene avesse dati cinquecento, sarebbe bazza. Se il papa soffiasse a siffatte iniquità ed arricciasse il pelo, non è a dire; molto più che in quel torno nei piedi di san Pietro pescatore si trovava Giovanni XXII, famoso per tirare al quattrino:[12] ma ormai re Pietro se l'era presa, e bisognò, comechè al Papa paresse mandare giù una resta di grano, ingozzarla, non mica per perdere tutto, bensì per lesinarsela fra loro. Giovanni con quei paroloni pei quali Roma è unica ad onestare le più sozze cose, ammoniva primamente re Pietro come quel degno uomo di Carlo I di Napoli, malgrado le spese enormi per conquistare il regno, aveva sempre pagato puntuale come un banco il censo alla Chiesa; poi disse che per l'amore sviscerato che a lui figliuolo dilettissimo portava, quantunque la sede apostolica non solesse mai fare rimessioni, sarebbesi adattato a ricevere mille marchi per soli dieci anni; e cascasse un quattrino, a monte ogni pratica. Per allora continuò a quel modo, ma parecchi anni dopo Giovanni re di Aragona non volle pagare più nulla e ne allegava per causa, che regnando due papi, Urbano e Clemente, egli, che semplice era e timorato di Dio, il vero dal falso non sapeva distinguere, e molto lo atterriva il risico di somministrare pecunia allo scismatico; parergli meritorio a scanso di guai tenersela in tasca.