Questi furono i benefizii degli Austriaci alla Corsica: Genova ci spese meglio di 8 milioni di scudi; dei regali ai Wurtemberg si fece un gran dire a quei tempi; appena la nave che lo condusse a Genova sorse nel porto, lo salutarono con le artiglierie; posto piede a terra, cannonate da capo; fu ricevuto da due deputati del consiglio grande, che lo menarono con le carrozze del governo nel convento dei Carmelitani, dove gli avevano fatto apparecchiare l'alloggio; lo invitò il Doge alla grande; e di ritorno a casa fu presentato con casse di cioccolate e di varia ragione liquori; ancora di una canna d'India diamantata e di una spada altresì, intorno alla impugnatura della quale si leggevano incise le parole: — Mi acquistasti con gloria, conservami con onore. — Per ultimo venivano quadri rappresentanti le sue imprese di guerra e di pace operate in Corsica, e si crede di certo che il pittore, cui furono commessi, ebbe a sudare meno di quello che dipinse le geste di Alessandro Magno. La fama raccontò che il valsente dei regali sommasse a meglio di 80 mila genovine; ma forse fu iattanza dei Genovesi, i quali, quanto sottili nel dare, altrettanto sono larghi a magnificare; ad ogni modo spesero molto, e non levarono un ragnatelo da un buco, anzi opinarono parecchi che avessero peggiorato le loro faccende, e fu appunto in proposito di questa guerra, che il marchese di Argens inventò l'apologo dell'ortolano e del cacciatore, il quale, come giocondo molto, vi voglio raccontare. Certo ortolano non poteva venire a capo di salvare i suoi cavoli, chè una maladetta lepre quanti ne nascevano, tanti gliene mangiava, ond'ebbe ricorso a certo cacciatore suo vicino, raccomandandosi che andasse a cacciargliela: questi glielo promette, ed un bel giorno arriva co' cani, che sguinzagliati sopra la lepre, la perseguitano di su e di giù facendo maggior danno in un'ora, che la lepre in un anno; al fine la lepre scappa; il cacciatore chiede la mancia, e consiglia l'ortolano a turare le buca della siepe donde la lepre potrebbe rientrare nel verziere. — I Genovesi, costretti ad osservare, almeno in apparenza, i termini dello editto imperiale, mettono su con poche lire una mano di furfantoni a chiedere grullerie, le quali subito concedendo, intendevano potere affermare di avere largito quanto i Côrsi avevano saputo chiedere, anzi qualche cosa di più; ma sventarono il tranello Giacinto Paoli, Simone Fabiani, G. Giacomo Ambrosi e Angiolo Luciana e Antonio Marengo, i quali prima chiarirono come quei ribaldi non avessero ricevuto veruna commissione dal popolo, e poi che coteste l'erano cianciafruscole, e ci voleva di altra maniera riforme per riparare i vecchi abusi; così bisognò alla fine promulgare un regolamento, dentro il quale non si sguazzava, ma si lasciava vivere; l'imperatore l'approvò e ne guarentì l'adempimento; i Genovesi lo sottoscrissero e deliberarono non osservarlo. Dio sta in alto e il re abita lontano, dicevano i vicerè di Napoli; i Genovesi non lo dicevano, ma lo pensavano, ed operavano giusto secondo tale opinione. — Siccome lo espediente più corto e ad un punto più sicuro di ottenere il silenzio sta nello ammazzare chi parla, così Simone da Campoloro, Giovanfrancesco Lusinchi assassinano, l'Alessandrini imprigionano, citano a comparire in Bastia Giangiacomo Ambrosi, Giacinto Paoli ed altri parecchi; domandando essi salvocondotto, si mandano 450 soldati in Rostino sotto il comando del capitano Galliardi ad arrestarli; i Côrsi gli assaltano e rompono. Felice Pinelli, surrogato a Girolamo Pallavicino, bandisce perdonerebbe la ribellione a patto gli consegnino i capi.
Lo zoppo Cardone contava la cosa a quanti paesani s'imbatteva, i quali, recatisi gli arnesi in spalla esclamavano: — La vuol ir male... (pag. 119)
In questa arriva il vecchio Giafferi, che i Genovesi dandogli pensione e carico di comandante, avevano tentato confinare a Savona, e raccolti gli armati, espugna Corte e il castello; quivi si convoca la consulta, la quale risponde al bando del Pinelli abolendo il governo della Repubblica e ardendone gli statuti. La guerra risorge più feroce che mai; fu varia la fortuna delle armi, ma più spesso arrise alla virtù côrsa, che al numero dei Genovesi, come a Moriani, dove rimase disfatto il figliuolo del Pinelli e il vescovo di Aleria, ma la corruzione da una parte, il diligente corseggiare delle galere genovesi intorno alla isola dall'altra, impedendo l'arrivo delle armi, e per ultimo dividendo gli animi, ridussero le cose all'estremo: ormai costretti a chiedere pace avevano loro risposto, consegnate le armi si rimettessero alla misericordia di Genova; disperati di ogni umano soccorso si volsero a Dio con le parole del Salmista: — Et tu, Domine, usquequo? — E il Signore, che non patisce sia detto avere egli abbandonato i difensori della patria, mandò, quando meno se lo aspettavano, in aiuto della Corsica il barone Teodoro di Neuhoff. Egli si mostrò su le coste di Aleria, dove lo condusse la nave inglese, comandata dal capitano Dick, in arnese stupendo; portava cappello a tre punte piumato e gallonato; la parrucca con cipria; sottana e zimarra all'armena, questa verde, l'altra vermiglia; le pantofole rosse alla barbaresca, un bastone ritorto in mano e la scimitarra turca pendente alla cintura: pareva venuto a posta per essere piantato in mezzo ad un campo di saggina per ispaurire gli uccelli, e invece volle essere re. Gli dissero che re non usavano in Corsica, si contentasse che lo salutassero salvatore del popolo; e' non ne volle sapere; i Côrsi poveri non poterono dargli altro scettro, che di quercie, ma ahimè! o di quercie o di oro lo scettro non è meno atto a fracassare le ossa del popolo. In ciò ammirate la mano di Dio, il quale a salvarci adoperò l'arnese che apparve più sconcio. Accompagnavano Teodoro, Saverio Buongiorno, tre barbareschi, fra i quali Maometto, stato schiavo a Livorno su le galere toscane, due giovani livornesi scappati da casa, Attiman e Bondelli, un prete di Portoferraio, Francesco dell'Agata fiorentino, una Costa, un Fozzani, un Loczi; insomma una vera brigata di saltatori. Quali e quanti soccorsi portasse seco, io non vi so dire, chè stava sempre prigioniero a Genova; però ne corse diverso il grido: chi pretese avvilirlo disse: 200 fucili, altrettante pistole, alcuni piccoli pezzi di artiglieria, certe quantità di sciabole; ed anco genovine e zecchini, ma pochi: all'opposto quel barone Friderik, che si faceva credere suo figliuolo ed era un frate sfratato, volendo magnificarlo sostiene, che Teodoro venne in Corsica con una fregata e due navi cariche di 14 mila sacca di grano, 6 cannoni di bronzo, 12 di ferro, 20 mila fucili, 14 mila vesti, altrettanti cappelli e para di scarpe e 100 mila zecchini. Forse, secondo il solito, la verità è tra due. Ma poco importa sapere quale dei due racconti sia il vero; questo intanto è certissimo, che senza l'apparizione di Teodoro, tra la gola côrsa e il rasoio genovese non si vedeva che si potesse mettere di mezzo.
— Bene: io mi sento lieto nel vedere, che non vi unite agli altri per dare la baiata ad un uomo forse generoso, certo infelice.
— Ohibò! So che i Francesi lo hanno preso a godere come quella forca del Voltaire: cotest'altra buona lana del marchese di Argens gli dedicò il secondo volume delle lettere ebree, come i tre successivi a Don Quicotto, a Sancio Panza ed a Amadigi delle Gallie: il Casti, vergogna del clero toscano, lo mise in canzone in un dramma; breve; all'albero che casca, accetta accetta, secondo il solito; non io così; ma confessando, che senza la sua comparsa per la Corsica era finita, non posso tacere che alla gratitudine nostra si chiuse ogni via quando, approfittandosi delle angustie nelle quali versavamo, ci mise il gancio al collo, e volle dominarci re; e degno di corona apparve nella breve potestà, se consideri la lascivia, la ferocia e l'abbiettezza di lui.
La lascivia lo condusse a toccare un carpiccio di bastonate a Cervione, ma delle solenni, e ciò per opera di un giovanotto di Alesani, che stando di sentinella alla casa di Teodoro, fu visitato dalla sua sorella; vedutala il re volle tirarsela a letto; e a letto veramente ei ci si condusse, ma solo e con le ossa rotte. Di talento immane fe' prova quando nella presa del forte dell'isola Rossa, trovato un tenente côrso complice di certa congiura contro di lui, ordinò che gli mozzassero la lingua, poi legato ad un albero lo ardessero vivo. I Genovesi, avendo preso uno del suo seguito, lo impiccarono, ed egli senza porre tempo tra mezzo, fece impiccare di un tratto 40 prigionieri genovesi sotto le mura di Bastia; certo qui si può scusare, perchè intese ammaestrare quei cosacci dei nostri nemici nelle buone creanze; pure ecco questa la trovai anch'io un tantino abbrivata; peggio fu mandare a morte, brevi manu, due Côrsi venuti a zuffa tra loro; e questo nacque da considerarsi, come re, sopra le leggi e i maestrati; ciò poi, che più di tutto gli nocque, fu la morte di Angiolo Luccioni, capitano di valore, che avendo favellato con manco di riverenza di Teodoro, egli se lo fece ammazzare sotto gli occhi in onta alle supplicazioni dei circostanti: dell'abbiettezza rammenterò una cosa sola, ed è la vendita della Corsica ai suoi creditori; e questo stette meglio ai Côrsi che il vezzo alla sposa; dacchè si dettero come schiavi, fu giusto, che si trovassero venduti come bestie. Chi fosse questo uomo, chi lo mandasse, da cui ritraesse i quattrini, o non è noto, o poco manifesto. Affermano avere vagato pel mondo a mo' di zingano sotto nomi diversi, ora pigliando quello di Napaer, ora di Limber, ora di Nisun, ora di Seimbough; quanto a titoli potete credere ch'ei non si lasciasse patire; in Londra passò per tedesco, in Livorno, per inglese; di commendatizie non conosceva penuria, perchè, dicono, se le fabbricava da sè; assicurano eziandio, ch'ei dimorasse schiavo qualche tempo a Tunisi. La fonte dei quattrini taluno la trova nel Gran Turco, altri nel Bey di Tunisi, cui promise arrolare un reggimento di Côrsi; altri per ultimo l'attribuisce ad una sequela di truffe, dentro le quali accalappiò un Burazzo di Sartene, l'ebreo Sebagh di Livorno, e certe religiose di casa Fonseca stanziate a Roma nel convento dei santi Sisto e Domenico: voi per avventura ne saprete qualche cosa di più sicuro, perchè credo che morisse a Londra, e forse l'avrete conosciuto.
— Difatti io l'ho visto, ma non so di qual colore sia la sua voce, imperciocchè ad ogni mia interrogazione rispose col silenzio: ciò può non parere gentile, ma egli aveva perfettamente diritto di fare così. Io posso darvi contezza precisa della sua vita e della sua morte...
— Oh! sì fatelo, che siate benedetto.