Voi sapete, signore Inglese, come non vi abbia gentildonna in Francia, la quale ricusi diventare marchesa a patto di passare per la via delle sgualdrine,[15] come del pari gentiluomo che senta ribrezzo di venire in cima a quelli che in lingua di corte si chiamano onori, facendo di tutto un po', ed anco direi di che, ma l'abito mi persuade a tagliare corto; però essendo stato promesso il bastone di maresciallo al nuovo generale se arrivava a mettere in cervello i Côrsi, pensate voi se le sue gambe si arrestassero dinanzi a fosso divino o umano. Io non vi ci metto su nulla di mio; quanto vi narro lo cavo da persona molto privata di lui, la quale ne scrisse la storia: non gli bastando quindicimila uomini tra fanti, cavalieri e bombardieri a vincere la facile impresa, trovandosi i Côrsi si può dire senz'armi, dette opera di seminare la discordia fra i capi, screditando gli uni presso gli altri come traditori; alcuni corruppe con premii presenti, e speranza di maggiori vantaggi avvenire; ad altri fece toccare con mano la condizione disperata delle cose, e poichè non venne a capo di ottenere, che staccatisi dai compagni si mettessero alla scoperta dalla parte sua, si contentò della promessa che nelle difese andassero fiacchi; dopo questa nobile arte adoperò l'altra di devastare le pianure, perchè i possessori colligiani o per salvarle dalla ruina si sottomettessero, ovvero calando per difenderle al piano, gli dessero abilità di lacerarli con le artiglierie; e questo parve per un tempo il miglior partito, ma non gli riuscendo sollecito, giusta il suo desiderio, ne saggiò un altro, e fu non solo negare quartiere a quanti gli capitavano nelle mani, ma eziandio farli con tormenti crudelissimi morire; a Giussoni quaranta patriotti insieme al parroco furono arsi vivi, sbracciandosi in questo alto gesto il colonnello Arboville; e perchè la immanità francese moderna nulla avesse ad invidiare le antiche torture, segarono in mezzo alla maniera di Tamerlano un Côrso: in ispecial modo Magliaboia l'aveva co' preti e coi frati, talchè a Corte fece impiccare un parroco in mezzo a due contadini; a Olmeta due frati vestiti del loro abito religioso; anche le ipocrisie giuridiche erano trascurate; il prete Gianni, preso, fu impiccato su l'atto; la persecuzione francese sofferta dalla chiesa di Corsica per amore della libertà, non disgrada veruna delle romane per amore di Cristo; e se vi piace saperne il delitto, ve lo dirò con le parole dei loro stessi storici; insomma bisogna dire, che altro non si opponeva, tranne una smania eccessiva per la indipendenza ed uguaglianza di tutti gli stati, cosa senza dubbio colpevole; e in altra parte favellando costoro del venerabile curato di Zicavo, lo chiamano bandito perdutissimo per avere fatto giurare il suo popolo davanti il sacramento di difendere la patria fino all'ultimo sospiro.
Io desidero, che sappiate come gli ecclesiastici côrsi amassero la libertà, e patissero per lei, perchè ciò vi chiarirà della cagione per la quale il popolo qui continua a proseguirci di riverenza e di affetto, mentre altrove, diventati ormai cagnotti della tirannide, ci hanno in conto poco meno di scorpioni. Frate Serafino di Ampugnani (Dio beatifichi l'anima sua), condotto alla presenza del Magliaboia, avendo notato un colonnello che con gesti minaccevoli e voce sdegnosa gli favellava, comprese che non gli faceva il panegirico; non intendendo il francese non capiva per lo appunto le parole, onde pregato taluno glielo spiegasse, e udito come fossero oltraggi, gli sbatacchiò sul mostaccio il vangelo dei cinque evangelisti con tanta grazia, che gli mandò giù due denti in gola, e subito dopo, arraffatto lo schioppo alla sentinella, glielo sparò contro stendendolo in terra morto; preso e portato alla forca, ritto come un cero, il frate dabbene con alta voce cantò per tutta la via il Tedeum. I Genovesi si consultarono col Magliaboia per mettere sesto a questa faccenda dei Conventi; e proposero chiuderli addirittura, mandando i padri gesuiti a predicare, conforme i miserabili loro istituti persuadono, il servaggio: ma al Magliaboia non parve partito buono, non fosse altro, per essere stato messo innanzi da altri: consigliò piuttosto far venire in Corsica frati francesi, ormai avvezzi a chinare la schiena e mescolarli coi Côrsi, confidando che in breve gli avrebbero istruiti nella civiltà, che così in Francia, ed anco un po' in Italia, si chiama l'arte del servitore. Ai Genovesi, non meno presuntuosi del Magliaboia, non piacque nè anche questo ripiego; pensatoci su offersero regalare alla Francia tutti i parenti e fautori dei fuorusciti, non che i ribelli rimasti o tornati in casa, affinchè ella gli spedisse alla Luigiana o altrove. Allora il Magliaboia, come preso da orrore, rimprocciò il senato ligure, che mentre gli altri principi si adoperavano popolare i proprii Stati, essi li disertassero: il francese ingegnoso trovava differenza tra il bando da casa di un popolo, e il tenervelo dentro a mo' de' capponi nella stia, per tirargli il collo la vigilia delle solennità. Ad un tratto, ch'è, che non è, i Francesi dopo avere raccomandata la loro memoria in Corsica al fuoco e alla corda, l'abbandonano lasciando Genovesi e Côrsi ad aggiustarsela in famiglia, non dandosi un pensiero al mondo della umanità spaventata come con tanta leggerezza potesse accoppiarsi tanta ferocia. I Genovesi considerando che, durante la guerra della successione, avrebbero teso indarno la mano usa a chiedere l'elemosina di un po' di forza, si avvisano ad operare l'altra del tradimento; monsignore Mariotti vescovo di Sagona, che ormai dalla repubblica non isperava più pace, e lo diceva, pigliano e mettono in fondo di torre; richiesto da Benedetto XIV, negano darlo, scaldandocisi il Papa lo rendono; il giorno dopo la sua libertà muore; i Genovesi avevano trovato, che il camposanto custodisce meglio della torre, e il veleno carceriere fidato cui non si fa le spese; rendutisi sempre più odiosi e privi di forza; per tenere il popolo in obbedienza sguinzagliano ladri e assassini dalle carceri, richiamano sbanditi, mettono sottosopra l'isola, e ciò col fine che, lacerandosi, si mantenga debole, per poterle poi in tempi più destri rimettere le manette ai polsi.
I Côrsi non volendo andare a sacco e a sangue, provvedono al caso eleggendo tre uomini per sopraintendere al buon governo, li chiamarono protettori, e fu tra questi Giovampiero Gaffori; la repubblica si risente, come quella che, per la creazione di siffatto maestrato, immagina offesa la sua autorità. Il commissario Giustiniano a suono di cannonate mette in un mucchio di sassi la casa del Gaffori a Corte, e ne cattura il figliuolo. Ma il Gaffori non era uomo da spaventarsi della casa disfatta nè del figliuolo preso; al contrario, il pericolo crebbe l'ira a lui ed ai suoi: oh! allora i Côrsi combattevano in guisa, che non ci era paragone che gli uguagliasse, e spero, prima Dio, che combatteranno anche adesso: i soldati del castello rimasero come annegati da un rovescio di piombo; quando si arresero non ne fu trovato veruno illeso, e parecchi con più ferite. Parrebbe che i Genovesi non si fossero dovuti lamentare del commissario Giustiniano, dacchè in verità che cosa potesse tentare di più e di peggio non si sa vedere; non si tennero soddisfatti: lo richiamarono e gli fecero così feroce bravata, che dalla paura il dabbene patrizio si rese frate somasco, ed indi a breve morì. Inviarono il Mari, che promise Roma e Toma, ma stremo di denaro non riusciva a motivo che valesse; avendo menato per teologo il padre gesuita Porrata, si ristrinse seco lui per consigli; questi propose levare gli argenti dalle chiese e con pretesto di tenerli custoditi in Bastia, valersene; al Mari piacque la pensata, e gli mandò a pigliare; dalla sola Annunziata, chiesa dei Serviti, ne cavò 600 libbre, e gli parve averli rimessi in buone mani. Raccolti gli argenti, perchè la faccenda si mantenesse segreta, spedì il gesuita a venderli a Livorno; e questo il gesuita fece; solo non ritornò, simile al corvo dell'Arca ei battè l'ale in contrade lontane; benchè altri affermi ch'ei se ne andasse a Roma a mettere in salvo il bottino nel collegio di Gesù, dove i suoi superiori, dopo lunghe disamine, sentenziarono che il ladro, il quale ruba al ladro, non fa peccato e lo venerarono due cotanti meglio di prima. Quando i Côrsi se lo aspettavano meno, ecco commoversi le materne viscere di Maria Teresa (i Papi le hanno paterne) e a Carlo Emanuele altresì, e prima coi bandi, poi con buon polso di gente comandata da un colonello Cumiana aizzano i Côrsi a dare addosso ai Genovesi; la imperatrice, d'accordo col re, aperti un bel giorno gli occhi, vedono «che la repubblica ha violato la umanità e la giustizia continuando nei modi più aspri alla distruzione dell'onore, delle sostanze e della vita degl'infelici Côrsi.» Cagione della nuova tenerezza la lega di Genova con la Francia e la Spagna per istabilire l'infante don Filippo nel ducato di Parma e Piacenza, nella quale la repubblica era condotta a cagione del marchesato di Finale, che donato prima da Carlo VI ai Genovesi, il medesimo imperatore con la consueta verecondia di casa di Austria, cesse al re di Sardegna. Così questi signori, a seconda dei loro interessi, si dicono corna, e quando a vicenda l'uno ha scoperto gli altarini dell'altro, maravigliano se il popolo si ride dell'autorità di tutti.... oh! non sono curiosi costoro?... Dietro ai Sardi e ai Tedeschi si accordarono gl'Inglesi, ch'erano allora di balla; i Francesi per astio ritornano l'isola in mano a loro, pari alla veste di Cristo, giocata a dadi tra sbirri briachi. Che parlo, o che taccio? La lingua per queste infamie non si avvolge impunemente, come chi cammina per la melma senza macchia non può uscirne.
I principi discordi stipulano un armistizio, nel quale includono i Côrsi; nella pace finale di Aquisgrana li dimenticano. Donde ciò? Gli è chiaro: gl'includono nell'armistizio, affinchè continuando a combattere non iscompiglino le uova nel paniere; gli scordano nella pace, perchè i Genovesi, aiutati da capo dai Francesi, abbiano facoltà di rimettere loro le mani dentro i capelli. Di fatti i Francesi, per la smania di mestare, entrano di mezzo e arruffano la matassa peggio di prima; a una parte non piacciono, all'altra sgarbano, e inimicatisi Genovesi e Côrsi lasciano da capo ogni cosa in asso dicendo: chi l'ha da mangiare la lavi. Ora sì che i Genovesi non sapevano a qual santo votarsi; i Gesuiti, in ammenda del furto, si proffersero seminare zizzania fra i Côrsi e fino a un certo punto riuscirono, chè un certo padre Ricchini, imbroglione di tre cotte, arrivò a scalzare il generale Giuliani, uomo dabbene, ma facile ad essere aggirato; il Gaffori tenne sodo, e fu mestieri venire a patti con lui: richiesto dalla repubblica di mettere in carta le sue pretensioni, rispose, dandosi un paio di fregate alla fronte: è presto fatto, e incominciò: non si parli di concessioni perchè questa parola implica facoltà di ritirarle, quando anco ci si aggiunga l'altra d'irrevocabili e perpetue; dicasi convenzioni: ancora tacciasi di perdono, perchè la natura somministri ad ogni uomo il diritto di pigliare le armi per la libertà; si adoperi il termine dimenticanza e sarà meglio, molto più che potrebbe convenire ad una parte ed all'altra; e così di seguito. I Genovesi crederono diventarne matti, cotesti repubblicani bottegai a sentirsi toccare la regia autorità andarono su i mazzi; le consorti repubblicane offersero cedere le gioie per sostenere nuove guerre, anzichè perdere il titolo di regine di Corsica; vanità di vanità! senonchè i nobili mariti anche per questa volta ricorsero all'assassinio come spediente meno costoso, ed un bel giorno il Gaffori si vide circondato nel bel mezzo di una macchia da uomini, che gli ordinarono scendere da cavallo, e raccomandare la sua anima a Dio, ed egli lo fece, ma, da quel Giovanni bocca d'oro ch'egli era, con tante belle ed amorose parole gli raumiliò, che gli caddero ginocchioni davanti, chiamandolo padre, e chiedendogli perdono. Così per questa volta la scampò: allora i Genovesi sapendo che, come dal migliore vino si cava l'aceto più forte, l'odio del pari ribolle mortalissimo tra le persone, le quali per vincolo di sangue arieno maggiormente ad amarsi, confidarono l'opera di sangue ad Antonfrancesco fratello di Giampietro, che si aggiunse compagno Giambatista Romei, detto biscaglino. Quando entrerete a Corte vedrete a manca un convento di cappuccini; lì proprio sul canto fu ammazzato a schioppettate il Gaffori che ritornava da visitare una casa che fabbricava in campagna; inoltrandovi troverete una piazza dove stanno ritte le forche, e questa è l'area su la quale sorgeva la casa del Romei sovvertita dalla vendetta pubblica; su lui non si potè sfogare, che, dopo essersi riparato a Calvi, andò a Genova ov'ebbe il prezzo del sangue; le forche fra noi chiamansi biscaine, facendo, del nomignolo dello assassino, nome al patibolo per memoria d'infamia: dirimpetto alla feritoia del castello, dove fu esposto il figliuolo di Giampietro, contemplerete la casa sua novellamente ricostruita, e nondimeno sopra ogni altra più vecchia famosa: qui fu che la moglie di Gaffori, assediata in assenza del marito, poichè vide i difensori scorati dalle morti di parecchi fra di loro, e dalle ferite ormai disposti a capitolare, accostatasi con un tizzo acceso ad un barile di polvere disse: Cugini cari, se ripigliate a combattere ci è caso che taluno di voi si salvi, se cedete le armi siete morti tutti, perchè quanto è vero Dio, metto fuoco alla polvere. — Ricominciorno le schioppettate, e soccorsi in tempo scamparono. Qui la stessa donna, fatta toccare la camicia insanguinata del marito al suo figliuolo di 12 anni, ordinò che giurasse: — Sacramento di perseguitare a morte i Genovesi — e lo sacramento pel sangue di mio padre, e pel dolore di mia madre. — Qui finalmente, avuto nelle mani il caino cognato, gli fece bere sotto i suoi occhi a lenti sorsi la morte, e per ultimo mazzolare. — Povera donna, chi non la compatirebbe se con ogni partito onesto s'industriava a temperare la sua angoscia?
Il Boswell si sentì come rimescolato a udir coteste parole, che ei non sapeva se avesse a considerare più o selvatiche, o bizzarre, e voleva dire la sua riprendendo cotesto atto di ferocia, biasimevole in tutti, ma guardati con la coda dell'occhio i compagni, ne vide i volti così arricciati, che non gli parve aria da avventurare considerazioni.
— Compiti questi ed altri assassinii, i Genovesi ricorrono da capo alla Francia; a vero dire sfidati, che la sapevano ristucca, e più di una volta si erano sentiti dire sul muso da lei: voi siete buoni a bastonare i pesci, non già a reggere stati, ma ci mandarono un mezzano di nome Agostino Sorba, che si vantò bastargli l'animo: di vero e' ci pervenne; udite come: avendo letto di Temistocle, il quale soleva dire, il figliuolo suo comandare a tutta la Grecia, conobbe, che certe faccende bisogna pigliarle per la coda. Ora il duca di Choiseul come ministro poteva tutto su l'animo del re, su quello del duca la duchessa di Grammont sua bagascia, su la duchessa la cameriera Giulia: pertanto egli barattò alla cameriera Giulia 500 mila franchi di credito sul Canadà, che scapitavano 75 per cento; con tanti biglietti della banca di San Giorgio, ch'erano d'oro in oro, e per questa guisa tornarono i Francesi a sostenere in Corsica le parti dei principi legittimi, immagini sopra questa terra di Dio ottimo massimo, come tutti sappiamo: aspettate, mi dimenticava un tale Dumoriez che, dopo avere offerto di noleggiare la sua spada ai Genovesi contro i Côrsi ribelli, venne ad offerirla ai Côrsi contro i Genovesi tiranni, prima persuade al duca di Choiseul di mandare armi in Corsica, ma per guadagnare cento luigi detta una memoria per chiarirlo che farebbe un buco nell'acqua; però ha la fronte di scrivere che ci mise dentro ragioni da sassate, e con questo confessa che rubò i luigi. — Insomma andare pel minuto a ridire tutte le infamie di questi maneggi, l'anima umana per vergogna invilisce; e per dar fine, basti, che i Francesi, aizzatori prima dei Côrsi contro la oppressione genovese, in seguito ausiliari della tirannide genovese contro i Côrsi, adesso ci hanno comprati come bovi da macellare, e ci bandiscono traditori e felloni se non porgiamo di buona grazia la gola. Ma Dio ci ha inviato Pasquale Paoli, e staremo a vedere se creature, cui il prete insufflò l'effeta di Dio, se anime immortali, redente alla libertà dal sangue di Cristo, possano essere vendute a mo' di stime vive o morte col podere del creditore fallito! Ora abbiamo o non abbiamo ragione di odiare i forestieri, noi? Ditelo voi nella vostra coscienza. Con tutte le potenze dell'anima e del corpo non devono i Côrsi custodire la libertà? — Me ne rimetto in voi, signore Inglese. Parlate franco, gli uomini liberi sanno del pari favellare ed udire la verità.
— Eh! vi dirò; viaggiando per Toscana arrivai ad un paesotto, dove lessi sopra la spalliera del seggiolone del Giudice un avvertimento, che chiedo in grazia potervi ricordare.
— Dite pure.
— Priore, udite l'altra parte. L'altra parte qui non occorre, sicchè la possa sentire io: e voi sapete, che con un bove solo non si fanno solchi: pertanto io giudico, che parecchie delle cose da voi esposte non sieno vere.
— Voi dunque mi date del bugiardo in faccia?