E di orribili strida il ciel feriva;

Qual mugghia il loro allor che dagli altari

Sorge ferito, se del maglio appieno

Non cade il colpo, ed ei lo sbatte e fugge.

Eneid. l. II.

Comunque però vinca il Laocoonte scolpito il Laocoonte del poeta, pure, anche il primo del quale ragiono s'ingegna svincolarsi dai nodi dei serpenti, e ai figli che gli stanno accanto, avviluppati nelle medesime spire, ei non bada. Non così Niobe! Oh non così! Ella, sente fischiarsi sul capo la romba dei dardi celesti, e per se non li teme, e non tenta nemmeno sottrarvisi; solo si ricovra in grembo la fanciulletta unica della bella figliuolanza che la rese infelicemente superba, e con estremo conato si sforza salvarla dalla vendetta celeste. Amore di madre non si supera nè si uguaglia, e di questo vadano orgogliose le donne; chè se di altre dignità si mostravano loro i cieli avari, questo solo basta a formare la corona della loro vita, e a farle perdonare di ben molti peccati. Le donne non ebbero mai più gentile lodatore di quel Martino Lutero, di cui il nome solo mette spavento alle mie leggitrici cattoliche. Fra Martino, il quale ebbe, come il Bandello lasciò scritto, — un bellissimo ingegno, — notando la sua Bibbia, al punto in cui si narra il sacrifizio d'Isacco, scriveva così: «Quali mai furono i sentimenti di Abramo allorchè acconsentiva a svenare il suo figliuolo unico? Certo egli non ne tenne parola con Sara....» — Lo Chateaubriand avverte sembrargli cotesta riflessione per semplicità e per tenerezza quasi sublime. Perchè quasi? Io di mia propria autorità tolgo l'avverbio modificativo, e la dichiaro del tutto sublime, e se taluno si avvisasse riprendermi, io me ne appello a tali giudici, che so troppo bene che mi daranno ragione, — voglio dire le Madri.

So per lettura di effemeridi che pittori francesi, fra i quali Delacroix, concepirono e dipinsero la Pietà, (che Pietà suole chiamarsi in arte, la Madonna col Figlio morto in grembo); ma primieramente perchè non ebbi mai sott'occhio cotesti quadri, e poi perchè mi sento pochissimo disposto a giudicare con favore della pittura francese, così parmi onesto tacerne.

Piuttosto mi permetterò alcuna parola discorrere intorno alla famosa Pietà del Buonarroti. Veramente, quando uomini quale io mi sono, ci facciamo a ragionare di cotesti prodigi d'intelligenza, pudore e dovere persuadono a procedere molto rimessi, e a modo di dubbio: però la reverenza del nome non ha da togliere il giudizio: ossequio non suona tirannide, come libertà non corrisponde a licenza. Ora dunque a me sembra la Pietà di Michelangiolo comprendere copiosamente in sè tutte le qualità egregie e riprovevoli di quel divino intelletto. — Il pensiero e l'arte, e se vogliamo meglio, la parte materiale o la spirituale, in cotesta opera sconfinano i supremi limiti della Natura; per la quale cosa il dardo per tensione soverchia dello arco forvia dal segno, e l'effetto viene a mancare. Quanto di più infelice e di pauroso può esercitare il patimento sopra la creatura umana; quanto lo strazio può lasciare sopra la nostra carne di miserabili vestigi, — tutto è ritratto dallo spietato scultore in quel gruppo. L'anima nostra, sotto la sferza cocente del dolore, s'irrita: ella gronda sangue, non lagrime, e rimane stupida di ribrezzo, non commossa a pietà.

La Madre in Michelangiolo, sola con solo, sta col suo Figlio in grembo, lacero nelle membra, infranto da torture ineffabili, senza che nulla temperi lo spettacolo del morto staccato dal patibolo. Da quel congresso tremendo la Madre non può uscire che in due maniere, o col cuore impietrito, o col cuore rotto. Ora il concetto spinto a simili estremi ci vince; noi ci pieghiamo gemendo sotto questa forza, come se fosse un giogo di ferro, ma tenerezza, pietà, lagrime, ogni maniera insomma di sensi gentili, irrigiditi per soverchio rigore vengono meno. Ma ogni uomo è dominato dal proprio genio, e tale appunto la natura dispose, onde dai modi diversi di concepire e ritrarre il concetto nascesse poi celesta infinita varietà di cose, per cui l'Universo sembra che infaticabilmente si rinnuovi. Nè creda alcuno potere dominare il suo genio, però che muovendogli guerra si sposserà nella lotta, e in ultimo si troverà inetto ad imprendere opera che valga. Di tutte le contese, la più sterile è quella che combattiamo contro noi stessi... — Chiunque si fosse quegli che immaginò ferreo il freno da imporsi al pensiero, certo fu volgarissimo ingegno. Quando Sansone può starsi legato, è segno che gli cadde il vigore dei capelli. Trovi l'acerbo censore Milizia quanti pur sa difetti nel Moisè: egli deve confessare, il primo senso provato alla vista di cotesta statua, essere stata la paura. Ora se Michelangiolo si fosse studiato a togliersi la facoltà di atterrire che gli veniva dalla Natura, l'arte non avrebbe potuto dargli di commuovere blandamente, ed egli sarebbe rimasto come uomo abortivo.

Affermano alcuni che il concetto non costituisce l'arte; ma io non so comprendere arte che cosa sia senza concetto: ambedue formano un nesso che non può stare diviso, e i vizi e le virtù del concetto si trasfondono necessariamente nei modi di significarlo. I critici vengono dopo, come i soldati tenevano dietro al trionfo degl'Imperatori romani: accompagnando essi con parole di biasimo gl'ingegni sublimi, li ammoniscono mortali essere stati e fallaci come gli altri uomini tutti. Sterile scopo ed astioso; imperciocchè lo schiamazzo non tolga che gli errori commessi si emendino, nè che per le virtù esercitate i gloriosi ascendano al Campidoglio, nè che i futuri grandi uomini possano salirvi scevri affatto da colpa.