CANTO SLAVO.
Ci era una volta un Banno nella Croazia, cieco dall'occhio diritto e sordo dall'orecchio sinistro: e con l'occhio diritto guardava la miseria del suo popolo, coll'orecchio sinistro ascoltava le querimonie dei vaivodi; e chi possedeva copia di sostanza era accusato, e chi accusato moriva: così fece mozzare il capo a Umanai bei e al vaivoda Zambolic, e s'impadronì dei loro tesori. Dio alla per fine corrucciato dei suoi tanti delitti, mandò i fantasimi a tormentarlo ne' sogni; e tutte le notti appiè del letto egli vedeva su dritti Umanai e Zambolic che stavano a guardarlo fissamente con occhi spenti e lividi. All'ora poi in cui le stelle cominciano a impallidire, e il cielo si tinge in leggerissimo vermiglio dalla plaga di Oriente, cosa spaventevole a raccontarsi, i due fantasimi s'inchinavano quasi a salutarlo per ischerno, e i capi loro squilibrati cadevano e rotolavano giù pel tappeto. Allora il Banno poteva dormire. — Certa notte, notte fredda d'inverno, Umanai parlò e disse: — «Da gran tempo noi ti salutiamo; perchè non ci ricambi il saluto?» Allora il Banno si levò tutto tremante, e mentre s'inchinava per salutare, la testa gli cadde e rotolò sul tappeto.
EIUDUCO MORIBONDO.
CANTO SLAVO.
A me, antica aquila bianca... a me... io sono Gabriello Zapol, che ti ha nudrito sovente con la carne dei Panduri miei nemici. Io sono ferito; — mi sento morire, ma prima di dare ai tuoi aquilotti il mio cuore, il mio gran cuore, rendimi, ti prego, un buono ufficio. Prendi nei tuoi artigli il mio zaino vuoto e portalo a Giorgio mio fratello perchè mi vendichi. Nel mio zaino erano dodici cartocci, e tu vedi là dodici Panduri distesi morti intorno a me; ma ne vennero tredici, e il tredicesimo, il codardo Botzai, mi percosse alle spalle. Prendi, antica aquila bianca, nei tuoi artigli questo lino ricamato, e portalo alla bella Kava perchè mi pianga. — E l'aquila portò lo zaino vuoto al fratello Giorgio, e lo rinvenne ebbro di acqua arzente; e portò il lino ricamato alla bella Kava, e la incontrò che andava a nozze con Botzai.
L'AFFOGATO.
CANTO RUSSO.
I figliuoli accorsero nella Isba, e con altissime strida chiamavano il padre: — «Babbo! babbo! vieni presto, vieni! Le nostre reti hanno pescato un morto!» — «Che diavolo strillate?» brontolò il padre fra i denti; «tristi demoni, ve lo darò io il morto se non vi acquietate! Volete far venire il giudice co' vostri urli? Non sapete che incappati una volta nelle sue mani, per uscirne ci vuole un secolo? Basta, andiamo a vedere: moglie, dammi il kaftano. —
«Or dov'è il morto?»
«Eccolo là, babbo, eccolo là...»