Uccider di veleno? Ciò presentava, è vero, minor facilità di scoprimento, ma difficoltà moltissima di esecuzione. Come procurarsi il veleno? a chi fidarsi? Aver complici del delitto? Oltre a ciò, dal momento che nell'animo del Baronetto fosse sorto il pensiere di essere stato avvelenato, non avrebbe egli subitamente sospettato il futuro suo erede quale autore dell'avvelenamento? L'autopsia richiesta forse dall'autorità, a malgrado del testamento del defunto, non avrebbe annientata l'eredità, annientandone le condizioni? E non poteva il moribondo Baronetto, in un momento di chiaroveggenza, distruggere il testamento? Ma la difficoltà che superava tutte le altre pel compimento di questo delitto si era il procacciarsi il veleno, senza eccitare sospetti nella persona che lo avrebbe venduto. Aggiungi a tutto questo l'impossibilità di nascondere il proprio turbamento alla presenza del moribondo, del dott. Weiss, dei servi che sarebbero accorsi per prestare all'infermo ogni possibile soccorso e rimedio. Bisognava dunque non pensare ad una morte per avvelenamento.

Uccidere con istrangolamento? Era rischioso e terribile: Daniele non avea per questo nè forza nè coraggio. Prescindendo da ciò, questo genere di morte presentava la stessa faciltà di discoprimento che l'assassinio per pugnale. La scienza avrebbe immantinente rivelato il delitto, e la giustizia non avrebbe tardato a trovare il delinquente. Era dunque mestieri di smettere anche questa idea la quale, bisogna dirlo, facea fremere lo stesso Daniele.

L'impossibilità dell'esecuzione avea scoraggiato il giovine, il quale tenne ciò come avvertimento del cielo, e parea deciso a rinunziare ad un proponimento sì terribile. D'altra parte, il patibolo o i ferri non mancavano a quando a quando di mostrarsi da lungi all'atterrita mente del giovine, ch'era preso allora da salutare orrore del misfatto che avea concepito.

Comunque la sua ragione fosse a tal guisa annebbiata dalle passioni, il cuor di Daniele sentiva sempre un certo incomprensibile attaccamento pel Baronetto; e il pensiere di assassinarlo, tra le tante insormontabili difficoltà che presentava, si avea quella di dover soffocare quel tenero sentimento inesplicabile che Daniele provava per quell'uomo che gli avea dato così splendida ospitalità e che, morendo, il lasciava erede di tutte le sue ricchezze. E questo sentimento fu così forte che Daniele, rientrato in sè medesimo, ebbe bastante vigoria di volontà per iscacciar dall'animo il pensiere di tanto delitto; anzi, per vincere una volta per sempre la tentazione, risolvette di abbandonare quella casa e quel paese, e di affidare l'avvenire agli eventi. Daniele avea risoluto di congedarsi dal Baronetto.

— A capo di due anni, egli dicea tra se, tornerò a Napoli, mi recherò dal Duca di Gonzalvo, e gli porterò una lettera del Baronetto, in cui questi mi riconosce per suo erede. La tardanza dell'eredità sarà compensata dalla prodigiosa cifra di due milioni e da' titoli, di cui mi porrò in possesso alla morte del testatore. Vedremo se quel superbo Gonzalvo sarà soddisfatto e pago di ciò.

Daniele non volle più oltre indugiare a porre ad effetto la buona risoluzione che avea preso, e che temeva ad ogni istante di sentir vacillare in sè medesimo. Nello stesso giorno, egli salì dal Baronetto per accomiatarsi da lui e per pregarlo di volergli scrivere quella lettera pel Duca di Gonzalvo, ignorando le relazioni ch'erano passate tra questi due personaggi.

II. L'UPAS

Abbiam fatto più volte comprendere che il nostro principale scopo in queste narrazioni si è di fissare l'attenzione dei nostri lettori sulla più importante verità morale:

LA MANO DELLA PROVVIDENZA NEI FATTI DELL'UMANA VITA.

Quell'infinità di romanzi che si svolgono nella società degli uomini, di cui la maggior parte rimane ascosa agli occhi della storia che tocca soltanto i fastigi sociali, non sono, siccome noi crediamo; che dimostrazioni più o meno evidenti di quella verità che si appalesa almeno chiaroveggente.