II. LA LEZIONE

Il giovine era vestito nella più elegante maniera; il gusto più fino avea dettato la norma del suo abbigliamento, il quale non usciva però dalla più stretta semplicità. Entrando nel salotto dov'era quella incantevol creatura, Daniele rabbruscò la fronte e raggrottò le ciglia, dappoichè Emma non si era, secondo il solito, levata d'in su la sedia per andarlo a ricevere; la giovinetta pareva assorta interamente nello studio di quella ballata spagnuola.

— Buon giorno, maestro, gli disse, io vi aspettava con impazienza; non so se io abbia indovinato questo ritornello ch'è assai gentile ma difficile.

— Vediamo, Duchessina, a voi nulla può esser difficile.

— Davvero vi dico che non raggiungerò mai la semplicità e la grazia di questo canto; ho paura che nol canterò sabato alla serata di Lady Boston.

— In questo caso io mi attirerei l'odio e l'animosità di tutti, Duchessina, perocchè a me si attribuirebbe la colpa di non avervi fatto cantare questa ballata.

— Vi assicuro che non la canterei se non avessi ciò promesso a tutte le mie amiche.

— Ed al Visconte di Boisrouge, Duchessina, soggiunse cupamente Daniele, affisando i suoi occhi torbidi in volto alla giovinetta.

— Ebbene, sì, vel confesso; anche a costui l'ho promesso: sapete che questi è uno dei miei ammiratori, disse ridendo la fanciulla, mostrando quei due filari di denti nivei ed ugualissimi.

— Ammiratore! Duchessina, e chi non è vostro ammiratore? Dategli piuttosto un altro titolo.