Ed è perciò che noi assistiamo a questo fatto strano. Mentre in Francia l'aristocrazia è quasi del tutto avversa alla rivoluzione, in Italia, dove il potere regale ha più infrenato il feudo, l'aristocrazia partecipa spesso ai moti rivoluzionari. La rivoluzione napoletana del 1799, che è stata forse la pagina più bella della storia di Napoli, è fatta da una parte da fittuari e censuatari desiderosi di riscattarsi e da curiali, cioè da componenti la classe media, tormentata dal bisogno del potere, e dall'altra dagli stessi nobili, i quali erano scontenti del potere regale.
Quando in Francia scoppiò la rivoluzione del 1789 l'impressione di tutta Europa fu immensa. La presa della Bastiglia fu salutata da tutti gli spiriti eletti, quasi dentro la carcere politica di Parigi ognuno avesse qualche cosa della sua anima, che sentiva il bisogno di liberarsi.
Noi abbiamo forse esagerato un po' troppo il risveglio intellettuale e morale d'Italia nel secolo scorso. Abbiamo detto troppo: — se la spinta ci venne di Francia, in Italia eravamo già più innanzi e i nostri grandi pensatori, come Ortes, Filangieri, Genovesi, Beccaria e i nostri grandi letterati, come Alfieri e Parini, avevano già preceduta la rivoluzione.
Tutto ciò non è vero. L'Italia era un paese in cui ogni audacia intellettuale si perdeva nello scetticismo delle classi più colte; dove, se pur non mancava qualche ardito pensatore, le classi di governo e quelle che aspiravano a succeder loro non osavano.
I Principi del secolo passato appaiono in Italia assai spesso più audaci e più liberali dei loro popoli. Leopoldo II di Toscana, Giuseppe II d'Austria, Carlo III e perfino Ferdinando IV di Napoli, vanno molto più in là di ciò che non osino chiedere i loro sudditi. Qualche volta anzi essi seminano malcontento, appunto per la loro violenza riformatrice, come accadde a Napoli, e sopra tutto in Sicilia, dove il vicerè Domenico Caracciolo osò, con audacia giacobina, attaccare le basi stesse del sistema feudale.
Giuseppe II d'Austria diede alla Lombardia leggi eccellenti: fiaccò la potenza feudale, accordò che tutti i cittadini fossero eguali dinanzi alla legge, riordinò le amministrazioni locali, protesse come più era possibile i contadini, creò opere pie dovunque, sviluppò la cultura superiore: era l'assolutismo illuminato, che precorreva i tempi. Tutto ciò non fu fatto per opera di pensatori, ma contro di essi. Quando gli ufizi pubblici furono aperti a tutti, lo stesso Pietro Verri se ne dolse. Il filosofo osava rimproverare l'imperatore di ammettere ufficiali non nobili nell'esercito, “perchè — egli diceva — il sentimento di onore è educato fra i patrizi, ma non fra gli altri.„
Quando nel 1776 Maria Teresa avea voluto abolire la tortura e gradualmente anche la pena capitale, le persone più illuminate di Lombardia si erano opposte. Il Senato, su relazione di Gabriele Verri, avea detto contro l'imperatrice, che la gravità dei crimini e l'urgenza di procurarsi indizi usum torturæ necessarium reddunt.
Pietro Verri, il quale pare anche adesso uomo superiore al suo tempo, non faceva che seguire e da lontano le riforme che venivano di fuori: applaudiva quando erano imposte, ma non dissimulava il proprio dispiacere quando gli sembravano troppo audaci.
Lo stesso Cesare Beccaria, il cui spirito era veramente francese, e che s'era, com'egli medesimo confessa, formato su Montesquieu e su Helvetius, pareva anch'egli non precorrere, ma seguire a malincuore le riforme che venivano dall'alto. Membro e relatore di una giunta nominata da Giuseppe II per l'abolizione della pena di morte, egli credeva indispensabile mantenerla in caso di regicidio e di cospirazione contro lo Stato. E anche in questi due casi, quasi nello stesso tempo, l'aboliva per spontanea iniziativa, un principe di sangue austriaco, Leopoldo di Toscana.
Gli stessi statisti, filosofi ed economisti, che la nostra compiacente vanità ha esaltati, non aveano quasi alcuna delle grandi audacie di pensiero degli scrittori di Francia: non facevano che uno sforzo continuo per adattare il vecchio al nuovo, per seguire ciò che loro era quasi sempre imposto da una volontà superiore.