E forsechè fu egli solo, il Monti, nell'immane catastrofe Europea dell'impero napoleonico, fu egli solo, il Monti, a confidare nei benefici della pace e nella moderazione degli alleati liberatori? No, signore! Era un'intiera generazione, che, sentendosi soccombere fra tante speranze deluse e gli strazi di vent'anni di guerre incessanti, acclamava fra le accumulate ruine alla pace ed a chi pareva portarla e con parole ingannatrici la prometteva.
Fu un errore, fu una colpa di tutti, ed al Monti, che canta il Ritorno d'Astrea, certamente preferisco il Foscolo, che va in esilio, ma non dimentichiamo che fra quegli acclamanti era persino Federico Confalonieri, il glorioso martire del '21. Il Confalonieri scontò la sua illusione giovanile collo Spielberg; il Monti, vecchio e malato, coll'abbandono e la povertà. Non è lo stesso, ma è pur qualche cosa, e sarebbe anche di più, s'egli non se ne fosse lagnato, nella stessa guisa che sarebbe più bello l'esiglio del Foscolo, se avesse pagato i suoi debiti o saputo contrastare colla fame, come Giuseppe Mazzini. Ma io non v'ho detto che il Monti fosse un eroe; v'ho detto che oltre ad essere un gran poeta, era un uomo buono, migliore di certo di tutti i suoi avversari e detrattori, e questa (piaccia o non piaccia a tutti i Cantù vivi e morti) è la verità.
E poeta grande è pur anco per chi ha il senso vero dell'arte e la intende e ne giudica con criteri d'arte e di storia e non colle preferenze del giorno per giorno e dei gusti, che cambiano e rivengono, come le fogge del vestire.
Non lo cercate in quei primi vaneggiamenti d'amori giovanili, sfogati all'italiana in sonetti ed anacreontiche, nè in quei temi da seminario e da sagrestia, ch'erano d'obbligo nell'Arcadia di Roma, anticamera del Vaticano, nè in quei profluvi di lodi, di auguri e di pronostici strampalati, ai quali non potea ricusarsi l'abate novellino, andato a Roma per far carriera, il segretario del duca Braschi e il bussolante di Sua Santità.
Cercatelo bensì dove un gran soggetto lo inspira, come nella Bellezza dell'Universo, o una convinzione sincera lo esalta, come quando celebra i trionfi della ragione e della scienza nell' ode a Montgolfier, o quando la passione lo trasporta, come nei versi sciolti a Sigismondo Chigi, nei Pensieri d'Amore e nelle Elegie, o quando la straordinarietà e la grandezza dei fatti contemporanei lo solleva alla concezione dantesca della Bassvilliana. Qui è il vero Monti, il Monti fantasista e coloritore insuperabile e pel suo tempo originalissimo, e con quella sua eloquenza, agilità e musicalità di verso, che prorompe a guisa di torrente e si prova e riesce a dir tutto, con una genialità, una vaghezza, una varietà, una potenza di forme, che prima di lui non hanno riscontro se non in Dante ed in Ariosto.
E se volete persuadervi di che cosa è capace come artista, vedetelo quando si rituffa in piena mitologia, come nella Musugonia e nella Feroniade (che il semi-romantico Zanella nella sua Storia non gli può perdonare) e non solo v'apparirà tutto il massimo svolgimento, ch'egli seppe dare al neoclassicismo, dominante dal Parini e dall'Alfieri sino al Manzoni, ma assisterete al prodigio d'un arte, continuata e approfondita poi sempre più dal Foscolo e dal Leopardi, d'un arte, dico, che galvanizza cadaveri, e con sentimento moderno rimanifesta la giovinezza immortale del genio greco e romano e lo fa rivivere in pieno tra la fine del secolo XVIII e il principio del secolo presente.
Sotto tale aspetto il Monti fu paragonato giustamente al Canova, ma la Roma di Pio VI, che perdonerà allo scultore la bellezza pagana delle sue Dee e Semidee e persino la procace nudità di Paolina Bonaparte, sorgente in sembianza di Venere molto terrena dal piccolo sofà-empire di Villa Borghese, la Roma di Pio VI, dove si lascia morir di veleno o di crepacuore lo Spedalieri, perchè ha osata una timida conciliazione fra il dogma e il Contratto Sociale del Rousseau, non perdonerà al poeta d'avere, ripigliando la tesi degli Enciclopedisti, ricongiunto il suo pensiero a quello del Parini, dell'Alfieri e di tutti i contemporanei riformisti, Lombardi e Napoletani, d'aver intuonato, lì, appiè della cattedra infallibile di San Pietro, il peana trionfale della ragione e della scienza con quei versi:
Umano ardir, pacifica
Filosofia sicura,
Qual forza mai, qual limite