A Firenze il poeta, grande ammiratore, e nei suoi primi lavori poetici imitatore dell'Alfieri, si fece assiduo alle conversazioni della contessa d'Albany, dove conveniva il fiore delle bellezze fiorentine, la Rondoni e la Nencini comprese; e qui incantato dalla grazia, dallo spirito, e diciamo anche dalla civetteria delle più belle fra quelle signore (i poeti in ispecie sono molto facili a bever grosso in questa materia e a prendere per grazia e per ingenuità la civetteria), incantato dalla eleganza della città, inebriato dall'aria balsamica dei suoi colli, non respirando, non sognando che grazia ed eleganza, s'innamorò, s'infatuò talmente del suo carme Alle Grazie, ch'esso a poco a poco assorbì ogni suo pensiero poetico, e venne prendendo proporzioni così larghe, che d'un inno com'era in principio, diventò nell'ultimo disegno, un poema, diviso in tre inni, e ciascun inno in tre parti.

Il numero tre pei poeti, è contagioso. Tre le Grazie, tre gl'inni e tre le sacerdotesse delle Grazie.

Tre vaghissime donne a cui le trecce

Infiora di felici itale rose

Giovinezza, e per cui splende più bello

Sul lor sembiante il giorno, all'ara vostra

Sacerdotesse, o care Grazie, io guido.

Così comincia l'Inno secondo.

L'ara è a Bellosguardo, dove il poeta dimora, e dove scrive il suo carme. Le sacerdotesse sono le tre belle signore che sopra ho nominate, ciascuna delle quali ha suoi speciali attributi nel culto che il poeta rende alle amabili Deità.

La Nencini, abile suonatrice d'arpa, rappresenta la grazia simboleggiata negli effetti della musica; la Martinetti, piena di spirito e cultissima, la grazia della fantasia espressa nell'amabilità della parola; la Bignami, gentile danzatrice, la grazia apparente al guardo dall'eleganza delle forme nei moti del ballo.