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Io fui forse troppo severo con le Grazie e con le belle signore quando una volta, a proposito degli amori del Foscolo, scrissi che natura lo avea creato alla grande poesia di cui son saggio i Sepolcri, e ch'egli, per piacere alle amanti, volle essere il poeta delle Grazie. Fui troppo severo, forse ingiusto; ma spero parere non immeritevole di perdono anche agli occhi vostri, o gentili signore che mi ascoltate.

Certo la bellezza è nel mondo una benedizione di Dio, e la bellezza femminile è una delle più gentili parvenze che rallegrino la vita dell'uomo: nessuna bella cosa è più bella di un bel volto di donna irradiato dalla bontà e dall'ingegno. Parlano all'anima un linguaggio misterioso, eccitano nel cuore ineffabili godimenti gli infiniti aspetti della natura animata ed inanimata, il sorgere del sole, un cielo stellato, il canto degli uccelli, lo stormir delle frondi, il profumo dei fiori, il fremito della primavera; ma un giovine innamorato ritrova tutti quei godimenti ed altri maggiori nella contemplazione di due begli occhi di donna. La gioventù non è però tutta la vita; nè può tutta la gioventù vivere della sola contemplazione della bellezza. L'uomo non appartiene a sè solo, appartiene alla grande famiglia umana, e la grande famiglia umana ha, oltre quello della bellezza, altri e più alti ideali che debbono guidarla e sorreggerla nel cammino interminato dell'umano perfezionamento. Egli è perciò, o signore, o signori, ch'io, rammentando gli effetti prodotti in me dalla lettura del carme I sepolcri, lo preferisco alle Grazie, e mi dolgo che il troppo amore di queste distogliesse il poeta dagli altri carmi.

L'ingegno poetico del Foscolo fu essenzialmente lirico; direi quasi, esclusivamente. Il poeta scrisse anche satire, ed, oltre il Tieste, che ho già nominato, altre due tragedie, l' Ajace e la Ricciarda: ma così nelle satire, come nelle tragedie, ciò che v'ha di meglio sono squarci di poesia narrativa e descrittiva appartenenti al genere delle Grazie e dei Sepolcri.

L' Aiace rappresentato con grande aspettazione a Milano nel 1811, finì fra le risate del pubblico. Occasione alle risate furono, voi lo sapete, i Salamini (sudditi di Ajace); ma la cagione vera, che la tragedia era mortalmente noiosa: la gente non va al teatro per sentir recitare qualche migliaio di versi, siano pur belli. E non c'è bisogno per ciò nè di palco scenico nè d'attori. Il dolore del poeta per l'insuccesso dovette esser grande. Chi pensò a compensarnelo furono i suoi nemici, ch'erano molti, e tristi e sciocchissimi.

Egli avea sempre tenuto verso Napoleone ed il suo governo in Italia, così al tempo della Repubblica cisalpina come del regno Italico, il libero e fiero contegno assunto fino dal 1799 con la lettera dedicatoria dell'ode Bonaparte liberatore. Nell'orazione pei comizi di Lione, più che tessere le lodi dell'Imperatore, avea fatto un'aspra e violenta censura dei mali che per opera del suo governo travagliavano la patria. Quando, nominato professore a Pavia, stava preparando l'orazione inaugurale, fu pregato d'introdurvi qualche parola di lode dell'Imperatore, com'era d'uso; ma egli rispose, no; e no fu. Notisi che lo stipendio di professore, di cui tutti i suoi predecessori si erano contentati, parendo a lui troppo piccolo, avea chiesto ed ottenuto che gli si conservasse metà del soldo militare. Egli era così, e si conservò sempre eguale; chiedeva quasi in tuono di comando, e riserbandosi piena la sua libertà di giudizio e di parola. Ma quanto più i governanti gli si dimostravano benevoli per la stima che facevano del suo ingegno, tanto cresceva l'ira dei suoi nemici contro di lui.

È noto l'epigramma che dopo la recita della tragedia corse per Milano:

Per porre in scena il furibondo Ajace,

Il fiero Atride e l'italo fallace,

Gran fatica Ugo Foscolo non fe':