Ampie finestre sibilando il vento,
Rimbombaro i sollazzi e le festose
Mie voci al tempo che l'acerbo, indegno
Mistero delle cose a noi si mostra
Pien di dolcezza.
Giacomo godè il suo Sabato, “giorno d'allegrezza pieno, Giorno chiaro, sereno„. La sua fanciullezza passò, come raccontava il suo fratello Carlo, tra giuochi e capriole e studi; ma passò in un collegio. Carlo lodava suo padre “d'averli tenuti presso di sè„; ma certo questi li tenne più da rettore che da padre. Monaldo credeva d'avere ricevuto una instituzione molto imperfetta. “L'ottimo Torres„ egli dice “fu l'assassino degli studi miei, ed io non sono riuscito un uomo dotto, perchè egli non seppe studiare il suo allievo e perchè il suo metodo di ammaestrare era cattivo decisamente„. Ora sin dall'età di anni quattordici egli aveva detto fra sè che avendo figli non avrebbe permesso ad alcuno lo straziarli tanto barbaramente. Come tenne il suo proponimento? In una cosa intanto: nel non mandare in monastero la figlia Paolina, come vi era stata mandata la sua sorella, con la quale e col fratello vivo aveva trascorso i suoi primi anni. Egli sofferse molto di quell'allontanamento e non volle dare a Giacomo e a Carlo il dolore che aveva provato esso. Poi: avrà certo raccomandato ai precettori che forniva ai suoi figli di non essere così pedanti da esigere da essi la recitazione a memoria di “libri intieri senza il più piccolo errore„. Ma i precettori volle che fossero preti: don Giuseppe Torres per primo (il suo maestro “di una severità intollerabile„), poi don Sebastiano Sanchini. Egli diede inoltre ai figli un pedagogo, che sempre li accompagnasse, “un pedante vermiglio, grasso, florido„, don Vincenzo Diotallevi, buon bevitore. Quelli erano i maestri o professori, questo il prefetto; il rettore, s'intende, era Monaldo. I giuochi dei ragazzi erano quali si fanno anche oggidì nei collegi un poco all'antica; quali mi ricordo d'aver fatti anch'io nel collegio dei buoni Scolopi, ai quali sono grato dal profondo del cuore: battaglie romane. Intanto che Napoleone (Monaldo nel 1797 avrebbe potuto vederlo. “Passò velocemente a cavallo, circondato da guardie le quali tenevano i fucili in mano col cane alzato. Tutto il mondo corse a vederlo. Io non lo vidi, perchè quantunque stessi sul suo passaggio nel palazzo comunale, non volli affacciarmi alla finestra, giudicando non doversi a quel tristo l'onore che un galantuomo si alzasse per vederlo„) intanto che Napoleone combatteva ad Austerlitz o a Jena, i piccoli Leopardi ed i piccoli cugini Antici, battagliavano a Canne o a Zama, nel grande salone, al chiarore delle nevi, o nel giardino; e Giacomo mostrava, sotto il nome o di Scipione o di Annibale, quell'ardore guerresco, che si adempiè poi nel 18 coi celebri versi:
L'armi, qua l'armi: io solo
Combatterò, procomberò sol io.
Sanno di collegio le passeggiate fatte sempre insieme e sempre col prefetto o pedagogo, sa di collegio la burla fatta al buon prete, che Giacomo descrisse nella poesiola “la Dimenticanza„; sa di collegio quel porsi nomi finti (Giacomo era Cleone; Carlo, Lucio; Paolina, Eurilla). Si narra persino del romanzo letto di nascosto.... Nè mancavano gli esami e le premiazioni. “Noi tre„ racconta Carlo, “fratelli più grandi, Giacomo, io e la Paolina, davamo talvolta in casa saggi quasi pubblici de' nostri studi„. E da questa vita di soggezione continua e di regolarità uniforme, veniva quel bisogno delle fole e delle novelle, che Giacomo raccontava e Carlo ascoltava a lungo; e derivò presto quell'opposizione di pensieri col loro padre, che nei collegi è solita tra alunni e superiori. Giacomo “l'onorare i genitori non intendeva esserne schiavo„. Ciò nei tempi in cui si confessava, poichè “ne fu dichiarato empio dal prete„. Il noto dissidio tra padre e figlio, che ha diviso gli studiosi del Leopardi in due fazioni, quella dei Monaldiani e quella dei Giacomiani, nacque, o almeno fu reso facile o possibile, da questo fatto: che Giacomo, come i suoi fratelli, vide da fanciullo nel padre più il superiore che il genitore; e ciò attenua la colpa sì di Monaldo, se è di Monaldo, perchè egli operava a fin di bene, sì di Giacomo, se è di Giacomo, perchè egli non credeva di fare tanto male. Col tempo, Carlo lodò suo padre e della severa educazione e dell'istruzione “forse migliore di quella dei collegi„, come lodiamo noi ora quel buon rettore di cui da ragazzi dicevamo tanto male. Certo noi ameremmo o amiamo i nostri figliuoli in modo diverso; ma non si può dire che Monaldo non li amasse a modo suo. Oh! egli avrebbe fatto meglio, dico io non ostante le lodi di Carlo, a metterli a dirittura in un collegio vero e fuori di casa. Nella tristezza della solitudine, che si fa in esso così fiera nella celletta dopo il chiasso del giorno e il brusìo della sera, si sarebbero essi con tutta l'anima rivolti alla famiglia lontana. Io ricordo che strette al cuore sentivo quando mi giungeva, la notte, nella veglia non consolata, “il suon dell'ore„. Era la voce della città straniera; non del borgo natìo. E io pensavo a babbo e mamma. E Giacomo non poteva nemmeno fuggendo dal padre, correre al seno della madre. Essa, tutta occupata nel restaurare il patrimonio Leopardi, non accarezzava i figli che con lo sguardo. Se era così dolce, come so io d'un'altra, come sanno tutti, o quasi, di una, poteva bastare. Ma....