“La mia immaginazione non è mai montata sull'allegro come quando sto male davvero. La mia testa non sa abbellire le cose veramente piacevoli che m'accadono, ma sì bene le immaginarie. Se voglio dipingere bene la primavera bisogna che sia d'inverno.„

“V'hanno tempi in cui sono sì poco simile a me stesso, che mi si prenderebbe per uomo di carattere affatto opposto. Prendetemi nella calma: sono l'indolenza, e la timidità stessa, e non so esprimere nulla dei miei pensieri; se io invece mi passiono, subito trovo ciò che ho da dire; le idee circolano imbarazzate, lentamente, sordamente, e non si presentano mai che dopo l'occasione. I piani più bizzarri ( Confess., I, 129) più matti e fanciulleschi mi seducono, mi piaciono, mi paiono verosimili.„ Difatti a 18 anni si mette con un altro amico in viaggio con una fontanella di bronzo, e crede di poter vivere ed arricchire facendola vedere ai contadini.

E così quest'infelice percorre la serie di quasi tutte le arti, dalle più nobili alle più vili, da quelle dell'apostata a denaro, a quelle dell'oriolaio, del cerretano, del maestro di musica, del pittore, dell'incisore, del servo e del segretario diplomatico in erba, e nella letteratura e nelle scienze si abbarbica alla medicina, alla musica, alla botanica, alla teologia, alla pedagogia. L'abuso del lavoro intellettuale, tanto più dannoso in un pensatore in cui le idee svolgevansi lente ed imbarazzate, e lo stimolo sempre crescente dell'ambizione, a poco a poco trasformano l'ipocondriaco in melancolico e per ultimo in maniaco.

“Le mie agitazioni, scrive egli, le mie ire mi commossero, sì che durai in delirio dieci anni e non sono calmo che ora!„ Calmo!? Quando il morbo incronichito non gli lasciava omai distinguere più, nemmeno per brevi lampi, la parte reale dei dolori dalla immaginaria!

E infatti ei si ritira dal gran mondo, in cui anche prima s'era trovato a disagio, e fugge nella solitudine; ma anche nella campagna il mondo della città lo perseguita; i vapori dell'amor proprio, i tumulti del mondo appannano la freschezza della natura. Ha un bel rivolgersi nei boschi; la folla ve lo segue e persegue.

Più tardi crede che la Prussia, l'Inghilterra, la Francia, i re, le donne, i preti, gli uomini irritati da alcune frasi contenute nelle sue opere, gli abbiano mosso contro una terribile guerra, cogli effetti od apparenze della quale egli spiega il malessere interno che prova.

“Nel raffinamento della loro crudeltà, i suoi nemici hanno dimenticato una cosa sola: di graduargli i dolori, onde potesse tutti a sorso a sorso provarli.„ ( Rêverie, p. 371).

Nella sua dimora a Londra, la sua melancolia si trasforma in un vero accesso maniaco. S'immagina che Choiseul lo facesse cercare per arrestarlo; lascia i denari ed i bauli all'albergo e fugge alla spiaggia pagando gli albergatori con pezzi di cucchiai d'argento; trova i venti contrari alla navigazione, e crede anche ciò un effetto del gran complotto; irritatissimo arringa dall'alto d'un colle, in cattivo inglese, la folla di Warton che lo ascolta, stupefatta, ed egli crede commossa.

Ma, ritornato in Francia, non trova ancora calmati i suoi nemici invisibili che lo spiano e interpretano male ogni suo atto. Se legge un giornale “essi dicono ch'egli cospira„; se fiuta una rosa, certo sospettano che studi qualche veleno contro di essi. Di tutto gli vien fatto colpa. Per poter meglio spiarlo, essi collocano alla sua porta un rivenditore di quadri, e fanno che la porta di casa non si possa socchiudere; niuno entra in sua casa che prima non sia stato sobillato contro lui. Essi corrompono contro di lui il caffettiere, il parrucchiere, l'oste, ecc.; il lucidatore di scarpe non ha lucido quando egli lo desidera; il pontoniere della Senna non ha barche quando egli vuol traghettare.

Egli chiede di esser messo in prigione, e.... fin ciò gli vien rifiutato. Per poter poi torgli l'unica arma, la stampa, arrestano un libraio, “ch'ei non conosce„ e lo mettono alla Bastiglia.