Venne, vide e fuggì.
E con tanta paura fuggì da non tenersi sicuro finchè fra i Francesi che l'inseguivano, e sè, la sua Corte, i suoi tesori, non ebbe interposto il mar di Sicilia. Sorse allora — fiore di pura bellezza — in quel terreno mal preparato, dove una plebe oziosa e corrotta imputridiva al sole e dinanzi al mare nell'ignoranza e nella superstizione, la Repubblica Partenopea. Lo coltivarono pochi eletti ingegni che lo studio dell'antica filosofia aveva rinvigorito e nobilitato: e s'illusero — e ne pagarono poi il fio con la vita — che l'esempio della virtù operosa avesse forza di trascinare i lazzaroni, e che l'aiuto e la protezione dei Francesi potessero essere disinteressati e sinceri.
Caduto il regno di Napoli, venne la volta della Toscana. Lucca repubblica dovette per forza democratizzarsi e far il viso allegro. Al Granduca Ferdinando non bastò l'aver spinto la longanime arrendevolezza fino ad annunciare ai suoi sudditi che avrebbe considerato come una prova di fedeltà e di affetto per lui le buone accoglienze che essi avrebbero fatte ai Francesi i quali venivano, ed ei lo sapeva, ad occupare le sue città. Quando questi ebber posto piede in Firenze, gli intimarono di partire entro 24 ore, ed egli se ne andò.
Così l'onda della rivoluzione aveva percorsa tutta la penisola e tutta l'aveva sovvertita. Restavano in piedi degli Stati che i Francesi vi avevano trovati, due soli e parevan esservi rimasti a derisione del passato: la repubblica di San Marino ed il piccolo Stato del bigotto campanaro di Parma.
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Nè soltanto mutati erano gli ordinamenti politici ed ai principati antichi sostituite repubbliche nuove: pareva che anche nel popolo italiano mutata si fosse d'un tratto la disposizione degli animi. Gran maestri ed insuperati furono — e sono sempre — i Francesi nell'arte difficile di mettere in iscena commedie e pur troppo anche tragedie politiche, con tutto l'apparato e la montatura che occorre perchè esse producano l'effetto voluto!
Sono scesi fra una popolazione che fino allora li aveva guardati con orrore e con terrore, nemica del chiasso, aborrente dal disordine e riposata nell'ozio, nelle inutili cure della galanteria e della piccola vita di tutti i giorni: con violenza, l'hanno strappata alla sua quiete, al suo ozio, ai suoi pettegolezzi graditi, al suo passato vuoto di passioni: eppure della loro violenza non hanno raccolto frutto di odio! Si direbbe anzi che la popolazione italiana altro non aspettasse che la loro venuta: tanta esaltazione e così rumoroso entusiasmo accompagna i Francesi ad ogni passo che muovono e così irrefrenabile sembra invader tutti un bisogno febbrile di muoversi, di agitarsi, di scrivere, di parlare, di urlare contro tutto quel passato che fino a ieri era venerato e temuto.
Sulla scena della storia italiana non si incontravano di solito prima che pochi nomi: quelli dei primi e dei sommi: il resto taceva o faceva il coro: ora è una folla di artisti che si affaccia: e tutti vogliono farsi sentire, tutti hanno la loro parte da recitare, la loro idea da lanciare e sopratutto il loro posto da prendere sul proscenio. Un vero bosco di variopinti e imbandierati alberi della libertà, una gaia fioritura di coccarde tricolorate ricopre d'un tratto tutta la penisola: e intorno a ciascun albero, nelle piazze delle città, nei sagrati dei borghi e delle ville, infuria la danza e s'alzano tonanti gli inni patriottici e le grida di evviva urlati da uomini e da donne d'ogni condizione ed età: nobili e popolani, preti, frati, soldati, dame e prostitute, tutti incoccardati, si danno la mano in fratellevole comunanza e girano e sgambettano attorno al nuovo emblema della rivoluzione che i Francesi hanno inventato:
Ecco l'arbor trionfale
A cui scritto intorno sta