Bensì tra le somiglianze v'erano molte differenze a vantaggio della coppia francese, se non altro quella che dà l'aureola sacra della sventura. E mentre Maria Antonietta scontò le colpe sul patibolo, l'altra, vera e principal causa degli errori e dei pericoli dello Stato, della infelicità della sua casa e del suo popolo, attraverso le fughe fatte a tempo e più caute di quella di Varennes, attraverso gli spergiuri sfrontati e le persecuzioni tiberiane, seppe morir vecchia presso Vienna sopra una poltrona dove la trovarono spenta, colla bocca contorta e gli occhi sbarrati, come se per la prima volta leggessero nel libro del rimorso. E Ferdinando, dal gran dolore che ne provò, poco più di un mese dopo si sposava la principessa di Partanna, che gli aveva consolato l'asilo della Conca d'oro.

Ma la politica di Maria Carolina ebbe a strumenti e suggeritori, complici e indettatori nel tempo stesso, stante la potenza che, per cagioni varie, alcune delle quali non confessabili, esercitarono sull'animo suo, tre personaggi, tutti e tre inglesi, due dei quali in ciò trovarono la loro non invidiabile celebrità, e l'altro appannò la sua, la più fulgida e bella di tutte, perchè eroicamente acquistata a prezzo della vita e in servizio della patria.

Essi furono Acton, Nelson ed Emma Liona divenuta Lady Hamilton, che fu la vera anima dannata della regina, e anche dopo morta non le ha reso un buon servizio. Perocchè si è appunto il carteggio tra loro, conservato nel Museo britannico, che ha distrutto i tentativi di apologia e riabilitazione fatti nel passato da varii scrittori borbonici e più recentemente dall'Ulloa e dal Barone di Helfert, dei cui libri del resto fece ragione da par suo un mio amico, pieno d'ingegno operoso, che ha cercato il ricovero tranquillo agli studi, il secessum scribentis qui a Firenze, voglio dire Giovanni Boglietti.

E poichè di questi personaggi che, colla politica sbagliata, fecero nascere infelicemente una repubblica infelice, e, colla politica insensata e feroce, le dettero modo di divenire gloriosa cadendo, e fatidico esempio alla succedente generazione, è impossibile non tratteggiare in succinto l'indole e la figura, non ho bisogno di dire che in un discorso viene meno la prova dei giudizi e la critica dei documenti. S'intende quelli essere improntati a questi che abbondano e, vagliati a dovere fra attestazioni spesso discordi e partigiane, danno la verità serena e imparziale, che oramai c'è facile di professare. Imperocchè abbiamo almeno dalla libertà ricevuto questo precetto e questo benefizio, di dovere e potere essere imparziali anche con quelli che tentarono strozzarla sul nascere col capestro del manigoldo.

E, insieme ai caratteri dei personaggi, non è possibile non toccare, anche di sfuggita, gli eventi politici che precorsero la repubblica, e che ne coloriscono il significato intimo e i destini.

Coi trattati di Utrekt, di Rastadt, di Vienna e di Acquisgrana, che chiusero il cinquantenne periodo delle guerre di successione, venne meno dopo circa due secoli e mezzo, al nord e al sud la dominazione spagnola; al nord sottentrò l'austriaca, al sud la borbonica.

Carlo Borbone aveva conquistato il trono, non per patti o contratti, ma per vittorie, dovute al valore del suo esercito e dell'eccellente capo, il Duca di Castropignano. I napoletani, dopo secoli di servitù straniera, per la prima volta avevano sparso il sangue per un re che loro promise dinastia domestica, indipendenza dello Stato, conservazione dei privilegi, giustizia, prosperità.

E la promessa fu abbastanza mantenuta. Nei venticinque anni del suo regno lo Stato che più progredì fu appunto il napoletano, cui apparecchiò civiltà nuova il marchese Tanucci casentinese di Stia, venuto al seguito di Carlo dalla Toscana, che aveva dato a Napoli anche Bartolomeo Interi, primo fondatore dell'insegnamento dell'economia pubblica.

Tanucci diventato primo ministro, mentre negli otto lustri di pace fiorivano gl'ingegni, volti così agli studi severi, come alle savie e moderate riforme, secondò queste, salvo che ebbe il torto anch'egli di trascurare la milizia stanziale giusta il suo aforisma: principoni, soldati e cannoni; principini, ville e casini. Ma più che altro mirò a consolidare il potere regio infrenando gli altri due rivali: il feudalismo e la teocrazia. E qui fu la sua gloria e di re Carlo, che gli prestò le orecchie, e di Giannone, Genovesi, Filangeri, Pagano che l'ispirarono e lo sostennero colla potenza dell'ingegno e il vigore degli argomenti e della dottrina.

Una profonda mutazione era incominciata nell'opinione pubblica dal dì che Pietro Giannone diè alla luce la storia civile del regno di Napoli che, se gli ha valso la lode eterna dai posteri, gli tirò addosso allora al solito la furia del popolo aizzato, il rischio della vita, e l'esilio.