L'età plutonica e scettica, poichè il mondo, come disse Carlyle, ha cessato di essere spirituale e s'è fatto meccanico, nelle logomachie degli ignoranti erigentisi a giudici dei pochi che si sanno ancora affinare nel crogiuolo del pensiero, nelle batrocomiomachie dei rettili gorgoglianti nel pantano dell'indecenza, del ricatto gioviale (gioviale nel doppio senso, perchè fu Paolo Giovio a dire che aveva una penna d'oro per chi lo pagava, e per gli altri una di ferro), smarrisce lo spirito della storia divenuto, secondo la frase di Goethe, l'esprit de ces messieurs.
Eppure l'unità, la libertà hanno tanto costato ai padri nostri che, come i Napoletani del 1799, morirono sorridendo, perchè, affacciati alla visione della seconda vita, divinarono che il loro esempio sarebbe stato eterna fiaccola ai buoni, eterna remora ai tristi, eterna malleveria di grandezza alla patria.
Sarebbero invece morti piangendo, se avessero potuto credere che, un secolo dopo, Italiani, all'Italia fatta libera, una e indipendente, rimprovererebbero l'ambizione di parer grande!
Ma ella deve essere grande! Qualche cosa dobbiamo pur restituire a coloro che per lei e per noi s'immolarono. Avendo la patria in cima di ogni nostro pensiero, per essa lavorando con tenace perseveranza, e con candida e cavalleresca lealtà combattendo, potremo riscattarci da una nuova servitù morale che ci travaglia; e creare la vera repubblica, la repubblica degli animi onesti, liberi e sinceri, dove verranno ad abitare con noi, recandoci ammonimento di memorie meste, conforto di speranze liete, coloro che l'ideale consociato della libertà e della virtù suggellarono col sangue proprio, e non d'altrui, nel nome santo d'Italia.
LA TRASFORMAZIONE SOCIALE
CONFERENZA DI Francesco S. Nitti. Dal 1789, quando scoppiò la rivoluzione francese, al 1814, quando, nel giorno d'ognissanti, si riunì a Vienna il congresso che credette di aver restaurato il diritto divino dei re, non scorsero che venticinque anni. Ma la vita di quei venticinque anni fu così intensa e così turbinosa; ma gli avvenimenti che si seguirono e si incalzarono furono tanti e sì vari, ma l'influenza di Francia su tutta Europa fu sì grande, che quel quarto di secolo appare, anche a chi meglio l'abbia penetrato, come uno dei periodi più interessanti e complessi della storia umana. Or tentare solamente di riassumere in una conferenza quale sia stata la vita d'Italia, durante quei venticinque anni, e quale la trasformazione sociale determinata dai fatti e dalle idee nuove, mi pare un tentativo così vano e una sì vana impresa, che io non avrei osato di parlare a voi, se non mi fossi lusingato e non mi lusingassi tuttavia, di poter fare, uscendo dal vecchio alveo delle ricerche, un tentativo di interpetrazione e di esplicazione di quei fatti, che finora sono stati, mi pare, troppo considerati sotto l'aspetto esteriore della politica e della narrazione, troppo poco nel loro contenuto essenziale.
Perchè la rivoluzione francese operò profondamente in Italia e nondimeno le scosse che vi produsse non furono sì brusche e sì rudi come in Francia? perchè la trasformazione sociale, che in Francia non potè compiersi se non a traverso tanto fiume di sangue, parve si compiesse in Italia più agevolmente, e non trovò grandi ostacoli e non ebbe ad abbattere dighe poderose? perchè invece solo a Napoli l'urto fu più vivo e la scossa più rude?
La rivoluzione francese è contrassegnata da due grandi fatti: l'abolizione della feudalità e il sorgere della borghesia, come classe di governo. In Italia, tranne forse a Napoli e in Sicilia, la feudalità era se non morta, morente, e la borghesia già in parte padrona del potere politico. La rivoluzione, che ci venne di Francia, non dovette quindi urtarsi contro ostacoli tenaci, nè spezzarli per vincere: ma precipitò un movimento, che già v'era e trasfuse energie e speranze, che non erano forse ancor sorte.
Tutte le istituzioni del passato, quando noi le consideriamo al di fuori delle nostre credenze politiche e delle nostre credenze religiose e le studiamo nel tempo che furono, ci appaiono non solo prive di quelle colpe che si attribuiscono loro d'ordinario, ma necessarie: necessarie perchè furono e durarono. La schiavitù stessa, che offende tanto la nostra sensibilità e che ci appare iniqua, non solo fu ai suoi tempi necessaria, ma benefica, perchè permise alla umanità di svilupparsi e di progredire. Il fatto che non uno solo di quei pensatori dell'antichità, che pure tentarono i misteri della natura ed elevarono la mente alle cime sublimi della speculazione filosofica pensarono di abolirla, è la prova evidente che essa non poteva essere abolita. Lo schiavo era una necessità della produzione, dato il modo come essa si svolgeva, e a lui stesso, che fu qualche volta uno di que' mirabili artisti, i quali trasfusero nel marmo o nel bronzo le più nobili visioni dello spirito e la cui opera sublime è ancora per noi anonima, a lui stesso non venne forse in mente giammai la idea della liberazione.
La feudalità, che ora ripugna alla nostra mente, e che noi quasi non comprendiamo come sia tanto lungamente potuta durare, non fu solo necessaria nelle sue origini, ma anche benefica. Essa sorse quando, a popolazione relativamente scarsa, corrispondevano grandi difficoltà di comunicazione e di trasporto e i vincoli erano rilassati e la sicurezza mancava.