La società nostra, così com'è, è sorta in quel periodo di tempo, quando la proprietà individuale si affermò in tutta la sua potenza e la forma antica decadde.
Non vi fu nella trasformazione qualche cosa che la classe vincitrice volle con soverchio egoismo ottenere? L'abolizione di tutti quei diritti, che garentivano il minimo di esistenza alle masse e attutivano gli urti più dolorosi fu veramente un benefizio? Lo spirito individualistico e atomico, che s'infiltrò nelle classi dirigenti e che parve distruggere ogni opera collettiva, fu veramente un bene? Noi non oseremmo dire e non vorremmo.
Ogni reazione tende per sua natura a eccedere. E noi invochiamo oggi, più nuove e più larghe, molte di quelle forme che abbiamo disfatte e invochiamo quella solidarietà, che il giacobinismo individualista volle sradicare. L'immenso fiume della umanità anche questa volta rimonta, e noi, che non ne sappiamo le origini lontane e che non ne vediamo nè forse ne vedremo giammai la più lontana foce, siamo trascinati dalla corrente, per vie che, buone o false, sono sempre necessarie.
IL REGNO D'ETRURIA
CONFERENZA DI E. Melchior de Vogüé.
Questa conferenza fu tenuta in francese; essa fu tradotta in italiano da Guido Biagi.
Signore e Signori,
Alla Società di pubbliche letture, chiamandomi a Firenze, piacque concedermi di parlarvi della vostra storia nella mia lingua nativa. Mi scuserò con essa e con voi; e quasi avrei intenzione di scusarmi con coteste nobili figure di Luca Giordano, avvezze ad ascoltare l'idioma che Paul Louis Courier, ellenista di gusto così squisito e sicuro, affermava “la più bella delle lingue viventi„. Ma un forestiero mal volentieri si arrischia a balbettare la purissima lingua italiana a un'eletta di ascoltatori toscani.
Eppure, a Firenze io non mi sento del tutto straniero; e ci torno per pagare un tributo a quei luoghi che furono i primi educatori del mio intelletto. Consentite che io mi lasci vincere dai personali ricordi: perchè dinanzi a ognuna di queste pietre eleganti, così sature di bellezza e di storica maestà, io ritrovo le impressioni lontane che la vita non potè cancellare.
Uscito di collegio, m'avevano condannato a studiar legge in una delle nostre città di provincia: scappai, piantai lì le Pandette e le Istituzioni, e spiccato il primo volo di viaggiatore venni a posarmi in Firenze, dove passai sei mesi nello studio dei vostri monumenti, delle vostre arti e della storia vostra. Cotesta iniziazione fu per me una vera ebbrezza: scopersi il mondo della bellezza all'aurora della vita; e qui cominciai a scrivere, ma fortunatamente per i miei contemporanei e per me, ho perduto i miei scritti fiorentini: erano una tragedia in versi sul conte Ugolino che divorava i figliuoli per conservar loro il padre. Avendola perduta, ho qualche volta l'illusione di credere che fosse stupenda.