Fia contro a te nè il nome tuo saravvi

Con l'imprecar dei tribolati asceso,

Godi che re non sei, godi che chiusa

All'oprar t'è ogni via: loco a gentile,

Ad innocente opra non v'è: non resta

Che far torto o patirlo....

Oh no! Tuttociò è buono e bellissimo in poesia! Ma nè Imperatore, nè Papa, nè feudalità laica o ecclesiastica, nè nobili discendenti dai barbari hanno voglia di rassegnarsi come Ermengarda o di rigettare, come Adelchi morente, quasi inutile ingombro e vanità, la potenza. Hanno usurpato ed usurpano e contro tutti difendono le loro usurpazioni, tanto più contro il Comune, il solo che non usurpa, ma rivendica. Sta qui il segreto della vita dei secoli XI e XII, e questa vita rimarrebbe davvero un segreto a chi trascurasse le premesse storiche, nelle quali le sue origini sono contenute.

È una storia lunga, faticosa, intricata; è un cammino aspro, buio, che ora sale a generalità, che sono altezze vertiginose, ora si sprofonda in minuzie, che sono frane, scoscendimenti e rottami; un cammino in cui s'inciampica negli spinai, ci si urta a sporgenze imprevedibili, sicchè le vostre guide, in questa specie di spirituale alpinismo, hanno spesso dovuto scusarsi di condurvi a traverso tali labirinti e semioscurità crepuscolari, sempre col timore che vi stancaste di troppo, e contentandosi di rischiararvi alla meglio la via, appunto

«....come quei che va di notte

Che porta il lume dietro a sè non giova,