Quel giorno un cartoncino stampato con tutti i lenocinii dell'arte e distribuito alle ascoltatrici e agli uditori plaudenti, annunziava per l'anno venturo una nuova serie di letture sulla Vita Italiana nei secoli XIII e XIV. Il roseo manifesto porta anche la firma del marchese Carlo Ginori chiamato, per le sue benemerenze, a far parte della Società promotrice di pubbliche letture.
Così andò, e — lasciatemelo dire — andò proprio bene!
Guido Biagi.
PRELUDIO
DI OLINDO GUERRINI
Quando, egregie signore e signori, quando l'autore ha compiuto l'opera, allora comincia a pensare alla prefazione. Così il signore Iddio, dopo aver creato dal nulla l'Universo, pensò alla prefazione — all'uomo — e lo creò ultimo, a propria imagine e somiglianza. Ma il pubblico, che non è iniziato ai misteri della tecnica d'arte, e ignora, per fortuna sua, con quali artifizi si costruiscono un libro o un dramma musicale, crede ingenuamente che l'opera sia stata pensata ed eseguita in quella stessa successione di tempi e di idee in cui la trova disposta. Crede cioè che l'autore abbia cominciato dal principio e finito colla fine; e che la prefazione o il preludio, che stanno sul limitare del libro o del dramma, sieno stati i primi, in ordine cronologico, ad esser composti.
E il buon pubblico erra. Che se, del resto, ragionasse soltanto per analogia, si convincerebbe subito che una gran parte delle faccende di questo mondo, contro ogni canone apparente di logica, non cominciano dal principio. Sembra un paradosso, ma è un fatto di tutti i giorni. Quante spese, per esempio, fatte prima d'avere i denari! Tutta la teoria del credito è fondata appunto su questa facoltà particolare dell'uomo di poter cominciare dalla fine. Quanti dottori esercitano la professione prima d'averla studiata; quanti sonetti si cominciano a scrivere dall'ultimo verso, quanti romanzi si cominciano a leggere dall'ultimo capitolo. Quante affermazioni prima della certezza, quanti giuramenti prima della convinzione, quante nozze prima dell'amore! L'uomo è un essere perfettamente illogico; il che lo distingue dai bruti.
Nel caso nostro poi è legge di natura, fatale come quella della gravità, che la prefazione debba esser fatta dopo il resto. Nella prefazione l'autore riassume il contenuto dell'opera, indica l'ordine, espone il metodo seguito e passa in rassegna le opinioni de' suoi colleghi sullo stesso argomento. Dimostra a luce meridiana, ciò s'intende, che tutti i colleghi e predecessori ebbero sempre torto marcio; pone delicatamente in dubbio lo stato delle loro facoltà mentali, la loro fedina criminale e il loro stato di famiglia, e dopo di averli spesso gratificati di molti ma non nobili titoli, passa a dimostrare la propria superiorità, la virtù propria, il proprio genio. Ora tutte queste operazioni espositive non possono esser condotte a bene che ad opera compiuta, quando l'autore ha finalmente un'idea chiara di quel che voleva fare e di quel che gli è riuscito di fare. Se la ciambella gli riuscì col buco egli la trasforma in altare e vi erige sopra un tempio nella prefazione, dove offre a sè medesimo la mirra e l'incenso, e fa la ruota in faccia agli ammiratori e tempera le saette per gli eterodossi. Se la ciambella poi, non che col buco, riuscì senza la minima traccia di soluzione di continuità, allora l'autore, come potete credere, fa precisamente lo stesso, si erige l'altare, si fabbrica il tempio e gratifica sè stesso dei più puri e più grati incensi della rettorica. Poichè, dal giorno in cui fu trovata questa meravigliosa e matta arte dello scrivere, non fu mai scrittore persuaso di aver fatto un brutto libro. Che se mai ne nascesse un solo, in verità vi dico, che in quel giorno il sole si oscurerà perchè sarà prossimo il giudizio universale.
Ad ogni modo, per tornare in carreggiata, qualunque sia il genere o la fortuna dell'opera, resta fissata questa legge che la prefazione si fa per l'ultima.
E se non bastassero le prove addotte, basterebbe pensare un poco al preludio di un dramma musicale. Ivi il maestro espone o riassume i motivi principali dell'opera, quasi li racconta ad uno ad uno al pubblico, il quale per lo più non è loro avaro di applausi d'incoraggiamento in principio, quanto è prodigo poi di energici fischi di scoraggiamento alla fine. Ma se l'infelice maestro non avesse già finita l'opera, come potrebbe accennarne i motivi principali nel preludio? È dunque provato che l'esordio si fa dopo la conclusione: il che era da dimostrare.