I papi amministravano il patrimonio, riscotevano le copiosissime rendite, ma non avevano sopra di esso diritto di sovranità, diritto che spettava, secondo le regioni ov'erano poste le terre, o ai re franchi o all'imperatore d'Oriente. Se non che, date le condizioni generali dei tempi; dato il progressivo e irreparabile sfiacchimento della potestà degl'imperatori bizantini in Italia, e il crescere della potestà dei pontefici, non era possibile che o prima o poi questi non pensassero a sostituire all'apparente sovranità degl'imperatori la reale sovranità propria. E una sostituzione così fatta ebbe favore dalle popolazioni italiane, che minacciate e strette da nemici formidabili, e non protette da sovrani di nome e per giunta lontani, non vedevano chi meglio del papa, che avevano in casa, potesse farsi tutore degl'interessi e delle ragioni loro. La sovranità spirituale dei pontefici attirava dunque a sè, naturalmente ed irresistibilmente, anche questa sovranità temporale.

Il primo nucleo di uno Stato della Chiesa, propriamente detto, procurò, e sembra strano a dire, Liudprando, il re di quei Longobardi che tante noie diedero ai papi, e contro a cui i papi invocarono l'aiuto vittorioso dei Franchi. Nel 728 Liudprando cesse e donò poco tempo dopo che se n'era fatto padrone, la città di Sutri agli apostoli Pietro a Paolo, non tenendo conto alcuno dell'imperatore a cui essa apparteneva di diritto. Era papa allora Gregorio II, il quale, avendo il popolo cacciato il duca, che appunto rappresentava in Roma l'imperatore, fu davvero signore di quello che dicevasi ducato romano. Nel 741 lo stesso Liudprando fece dono a papa Zaccaria di parecchie altre città. Maggiore accrescimento ebbe pochi anni più tardi il nascente Stato della Chiesa per la donazione di Pippino, e per quelle di Desiderio e di Carlo Magno; così che, nei primi anni del secolo IX, esso comprendeva, oltre l'antico ducato romano, l'esarcato di Ravenna quasi intero, la Pentapoli e una parte rilevante del ducato di Toscana. Il patrimonio di San Pietro cresceva, ma non cresceva di pari passo la signoria dei pontefici sopra di esso, presa in mezzo e premuta da altri diritti. Gl'imperatori franchi, a cominciare da Carlo Magno, si riserbarono l'alta sovranità, e la esercitarono, sebbene non sia possibile sempre vedere entro quali limiti si contenesse, e come si conciliassero le due potestà degl'imperatori e dei papi. Certo ai papi quella soggezione doveva tornare assai poco gradita, ed essi dovevano porre ogni studio a scemarla. In ciò ebbero aiutatori efficaci gli stessi degeneri successori di Carlo Magno: Carlo il Calvo non esercitò più su Roma e le altre terre del patrimonio che una parvenza di autorità.

Fu molto disputato circa il tempo in cui cominciò ad aver corso la famosa favola della donazione di Costantino, e le contrarie opinioni non si sono mai potute mettere d'accordo. Chi la vuole immaginata a tempo di Carlo, chi di Pippino, e chi prima e chi dopo. L'opinione più probabile è forse quella che la fa sorgere ai tempi di Niccolò I, degno precursore di Gregorio VII; di quel Niccolò di cui il cronista Reginone, suo contemporaneo, ebbe a dire che comandò ai re ed ai tiranni, e come signore del mondo impose loro la sua volontà. Nessun mezzo si sarebbe potuto escogitare più acconcio di quella favola a sopraffare l'ultimo resto dell'incomoda sovranità imperiale, mentre lo scadimento stesso di quella sovranità agevolava e favoriva la diffusione della favola e le permetteva d'acquistar credito. Convertendosi alla fede di Cristo, e ricevendo il battesimo, Costantino aveva ceduto in perpetuo a papa Silvestro, ed ai suoi successori, Roma, l'Italia e tutto l'Occidente, e in conformità di tale cessione aveva trasferita in Bisanzio la sede dell'impero. Come dunque s'arrogavano quei nuovi imperatori un qualsiasi diritto di sovranità sopra le terre della Chiesa? Non erano piuttosto essi, che si atteggiavano a sovrani, i feudatari dei pontefici, e non dovevano riconoscere da questi, insieme con la corona imperiale, anche la investitura? Liudprando, Pippino, Desiderio, Carlo Magno, non donarono nulla alla Chiesa, ma le restituirono ciò che indebitamente e malvagiamente le era stato tolto. Più tardi s'andò anche più in là, e fu considerata come una restituzione la stessa donazione di Costantino.

L'apocrifo atto acquistò grandissima autorità e fu ai papi di grandissimo giovamento. Invano, nel 999, l'imperatore Ottone III lo dichiarava menzogna sfacciata: durante tutto il medio evo esso fu tenuto in conto di autentico, e allegato ogni qual volta se ne offerse opportunità. Su di esso, e su le donazioni egualmente autentiche di Lodovico il Pio, di Ottone I e di Arrigo II, si fondava nel 1059 Niccolò II per dare in feudo a Roberto Guiscardo la Puglia, la Calabria e la Sicilia, quest'ultima ancora da strappare ai Greci ed ai Saraceni, e per investire del principato di Capua Riccardo conte di Aversa. Dante rimproverava con aspre parole a Costantino la dote funesta che aveva pervertita la Chiesa di Cristo; ma solo due secoli più tardi l'Ariosto poteva por quella dote nel mondo della luna, ove tutto è raccolto

Ciò che si perde, o per nostro difetto,

O per colpa di tempo o di fortuna.

La donazione o, se così vogliamo chiamarla, restituzione che la contessa Matilde, la gloriosa amica e fautrice di Gregorio VII, fece de' suoi dominii alla Chiesa accrebbe di molto ancora il patrimonio di questa. Gli è assai probabile che Matilde abbia inteso donare i soli suoi possessi allodiali, non quelli che teneva in feudo dall'imperatore, e di cui non poteva disporre; ma è certo da altra banda che l'atto di lei fu cagione di nuove dispute e di nuove contese fra imperatori e papi. Innocenzo III riuscì ad aver ragione anche in ciò, e fu signore di uno Stato affatto indipendente, e come tale riconosciuto dallo stesso imperatore, Stato che comprendeva, oltre il territorio che da Ceprano si distende sino a Radicofani, il ducato di Spoleto, la marca d'Ancona, l'antico esarcato di Ravenna sino al Po, la contea di Brettinoro, i dominii della contessa Matilde.

Abbiam veduto i papi crescere a poco a poco; acquistar diritto di preminenza su tutti gli altri vescovi; assicurarsi la libertà; mutarsi di vicarii di Pietro in vicarii di Cristo; attrarre sempre più a sè la potestà diffusa nel corpo della Chiesa; assumere quasi carattere di divinità; stendere sul mondo un'autorità formidabile, la quale, essendo tutta spirituale in principio, si fa arbitra d'interessi e di diritti affatto temporali, si sovrappone ad ogni autorità laica, e la nega, o l'ammette solo come un'emanazione di sè stessa. Abbiam veduto le ricchezze affluire nella Chiesa, e i papi amministrare vastissime possessioni, diventare feudatari dei re, emanciparsi da ogni esterna sovranità, cingere da ultimo la corona dei principi secolari e indipendenti. Abbiam veduto tutto ciò aver suo principio in Roma, crescere in Roma, intorno a Roma e per Roma. Molti fatti, molte idee, molte forze concorsero a formare il papato; ma, se Roma non fosse stata, nemmeno il papato sarebbe stato, o come ho avvertito, sarebbe stato un papato assai diverso da quello che fu.

Ebbene, qui s'offre all'attenzione vostra un fatto assai strano. In Roma sempre ebbero i papi i più acerbi nemici loro; in Roma corsero i più gravi pericoli; Roma fu il trono e la gogna loro, il luogo della loro glorificazione e del loro martirio. Niccolò Machiavelli ebbe a fare l'osservazione che i papi, i quali fuori di Roma avevano grandissima e indisputata autorità, ne avevano pochissima in Roma. Tale osservazione, verissima, era già stata fatta assai prima, in pieno medio evo. Quello stesso Gregorio VII che si condusse a' piedi un imperatore, non fu egli assalito in chiesa da Cencio nel bel mezzo delle funzioni del Natale, percosso, trascinato pei capelli? E quanti papi prima di lui, e dopo di lui, non furono in Roma, e nello stesso loro palazzo, e nelle chiese maggiori, assaliti, oltraggiati, percossi, spogliati delle insegne del pontificato, minacciati di morte? Quanti non si salvarono con patti vergognosi o con fughe precipitose? Quell'Urbano II che poteva con una parola sollevare l'Europa in armi, e precipitarla contro gl'infedeli al riscatto di Terra Santa, nulla poteva in Roma, e fu più d'una volta ridotto a campar di elemosine. Pasquale II fu preso a sassate durante la processione di Pasqua, e costretto a fuggirsene. Lucio II morì d'una sassata che lo colse mentre tentava di espugnare il Campidoglio. Persino Innocenzo III dovette cercare scampo nella fuga. E chi potrebbe noverare tutti i papi cui Roma chiuse superbamente in sul viso le porte?

L'eterna Città fece pagar caro ai pontefici il vanto e il beneficio che venivano loro da lei. Era in essa un fermento inestinguibile, uno spirito prevaricatore e protervo che veniva d'alto e di lontano, e mai non chetava. La ribellione vi ribolliva e rimuggiva in perpetuo, e fu per secoli la forma ordinaria della sua vita. Roma ricordava d'aver signoreggiato il mondo; Roma ricordava d'essere stata la fonte d'ogni diritto e d'ogni sovranità, e voleva continuare ad essere, e non voleva obbedire, e non obbediva a lungo mai a nessuna potestà, nemmeno a quelle ch'essa stessa creava. L'impero era lei,