Per mia fè, non m'averei!

Se per amor vo restei,

Ogano morrè de frei.

Troppo son de mala lei

Li provenzal!»

E Firenze? — Oh, anche la voce di Firenze ci arriva presto. E qual voce! «M. CC XI. Aldobrandino, Petro e Buonessegnia Falkoni no dino dare katunu in tuto libre. lij. per livre diciotto d'imperiali mezani, arrazione di trenta e cinque meno terza, ke demmo loro tredici di anzi kalende luglio, e dino pagare tredici di anzi kalende luglio: se più stanno, a .iiij. denari libre il mese, quando fusse nostra volontade.» Sicuro: il più antico testo fiorentino è finora il frammento di un registro di non sappiamo quali prestatori o banchieri, che vediamo esercitare il mestiere loro, oltrechè in Firenze, a Bologna, per la fiera di San Procolo, o come qui si dice, «San Brocoli.» Come si vede, si prelude assai bene alla condizione di cose per cui più tardi tante mogli fiorentine «Era n per la Francia nel letto disert e », ma in pari tempo la città cresceva a meravigliosa ricchezza. Che se di lontano s'ode altresì lo scroscio della fragorosa rovina del Peruzzi e dei Bardi, di sotto a quella rovina la prosperità di Firenze riuscirà bene a sollevarsi.

Non seguitiamo più oltre la rassegna. Era opportuno tender l'orecchio ai passi mattinieri che rompevano il silenzio della notte ed annunziavano il giorno; ma ora l'oriente s'imporpora, la vita si ridesta, il rumore si fa assordante ed altro ci vorrebbe per badare ad ogni cosa. L'Italia tutta man mano si leva in piedi; ogni volgare, poco o tanto, o bene o male, o in verso o in prosa, si vien cimentando. Una folla di gente, sconosciuta per la massima parte, ma tra cui si riesce anche a coglier dei nomi — quel Cielo da non so che, stato fino a ieri Ciullo d'Alcamo, Patecchio da Cremona, Uguccione da Lodi, Pietro di Bescapè, fra Bonvicino dalla Riva, fra Giacomino da Verona, il veneziano fra Paolino, Ristoro d'Arezzo — ci si stringe dintorno e minaccia di soffocarci. Ciascuno fa ressa, presentando scritture romane, umbre, toscane, venete, lombarde, liguri, e che altro so io: svariatamente insomma dialettali, come in generale sono stati dialettali i pochi saggi avuti finora.

Sta bene: i dialetti dunque si vengono scrivendo ogni giorno più. Ma noi non ci si contenta di sapere di loro: si vuol anche saper della lingua. — Per giungere ad essa la strada da percorrere era più lunga ed ardua d'assai. La lingua, signori miei, è un ideale; e quanto sia faticosa per l'uomo la ricerca di un ideale, tutti più o meno sappiamo per prova. E anche la semplice rappresentazione delle cose riesce tutt'altro che agevole. Come non avrebbe ad essere difficile render conto della lingua al secolo XIII, se, dopo settecento anni di letteratura, ancora non siam ben d'accordo cosa questa lingua abbia ad essere?

Cominciamo dal determinar bene la questione. Dicendo lingua per contrapposto ai dialetti, noi intendiamo l'universale di fronte al particolare; l'unità di contro alla moltiplicità; in termini più chiari, una forma di linguaggio che si adotti per gli usi del parlar colto e dello scrivere dagli abitatori di tutta una regione, rinunziando per cotali usi alla svariatezza delle proprie favelle domestiche.

Orbene: nell'Italia del medioevo un ufficio siffatto continuò per gran tempo ad adempierlo il latino, e il latino soltanto. Volete avere un'idea delle condizioni di allora? Ve la possono dare facilmente le condizioni nostre stesse. Supponete l'Italia molto più ignorante che ora non sia, e quindi, facendo astrazione dalla Toscana, mettete il latino al posto dell'italiano. Era esso il linguaggio dei libri, delle scuole, delle occasioni solenni; esso il linguaggio che ravvicinava e accomunava da un capo all'altro dell'Italia, per non guardar fuori di casa nostra, i nativi di qualsivoglia provincia. Ma poi bisognava bene che si avesse sentore anche di un'unità di favella differente da questa. Le parlate, varie quanto si vogliano, avevano pur sempre, nella massima parte almeno della penisola colla Sicilia per giunta, un'affinità così stretta, da sentirsi membri di una stessa famiglia. Era l'unità del genere, o della specie; quell'unità che vi fa comprendere sotto la comune designazione di uomo individui tanto differenti tra di loro. Così l'unità del linguaggio esiste come a dire in ispirito, prima di essersi potuta tradurre in atto.