Nel 1884, quell'insigne romanista che è Ernesto Monaci, sostenne, in un articolo ingegnoso pubblicato nella Nuova Antologia (15 agosto), che il vero focolare della nostra prima scuola poetica, fosse, nonostante il nome consacrato dall'uso già ai tempi di Dante, Bologna, non la Sicilia. Ivi si sarebbe primamente fissata anche la nostra lingua letteraria. Alcuni anni appresso il prof. Augusto Gaudenzi — uno studioso che dalla sua rocca della storia del diritto può, bene armato e arredato, far proficue scorrerie in altri dominii — prima in una rivista ( L'Università, iii, 204 seg.), poi soprattutto in un libro ( I suoni, le forme e le parole dell'odierno dialetto della città di Bologna, Torino, Loescher, 1889), riprese la seconda parte dell'idea del Monaci, determinandola in modo considerevolmente diverso; e alla teorica mise per fondamento dati suoi proprii, e antiche scritture, di cui egli stesso era stato ritrovatore sagace. Stando a lui, la lingua letteraria avrebbe la sua culla nelle scuole di arte notarile dell'Università bolognese.

Non è senza meraviglia che alle deduzioni del Gaudenzi ho visto assentire, dando conto del libro, due cultori valentissimi degli studi linguistici: il Salvioni ( Giornale storico della letteratura italiana, XVI, 378) e il Meyer-Lübke ( Literaturblatt für germanische und romanische Philologie, XII, 25). Almeno, che il Meyer-Lübke assenta, mi par chiaro da certe frasi e dalla mancanza di ogni obbiezione; quanto al Salvioni, il suo assenso è esplicito, con certi allontanamenti tuttavia. Mentre cioè per il Gaudenzi la lingua prevalsa a Bologna fu la toscana, per il Salvioni invece, più ragionevolmente di certo, era un contemperamento delle varie parlate italiane. Con ciò egli ritorna all'idea primitiva del Monaci; ma non si perita di dire che il Gaudenzi «dimostra il fatto in modo ben più sicuro.»

Ora, dove stia codesta dimostrazione, per mia parte confesso proprio di non capire. Se i testi del Gaudenzi sono assai notevoli e se è da essere riconoscentissimi a chi ce li ha dati, i ragionamenti che muovono da essi si trascinano innanzi a fatica di congettura in congettura e non reggono a un esame, per poco attento che sia. Bologna, gran fucina di coltura, ha di certo anche nella storia della nostra lingua un'importanza ragguardevole; ma ridurre dentro di essa soltanto la formazione del volgare illustre, è un rimpicciolire il problema; quanto poi al metterne per l'appunto la nascita nelle scuole di notariato è un immiserire le cose in modo addirittura compassionevole. Nè si capisce che si dia tanto peso a Guido Fava, che, se fu bolognese, scrisse la maggior sua opera in Toscana, e non si pensi a Buoncompagno, che, toscanissimo e insegnando lettere a Bologna, tra tante sue opere non ce ne lasciò nessuna in volgare. Ai documenti del Guadenzi basterebbe contrapporne due soli: da un lato l'iscrizione di Ferrara, che molto tempo prima ci dà esempio di un volgare scritto che non è davvero il ferrarese, pur contenendo elementi dialettali, ed uno emiliano caratteristico; dall'altro, i frammenti fiorentini del 1211, di cui s'è vista la portata cronologica. E dov'è la ricca fioritura di carte volgari, di cui, se la teoria del Gaudenzi fosse vera, noi avremo bene diritto di far domanda, soprattutto alla sua Bologna? Se il volgare deve per solito servire ai notai solo per le spiegazioni verbali alle parti contraenti, non sappiam davvero che importanza abbia da avere questo ordine di fatti per la fissazione della lingua scritta.

Ben altro ci sarebbe a dire; ma rimetto l'esposizione a miglior tempo. Intanto mi basta di aver levato la voce per mettere in guardia contro di ciò che a me pare un errore non meno grave che nuovo.

LE ORIGINI DELLA LETTERATURA ITALIANA

DI ADOLFO BARTOLI

Non congiunti più da nessuna affinità psicologica al Medioevo, riesce difficile a noi sentire quello che fosse, nei suoi aspetti bizzarri e multiformi, l'età delle febbri ascetiche e degli entusiasmi cavallereschi, dei barbari e dei santi, dei feudatari e dei servi, delle crociate e dei tornei; quella lunga e lugubre età nella quale il pensiero umano sembra vicino al suo ultimo disfacimento, e che è pure l'ingenuo tempo dei sogni e delle fole. Se una caratteristica possiamo cogliere in quel caotico agitarsi di elementi tanto diversi, questa sola sarà, che una puerilità universale ha invase le menti, che gli uomini sono divenuti fanciulli. La ragione sembra essersi coperta del lenzuolo funebre, per discendere nel sepolcro, dove dormirà molti secoli. I suoi radianti fulgori sono spenti. Il mondo colle sue gioie, la natura colle sue bellezze non parlano più al cuore degli uomini; le più alte aspirazioni dello spirito sono giudicate un peccato; il cielo incombe sulla terra, e nell'immane abbraccio la soffoca. Si è perduto quasi il concetto della successione dei tempi: ai funerali di Alessandro il Macedone si fanno assistere i frati colle croci e i turiboli; Catilina sente la messa a Fiesole; Orfeo è un contemporaneo di Enea, Sardanapalo un re della Grecia, Giuliano l'Apostata un cappellano del papa. Tutto in quel mondo prende un colorito fantastico. Gli uomini dell'antichità come i contemporanei, se appena si sollevino dal livello comune, hanno tosto la loro leggenda, la loro storia poetica, che la tradizione abbellisce, ingrandisce, trasforma, e dove s'abbracciano fraternamente gli anacronismi più grossolani e le più strane invenzioni. Si confonde la storia di San Gregorio Magno con gli incerti ricordi di Edipo; si crede che il Barbarossa viva nascosto nel fondo di una foresta, e si aspetta che torni per liberar Terrasanta; di Virgilio si fa un mago; si narra che papa Gerberto ha stretto un patto col diavolo.

E pure da una tale prodigiosa credulità, da questo stato infantile dell'umano intelletto, che caratterizza il Medioevo, derivarono appunto i frutti della letteratura romanza. Come proprio dei fanciulli è l'amare tutto ciò che sappia di meraviglioso; come in essi è prepotente il desiderio dei racconti, tanto più graditi quanto più uscenti dai limiti del verosimile, così un popolo fatto latino dalla conquista, ringiovanito poi dal connubio colle fantasiose stirpi germaniche, e dalla loro antichissima epica eccitato, innestava sull'epopea merovingia l'epopea nuova, celebrando Clotario e Dagoberto, Carlo Martello e Carlomagno. E così sulla terra di Francia risuonava il primo cauto romanzo, che poi, traverso ai secoli, dispiegandosi, come albero rigoglioso ed immenso, in mille e mille rami, toglieva argomento dalle leggende intorno agli antenati di Carlo, intorno alla sua giovinezza, alle sue guerre, ai prodi compagni delle sue imprese. Nè solo dalle leggende Carolingie il trovèro francese attingeva materia pei suoi canti infiniti. Tutto in quell'epoca di trasformazione, di inconsciente poesia, di balda giovinezza de' cuori, prendeva un colorito uniforme; tutto era guardato traverso un velo di fantastico tessuto: la guerra di Troja, come le imprese di Alessandro Magno; le prodezze di Arturo, come gli amori di Tristano, come i miracoli di Sant'Eulalia e di Sant'Alessio. Si accoppiava quindi alla solennità religiosa feudale della canzone di gesta, il cavalleresco romanzo d'avventura; si intrecciava al canto epico il romanzo allegorico dell'amore simboleggiato nella Rosa, mentre, quasi araldi dell'avvenire, ghignavano beffardi il poema della Volpe e il procace Fabliau.

Tutta questa lussureggiante fioritura romanza sbocciava e si allargava nella Francia settentrionale e centrale, dal settimo al tredicesimo secolo.

E nella Francia meridionale intanto più presto che altrove si apriva uno spiracolo di luce nel buio del Medioevo. Sotto quel limpido cielo, in mezzo a quella inebbriante natura ed a quelle popolazioni facili ad ogni impressione, avide di piaceri e di feste, agitate da un forte sentimento della vita; in quelle città intelligenti e fiere, dove la libertà si sviluppava così nobilmente, dove i pregiudizi occidentali erano distrutti dalle intime relazioni coi Musulmani e cogli Ebrei, dove regnavano sovrani lo spirito cavalleresco, l'amor della gloria, la difesa del debole, il culto per la donna, la liberalità, la magnificenza, nella Francia meridionale sorgeva un'altra letteratura, che cantava l'amore, la gioia, la cortesia; che affratellava in una specie di democrazia poetica il povero al ricco, il vassallo al signore; che univa in nozze ideali il popolo all'aristocrazia. Il poeta Provenzale, il trovatore, è sopratutto un artista, un artista lirico, che spesso mette in musica le sue proprie poesie, e da sè stesso cantandole, si accompagna col suono; che vive nei castelli dei principi e dei nobili, ne rallegra i conviti e le feste, riceve doni di cavalli, di bardamenti, di armi, di vesti; si aggira per le sale sontuose del maniero feudale, sogguardato dalla bella castellana, che sa di essere amata da lui, e se ne compiace nel suo segreto, ed aspira come un profumo il suo canto. Fra codesti trovatori ci sono i più potenti baroni della Provenza, ed insieme paggi, servi, soldati, giovani poveri e avventurosi. C'è Guglielmo Conte di Poitiers gran corteggiatore di donne, che oggi ama e domani abbandona; grande scettico che ride dei vescovi, e corre in Terrasanta a capo di trecentomila crociati; prode soldato che vive d'armi e d'amore, di canto e di cortesia. C'è Bernardo di Ventadorn, il figliuolo dell'uomo che scaldava il forno nel castello feudale, che ama prima la moglie del suo signore, e poi in Normandia la celebre Eleonora di Poitiers, e alla corte di Tolosa una bella italiana, Giovanna d'Este. C'è Goffredo Rudel che s'innamora, senza averla mai vista, della contessa di Tripoli, traversa il mare per lei, giunge malato e muore, muore felice perchè ha potuto per un istante contemplare la bellissima donna e riceverne un dono. Ci sono cento e cento altri, di questi cavalieri poeti, di questi guerrieri innamorati, di questi servi ardimentosi, che dal secolo XI al XIII fanno eccheggiare delle loro canzoni quella terra benedetta dalla natura.