Alle letture fiorentine doveva preludere l'onor. Ferdinando Martini. Ma l'illustre uomo, trattenuto a Roma da gravi doveri, non potè, ed io fui chiamato a sostituirlo.
Grato agli egregi amici che pensarono a me ed a tutti coloro che benevolmente mi accolsero e festeggiarono, mi è forza però far noto ai lettori come fu fatta questa conferenza; cioè quasi all'improvviso. Ed essendo prefazione ad un libro ancora da farsi, non poteva darne che cenni vaghi con parole inconcludenti. Si trattava di menare il can per l'aia un paio di quarti d'ora, tanto per cominciare. Il che mi sia di scusa presso coloro che cercheranno qualche cosa qui, e non la troveranno. O. G.
LE ORIGINI DEL COMUNE DI FIRENZE
DI PASQUALE VILLARI
I.
Signori e Signore.
Chiunque sente annunziare una conferenza sulle origini di Firenze, immagina subito una serie svariata di avvenimenti fantastici e pittoreschi: castelli feudali; associazioni di operai, che combattono intorno al Carroccio; poeti; pittori; l'origine delle arti, della lingua, della cultura italiana. Chi invece ha l'onore di fare la conferenza, e si pone a studiare coscienziosamente il soggetto, si trova dinanzi alcuni brani di vecchi annalisti, i quali contengono una serie scarsa di aride notizie, poco più che dei nomi e delle date: le date spesso sbagliate, i nomi non sempre intelligibili. È facile immaginarsi come gli antichi sciupassero qualche volta i nomi, se noi pensiamo che, per esempio, un cronista quale era Giovanni Villani, nel parlarci di Federico II di Svevia, di Corradino e degli altri della famiglia Hohenstaufen, di Casa Sveva, traduce questo nome in Stuffo di Soave. E così avvenne che gli scrittori moderni, in tanta scarsità di notizie, ricorsero fra di noi al partito di rinunziare addirittura a discorrere delle origini di Firenze. Basti dire che l'illustre marchese Gino Capponi, nella sua grande opera, dopo una brevissima introduzione, fa un salto fino alla morte della Contessa Matilde, e poi in dodici pagine tratta più di un secolo di storia, arrivando fino al 1215.
Gli antichi si trovarono dinanzi a questa medesima difficoltà. Ma essi seguirono un metodo molto semplice. Il Villani ed altri cronisti, non trovando notizie sulle origini di Firenze, ci dettero una leggenda, che non ha nessun fondamento storico, e non ha neppure la poesia che si trova nelle leggende che circondano le origini di Roma e delle città della Grecia. È una leggenda, invece, che qualche volta manca addirittura di senso comune. Basti dire che in essa (quale almeno la leggiamo nel Malespini) ci si descrive la moglie di Catilina, che, il giorno della Pentecoste, va a sentire la messa nella Canonica di Fiesole.
Bisogna quindi ricorrere ai documenti; ma i documenti fiorentini che noi abbiamo, cominciano quando già il comune esisteva da un pezzo. È naturale che il Comune non potesse fare dei trattati, delle leggi prima di cominciare ad esistere. Abbiamo quindi bisogno d'aiutarci colla storia generale del tempo, coi documenti posteriori, o di altri luoghi vicini; di interpretare delle frasi; fare delle indagini, per potere, retrocedendo con la induzione, cercare la spiegazione degli avvenimenti anteriori. E così è che a voler fare davvero una buona conferenza sulle origini di Firenze, bisognerebbe farla estremamente noiosa.
Ma si dirà: perchè scegliere allora un tale argomento? Ve ne sono tanti nella storia d'Italia meno oscuri e più dilettevoli. Perchè scegliere questo appunto delle origini? Il vero è che esso ha pure la sua grande importanza, la quale risulta da più e diverse cagioni. E prima di tutto ve n'è una assai generale. Il Comune italiano è una istituzione che creò la società moderna. Il Medio Evo non conosceva lo Stato; l'Europa era divisa in castelli feudali, in associazioni, quasi in piccoli gruppi e frammenti. Al di sopra di questi frammenti, in cui la società si era sgretolata, v'erano due grandi, due universali istituzioni: l'Impero e la Chiesa; l'Impero, che rappresentava il principio giuridico e politico del mondo; la Chiesa, che rappresentava l'unità del principio religioso. Ma queste due istituzioni, appunto perchè universali, non potevano favorire la costituzione dello Stato moderno, nazionale. Il Comune si pose a tale opera, e gettò le basi dello Stato moderno. Il Medio Evo non conosceva la civile uguaglianza; l'aristocrazia era una casta separata dal resto della popolazione; essa in Italia rappresentava il sangue straniero. I lavoratori, specialmente i lavoratori della terra, non erano liberi, erano attaccati alla gleba, erano in condizioni servili. Il Comune italiano proclamò l'indipendenza del lavoro, l'uguaglianza degli uomini. Queste sono le basi su cui si fonda la società moderna; e così noi, studiando le origini del Comune, veniamo come a studiare le origini della società di cui facciamo parte, a cercare quasi le origini del nostro proprio essere civile. Quindi è che tutti i problemi, i quali si riferiscono alle origini dei Comuni italiani hanno una grande importanza, destano un singolare interesse. Questa è anche la ragione per la quale si è tanto disputato, per sapere se il Comune discendeva dalle istituzioni e dalla cultura romana o doveva invece la sua esistenza ad un principio nuovo, portato fra noi dai popoli germanici, i quali avrebbero così avuto il vanto d'aver messo le prime basi alla moderna civiltà. Il patriottismo si è mescolato in questa disputa, ed ha reso sempre più difficile il trovare una soluzione imparziale e scientifica.