Che non si disdegnasse farli motto:

Ond'io metterei 'l cuor per un fiorino,

Ch'anzi che sian passati mesi otto,

S'egli avrà pur del pan, dirà: buonino!

Ed ecco quello stesso poeta che si è burlato così piacevolmente di Neri Piccino, scrivere del proprio padre queste orribili parole:

E poi m'è detto ch'io nol debbo odiare;

Ma chi sapesse bene ogni sua traccia,

Direbbe: il cor gli dovresti mangiare.

Perdonatemi, o signore, se vi ho letto questi versi che nelle vostre anime gentili debbono destare ribrezzo ed orrore. Ma io doveva pure delinearvi la scapigliata e truce figura dell'Angiolieri, che è senza dubbio uno dei poeti più caratteristici e più originali che abbia la nostra letteratura del secolo XIII. E molte cose ho taciute, moltissime, che pure avrebbero meglio lumeggiato quello strano uomo e quel poeta, il quale alla distanza di tanti secoli fa pensare ad Enrico Heine. Molte cose ho lasciate nel silenzio, ma non posso lasciare anche quello che è il capolavoro del povero Cecco; un sonetto nel quale egli dice ciò che vorrebbe essere e ciò che vorrebbe potere:

S'io fossi fuoco, io arderei lo mondo;