. . . . . . io mi son un che quando

Amore spira, noto, ed a quel modo

Che detta dentro, vo significando.

Una lirica nei suoni dolcissima, nella forma aerea, diafana, impalpabile, che pare una musica celeste, un cantico di Serafini, un sospiro dell'anima; una lirica che sale su, in alto, come una preghiera devota, che è un'estasi dello spirito innamorato della più pura e più celeste idealità femminile.

Anche Dante ebbe prima le sue titubanze. Alcune delle sue liriche risentono tuttavia qualche cosa della maniera dei Provenzali e di quella del Guinizelli, ch'egli salutò padre suo nell'arte. Ma poi spiccato il volo divino nel campo infinito dell'ideale, parve transumanarsi, e dalle sue labbra sgorgarono le note più soavi che abbia la lirica umana di tutti i tempi e di tutti i paesi. La donna si mutò in angiolo, e con angelica lingua fu salutata dal suo poeta:

Tanto gentile e tanto onesta pare

La donna mia, quand'ella altrui saluta,

Ch'ogni lingua divien tremando muta,

E gli occhi non ardiscon di guardare.

Ella sen va, sentendosi laudare,