E 'l Trissino gentil che col suo canto

Prima d'ognun dal Tebro e da l'Iliso

Già trasse la Tragedia a l'onde d'Arno!

Palla Rucellai, fratello di Giovanni, letterato esimio e scrittore di Tragedie encomiate, scrisse al Trissino una lettera, con la quale dedicandogli l'opera del fratello Le Api si esprime così: “Voi foste il primo che questo modo di scrivere in versi materni, liberi dalle rime, poneste in luce: il qual modo, fu poi da mio fratello, nella Rosmunda primieramente, e poi nell' Api e nell' Oreste abbracciato ed usato; adunque meritamente, sì come primi frutti della vostra invenzione, vi si mandano.„ Vedete, che anche allora non si disconosceva il vero merito; e ciò che più meraviglia, veniva apprezzato dai colleghi letterati. Or io vi leggerò della tragedia Sofonisba una scena, che sembrami ricca di forma e di logiche persuasioni. La scena si passa in Cirta, città di Numidia, fra Scipione e Massinissa, quando questi, vincitore delle armi di Siface, sposo di Sofonisba, promette alla Regina di non consegnarla come prigioniera ai Romani, purchè acconsenta a divenirle moglie subitamente. Sofonisba, dimentica del suo consorte, già prigioniero dei Romani, e spinta dalla regale vanità di non umiliarsi dinanzi ai vincitori, acconsente, e l'unione vien celebrata (sembra che a quei tempi il divorzio fosse ammesso, e si regolasse facilmente, bastando il consenso d'una sola delle due parti).

Scipione, capo delle forze alleate, e rappresentante il Senato Romano, vuole, com'era per legge, che i vinti sieno mandati, niuno escluso, prigionieri in Roma. Qui comincia il dialogo che meglio vi spiegherà l'argomento e la posizione.

Scip. Signore, io penso, che null'altra cosa

Che 'l conoscere in me qualche virtute,

V'inducesse da prima a pormi amore;

Il quale amor, da poi vi ricondusse,

Che riponeste in Africa voi stesso