Questo noi oggi teorizziamo e lumeggiamo comodamente a distanza di tre secoli e mezzo: questo, per l'occhio vigilante de' suoi ambasciatori, vedeva in atto l'austera Venezia, al cui Serenissimo Principe scrivevano da Firenze quei clarissimi che — in una repubblica popolare come la fiorentina signoreggiava la plebe, la quale attendendo alle arti meccaniche, non può sapere il modo del vero governo; e che, tra per cosiffatta meccanicità e per le dissensioni intestine, la era una repubblica che aveva sempre avuto bisogno d'esser retta da altri —: ma questo stesso, e le difficoltà che ne emergevano a governare, sentiva altresì, come per istinto, una delle fazioni che si contrastavano il reggimento della recuperata libertà; quella fazione appunto, che nella persona di Niccolò Capponi fu assunta al governo. Niccolò era degli Ottimati, cioè di quella parte, propaggine dell'antico Popolo grasso, la quale, anche amando la libertà, non procedeva scevra da ambizioni personali. A quella parte, in cotesta riforma di governo, si erano accostati i molti ne' quali tale amore di moderata libertà, la libertà ormai tradizionale a Firenze, si conciliava con l'affezione ai Medici patroni, e con la disposizione a riaverli cittadini principali senza tirannide. V'erano poi i Piagnoni, memori seguaci del Frate e in lui credenti, e avversari ai Medici, ma che la severità del costume e il vivo sentimento religioso segregava dagli Arrabbiati o Adirati, già contradittori delle santimonie fratesche e perciò più o meno Medicei, ma ora finiti in fazione, essi e i Libertini (i quali erano più che altro giovani e persone meglio di fatti che di parole), feroce contro il nome Mediceo, e ostile al Capponi e a quella sua maggioranza cauta e riguardosa dell'avvenire e non aliena dal patteggiare per la conservazione della libertà.
Il Capponi, fatto e poi confermato gonfaloniere a lungo termine dopo cacciati i Medici, fu il primo de' tre cittadini, nelle cui mani, l'uno dopo l'altro, l'insegna della Giustizia, rizzata fra il popolo da Giano della Bella nel 1293, sventolasse per gli ultimi anni dal 1527 al 1530 sopra libera cittadinanza. E se i due gonfalonierati successivi, di Francesco Carducci e di Raffaello Girolami, segnano il periodo eroico della resistenza e lo suggellano col loro sangue, ha la sua triste grandezza anche la magistratura di quel figliuolo di Pier Capponi. Il quale non facendosi illusioni sulle condizioni di Firenze e d'Italia, tenta valersi della fiducia che la cittadinanza ripone nell'integrità sua, per equilibrare nel governo quelli umori discordi: va bilanciando, tra Francia e Spagna, i partiti più favorevoli alla salvezza della città; dalla prudenza sua attirato verso la Spagna (come fu pure, ma felicemente, il magnanimo Andrea Doria), dalle simpatie popolari e guelfe del Comune sospinto a cercare la Francia: di Clemente stesso, che ravversa le sgominate fila della sua bieca politica papale, non rifugge dall'accogliere e ascoltare, anche con pericolo di morte e d'infamia, segrete ambasciate, le quali, chi sa?, potrebbero anche distornare i pericoli del buttarsi Firenze sia a Spagna sia a Francia, caso mai riuscisse con patti accettevoli, e non lesivi della libertà, farsi amico il Pontefice; ma sopratutto gl'incombe sull'anima lo sgomento angoscioso della impotenza della Repubblica, non a combattere sibbene a vincere, e del non saper egli o evitare il combattimento, o procacciare alla sua Firenze condizioni di buona guerra. E intanto, lui gonfaloniere, la gioventù si arma, e i retori fiorentini nelle chiese de' quattro quartieri arringano per la prima volta gl'inscritti nella “nuova milizia„ cittadina, esaltando i “civili ordini fortificati coi militari„; mescolando le sentenze Aristoteliche, dai libri della Politica, con gli esempi delle romane virtù e con le memorie del libero Comune da Giano alle violenze del 1512; e nella difesa della libertà fiorentina rappresentando una difesa della libertà e dell'onore di tutta Italia, dell'Italia “pigra„ (esclama un d'essi) ed “ingrata„; e sulle armi cittadine evocando l'augusta imagine della patria, e la benedizione invocando di Cristo re. Perocchè la Repubblica, solita pur troppo, ne' grandi cimenti, a dover costringere la morbosa espansione della sua libertà mediante il correttivo d'un patronato principesco, ha questa volta cercato il suo patrono fuor de' principi della terra malfidi e venali; e sulla fronte di Palazzo Vecchio, il re di tremenda maestà Cristo ha impresso il raggiante suo stemma; e dal popolo che occupa in armi la piazza dove la curia dei Borgia ha dato ad ardere il Savonarola, dalla cittadinanza che siede legislatrice nella Sala del grande Consiglio restituita agl'intendimenti di lui, si leva il superstite canto di trionfo del Martire e Profeta:
Viva ne' nostri cor, viva, o Fiorenza,
Viva Cristo il tuo re.
Ma fuori del cerchio che sempre più dappresso chiude e stringe Firenze isolata, fra le cui mura già serpeggia, come in altre parti della povera Italia, la pestilenza che quelle masse d'armi e di luridume trascorrenti e le stragi campali e lo strazio delle plebi affamate portavano seco, fuori di cotesto cerchio che presto sarà di ferro, le cose d'Italia s'avvolgono in nuove complicanze, sempre più minacciose alla vittima destinata. Clemente VII, sottrattosi fin dal dicembre del 27, fuggiasco o lasciato fuggire, alla prigionia di Castel Sant'Angelo, si ravvicina al Cesare saccheggiatore; e il trattato di Barcellona (giugno 29, il giorno di San Pietro) ferma le basi della nuova amicizia; e la suggellano, sinistramente per Firenze, le nozze che si patteggiano fra una bastarda di Carlo V e Alessandro de' Medici figliuolo, come fosse, del Papa. Da un altro lato la pace, così detta delle Dame (Margherita d'Austria per Carlo V, e Luisa di Savoia per Francesco I), ricongiunge a Cambrai (agosto del 29) i due emuli, segnando, col disonore del re cavaliere, l'abbandono de' suoi amici e alleati, primi i Fiorentini, che egli séguita, per maggior vergogna, ad affidare di vane e bugiarde speranze. E intanto le armi Spagnuole e quelle Francesi o della Lega, dove conserva tuttavia soldatesche proprie Firenze, hanno in Lombardia e nelle Puglie e intorno a Napoli continuato con varia vicenda la desolazione d'Italia, terminando col raffermarsi su di essa la prevalenza, che ormai sarà secolare, dello sconcio giogo spagnuolo. Spagnuola, ma però indipendente, da oligarchica pacificandosi in aristocrazia, si è fatta, pel grande animo del Doria, Genova; mentre l'altra gloriosa marinara d'Italia, trent'anni dopo la Lega di Cambrai, dopo retto all'urto di tutta Europa collegata a' suoi danni dalla ferocia di papa Giulio, si ritrae intatta con l'arme al piede nel vecchio territorio di San Marco, e ammaina nell'Arsenale le vele che aspettano i superbi venti della giornata di Lepanto.
Ed ecco, da' due estremi della penisola così bene assettata a non essere ormai più di sè stessa, Filiberto d'Orange, sesto dei trentotto Vicerè spagnuoli ai quali è condannata Napoli, sale con Ferrante Gonzaga verso Toscana; e di Lombardia, le masnade di Antonio de Leyva si apparecchiano a scendere l'Appennino; mentre l'Imperatore a piccole e caute giornate, costeggiando Spagna e Francia, approda a Genova, e prosegue verso Piacenza, e il Papa, già restituitosi da Viterbo in Roma, muove verso la Romagna per aspettarlo in Bologna. E colà convengono nel novembre del 29 Imperatore e Pontefice, per la pacificazione (così annunziano) e l'assetto d'Italia: che vuol dire, aggiunzione della corona di Napoli alla corona imperiale; patteggiamento di ambizioni ecclesiastiche con gli Estensi e con Venezia; transazioni per le signorie di Milano, d'Urbino, di Mantova; composizione con Genova, Savoia, Lucca, Siena; conseguente cancellazione di quella che seguitava ad aver nome di Lega, sebbene già da tempo non fosse più cosa: e sola, abbandonata all'ira cesarea e all'impazienza conquistatrice di Carlo, segno ormai sicuro all'odio filiale di papa Clemente, profferta alle brutali cupidigie delle soldatesche, disconosciuta da tutti, tradita dal Re Cristianissimo, sola e disperata di salvezza, sul suo capo accogliendo il fato della libertà italiana che muore, rimane Firenze. I suoi ambasciatori a Cesare, non ascoltati in Genova, respinti in Piacenza, riportano indietro le sorti non deprecabili della città; e nel ritorno, un d'essi, il Capponi già gonfaloniere, si ammala in Garfagnana, e vi muore; muore esclamando: “Dove abbiamo noi condotto questa misera patria!„
III.
Ve l'avevan condotta, non tanto forse gli errori dei cittadini suoi, quanto, come abbiamo visto, necessità di tempi e degli ordinamenti statuali. Ma errori avevan pure, meno forse di altri l'onesto e avvisato Capponi!, da rimproverare i Fiorentini a sè stessi: nè tutti li scusa quella difficoltà di pronti e risoluti partiti, in che li metteva la loro democrazia, per ciò appunto dispregiata dai togati Veneziani. Essi avrebber dovuto, subito dopo liberatisi dai Medici, disimpacciarsi altresì dalle pastoie e dalle ambiguità della Lega; ritirare da que' suoi pressochè disutili e ingloriosi scorazzamenti verso Roma e Napoli le gagliarde milizie che Firenze ci aveva, le Bande Nere, forti del nome e della disciplina del loro fiorentino condottiero Giovanni de' Medici; preparar subito la difesa del dominio, pur troppo malfido perchè servile da Pisa ad Arezzo e Cortona; continuare alacremente l'afforzamento strategico della città, incominciato dallo stesso Giulio de' Medici per opera del Sangallo; e in tale condizione ed assetto, fortificato dall'innato amore della libertà, ottenere che Firenze fosse un valore politico guerresco e morale, guarentito poi da' bei fiorin d'oro de' suoi mercatanti: un valore, che Venezia, gli Este, i Della Rovere, il Doria, e quanto di meglio disposto era nella penisola, potessero debitamente apprezzare, rispetto al loro stesso interesse: un valore che Spagna e Francia dovessero bilanciare ne' loro maneggi col Papa, fiorentino e Medici, e perciò nemico. A tutto questo furono incuranti o insufficienti i Fiorentini: così che di essi non rimase valor vivo e operante, se non l'amore della libertà, che li fece eroi, ma solamente per una gloriosa caduta.
Se nella critica storica fosse lecito avventurare divinazioni di possibili conseguenze da fatti i quali si suppongano accadere diversamente da quello che in realtà sono accaduti, vorrei farvi pensare: la morte, fra il 1526 e il 27, rapiva alla gloria d'Italia una spada valente, Giovanni de' Medici; un poderoso intelletto, il Machiavelli; ambedue fiorentini: — vorrei che immaginassimo, Niccolò Machiavelli, nel luogo del probo e dotto messer Donato Giannotti, essere, in servigio di Firenze pericolante, il segretario dei Dieci di Libertà, e portare a quell'ufficio il genio dello statista, la fedeltà passiva dell'instrumento di governo, l'animo donde usciva l'invocazione al Principe liberatore d'Italia: immaginassimo Giovanni de' Medici, rampollo dei malveduti da papa Clemente, spendere alla difesa di Firenze assediata quella sua prodezza guerriera, che fece scolpire sul marmo “esser egli morto, più che per suo proprio, per fato d'Italia„: — e una superba visione mi pare sorgerebbe dinanzi ai nostri occhi: Italia nostra, che vince la seconda grande vittoria repubblicana, dopo la veneta contro i congiurati di Cambrai, la seconda vittoria repubblicana contro le forze della tirannide dinastica, che calava oscura e pesante sulla libertà delle nazioni.
Ahimè, ben diversa è la realtà dei fatti consegnati alla storia! L'avanzarsi di Filiberto d'Orange, per la Toscana, dopo fermata in Roma l'impresa col Papa (il 12 agosto 1529,) fu un agevole abbattimento di non preparate e mal ordinate resistenze. Patteggiata, dopo breve sebben vigoroso contrasto, Perugia con Malatesta Baglioni (il sinistro nome di quest'uomo, già fin dall'aprile condotto agli stipendi de' Fiorentini, ci si fa troppo presto dinanzi), il principe s'impossessa di Cortona, luogo quasi inespugnabile che i soldati difendono bravamente ma i terrazzani tradiscono; prende Castiglione Aretino e lo saccheggia; Arezzo gli è abbandonata, esultante come di liberazione propria, dal Commissario fiorentino, il quale si ritira perchè si crede che Firenze voglia raccogliere intorno a sè stessa la sua difesa: e l'Orange, assicuratosi anche del Casentino, entra nel Valdarno di sopra, e dal campo di Montevarchi, il 23 settembre, scrive all'Imperatore: “Non mi rimane più dunque a prendere se non Firenze, di che prego Dio voglia darmi felice esito.„