Permettetemi ora un breve cenno sui precetti dell'arte drammatica di quel tempo, per poi conchiudere. Il dotto israelita, De Sommi, mantovano, poeta e autore drammatico, nella sua opera in materia di rappresentazione scenica, nel terzo dialogo, sui recitanti, s'esprime così: “Nell'attore è a ricercare buona pronunzia, e questo più che altro importa: e poi cerco che sieno d'aspetto, rappresentante quello stato che hanno da imitare più perfettamente che sia possibile, come sarebbe, che un innamorato sia bello, un soldato membruto. Pongo poi gran cura alle voci di quelli, perchè io la trovo una delle grandi e principali importanze.... E se io, poniam caso, avessi a far recitare un'ombra in tragedia, cercherei una voce squillante per natura, o almeno atta con un falsetto tremante a far quell'effetto che si richiede in tal rappresentazione.„ A me sembrerebbe cosa quasi ridicola udire un'ombra parlare in falsetto tremante. E neppure in tutto sono d'accordo con lo scrittore Ingegneri il quale vuole “che l'ombra abbia una voce alta e rimbombante, ma ruvida ed aspra ed in conclusione orribile e non naturale e dello stesso tuono.„ (Dello stesso tuono e non naturale, ne convengo, ma a mio credere la voce dovrebbe essere non alta ma sonora, non ruvida ed aspra, ma cavernosa e monotona). Torno al De Sommi: “Delle fattezze dei visi non mi curerei poi tanto, potendosi agevolmente con l'arte, supplire ove manca natura„ (l'arte non darà mai l'espressione e la vivacità naturale alla fisonomia!) “ma non mai però in caso alcuno mi servirei di maschere, nè di barbe posticce, perchè impediscono troppo il recitare„ (e dovendo rappresentare Barbarossa, lo vorrebbe sbarbato?) “e se la necessità mi costringesse far fare ad uno sbarbato la parte di un vecchio, io gli dipingerei il mento, sì ch'egli paresse raso; con una capigliatura canuta sotto la berretta, e gli darei alcuni tocchi di pennello sulle guancie e sulla fronte, tal che non solo lo farei parere attempato, ma decrepito, e grinzo bisognando.„ (I tocchi sulle guancie e sulla fronte, sta bene, ma perchè la capigliatura canuta sotto la berretta? Non era più naturale e semplice il dire, con una parrucca bianca? Seguiamo!).“L'attore dovrà dir forte quanto basti da farsi intendere comodamente a tutti gli spettatori, acciò non cagionino di quei tumulti che fanno sovente coloro, li quali per essere più lontani, non ponno udire, onde ha poi disturbo tutto lo spettacolo.„ (A quanto pare, anche allora il pubblico era talvolta riottoso!) “Bisogna che l'attore s'ingegni di variar gli atti, secondo la varietà delle occasioni; dico, che non basterà ad uno che faccia la parte, poniam caso, d'un avaro, il tener sempre le mani sulla scarsella, il tentar spesso se gli è caduta la chiave dello scrigno, ma bisogna anche che sappia, occorrendo, imitare la smania ch'egli avrà, exempli gratia, intendendo che il figliuolo gli abbia involato il grano.„ (Ora viene il buono!) “E se farà la parte d'un servo, in occasione d'una subita allegrezza, saper spiccare a tempo un salto garbato: in occasione di dolore stracciare un fazzoletto co' denti: in caso di disperazione trar via il cappello, e simili altri efficaci effetti, che danno spirito al recitare.„ (E che ai tempi nostri farebbero fischiare!) “E se farà la parte d'uno sciocco, oltre il risponder male a proposito, il che gl'insegnerà il poeta con le parole, bisogna che a certi tempi, sappia far anche di più lo scimunito: pigliar delle mosche, cercar delle pulci, e altre siffatte sciocchezze. E se farà la parte d'una serva, saper scuotersi la gonnella lascivamente, se l'occasione lo comporta, ovvero, mordersi un dito per isdegno, e simili cose, che il poeta nella testura della favola, non può esplicatamente insegnare.„ (Per fortuna sua!) In quanto al modo che il De Sommi voleva vestiti gli attori, non è meno curiosa una breve descrizione. Egli scrive: “Io m'ingegno poi quanto più posso, di vestire i recitanti fra loro differentissimi: e questo ajuta assai, sì allo accrescere vaghezza con la varietà loro, e sì anco a facilitare l'intelligenza della favola. Ora, se io avrò (per gratia di esempio), da vestire tre o quattro servi, uno ne vestirò di bianco con un cappello; uno di rosso con un berrettino in capo; l'altro a livrea di diversi colori; e l'altro adornerò per avventura con una berretta di velluta e un paio di maniche di maglia, se lo stato di lui può tollerarlo, parlando però di commedia che l'abito italiano ricerca; e così, avendo da vestire due amanti, mi sforzo, sì nei colori, così nelle fogge degli abiti, farli tra loro differentissimi: uno con la cappa, l'altro col ruboncello: uno co' pennacchi alla berretta, e l'altro con oro senza penne: a fine che tosto che l'uomo vegga, non pure il viso, ma il lembo della veste dell'uno o dell'altro, lo riconosca, senza aver da aspettare, ch'egli con le parole si manifesti: avvertendo generalmente, che la portatura del capo è quella che più distingue, ch'ogni altro abito, così negli uomini come nelle donne; però sieno diversi tutti fra loro quanto più si possa, e di foggia e di colori. Nè mi resterei di vestire un servo di velluto o di raso colorato, purchè l'abito del suo padrone fosse con ricami e con ori cotanto sontuoso, che avessero tra loro la debita proporzione.„ (Così, se una signora caduta al basso e priva di mezzi, fosse costretta a vestire di mussolina, per star ligi alla proporzione, qual'altra stoffa dovrebbe usare la sua cameriera? Io non vi vedrei che quella adottata da Eva; e prima del peccato).
Concretando su quanto vi descrissi dei componimenti tragici e comici: degli attori e critici loro, come dei precetti che guidavano gli artisti sul modo d'interpretare ed esporre i caratteri; ed infine, sul gusto d'abbigliarsi sulla scena, mi abbisogna vagare su induzioni che potrebbero essere fallaci; pure non mi pèrito ad emettere la mia opinione, dicendo che le aspirazioni artistiche di quel secolo tendevano più alla ricerca del bello nell' arte, anzichè al bello nella natura; più all'estetica della parola, che a quella dei caratteri e dell'azione: più a soddisfare i sensi, che a convincere l'intelletto.... escludendo però del tutto l'idea in me di menomare con questo, il sovrano ingegno di coloro, che nelle composizioni, come nelle interpretazioni, furono giustamente proclamati sommi. Se esiste l'arte bella, vi è pure l'arte vera. L'arte bella si discute e si giudica col sentimento convalidato dall'istruzione, dall'educazione e dai costumi filtrati, ed assorbiti nel secolo in cui uno vive. L'arte vera è intangibile in tutte le epoche. Non si giudica; v'incanta, vi affascina, e s'idolatra. La prima è frutto dell'ingegno, la seconda del genio. L'arte vera non è stata, non è, e non sarà che una, ed è figlia della natura; e come dice Dante: è quasi nipote a Dio! Lasciando da parte il grado di nobiltà ch'essa occupa, la drammatica, sebbene infelice dal suo nascersi, come dissi più sopra, a parer mio, è l'arte più perfetta e più utile di quant'altre mai. La scultura e la pittura riproducono anch'esse la natura, ma le loro figure, sebbene esprimenti un pensiero, restano immobili: non parlano, non gesticolano, non respirano. Vedute cento volte non vi rivelano che la stessa idea.... immobilmente tacita; nè presto alcuna fede alla favola di Pigmalione, se lo scalpello d'un Michelangelo non ebbe il potere di far parlare il suo Mosè! Ammirando quelle figure, l'effetto morale siete obbligato raccoglierlo nella vostra immaginazione. Così, anche il componimento drammatico, è sterile, inanimato, se non riceve l'alito fecondatore della rappresentazione.
L'arte della scena ha il potere d'insinuare nell'anima degli spettatori quei sentimenti, quelle passioni, quegli entusiasmi, che già intuiti dall'artista, trasfonde all'uditorio, non con mezzi estranei e fittizî, indispensabili alle altre arti, ma con quelli della movenza facciale, della voce, del sentimento e della feconda parola, che sono le legittime, vere, naturali espressioni dell'uman genere. È tanto convincente, persuasiva, insinuante quest'arte, che, in ogni tempo, ma più nel XVI secolo, dal previdente ed astuto clero, fu temuta, quindi osteggiata, non come esempio di pervertimento ai costumi, ma come potente diffonditrice di quella istruzione, di quei liberali sentimenti, di quelle patriotiche aspirazioni e di quelle nobili ed oneste tendenze, per le quali e con le quali soltanto, si formano le grandi Nazioni.
Ma mi avveggo che l'ora assegnatami è di soverchio trascorsa, e non voglio abusare maggiormente della benevolenza de' miei cortesi ascoltatori. A coloro, che per caso avessero qualche piccolo peccatuccio veniale da scontare, dico, che dopo la penitenza da me, ad essi, imposta quest'oggi, vengono del tutto purificati. Gli altri, che per le devote pratiche pasquali la partita del dare e avere hanno liquidata, saranno rimunerati dal sommo Fattore di tutte cose. Ma tanto a gli uni che a gli altri, debbo i sensi della mia riconoscenza che per non tediarvi di più, compendio in una sola parola. Grazie.
LA MUSICA NEL SECOLO XVI
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DI
G. A. BIAGGI
“Di tutte le opere dell'uomo (scrisse ne' suoi Ricordi Massimo D'Azeglio), la più meravigliosa ed insieme la sola per me inesplicabile, è la musica.
“Capisco la poesia, capisco la pittura, la scultura, le arti d'imitazione insomma. Il loro nome ne svela la origine. V'era un modello, la umanità v'impiegò secoli per imitarlo, e finalmente lo imitò.
“Capisco le scienze. Dato il raziocinio, non trovo difficoltà a comprendere che, profittando ogni età delle riflessioni dell'età antecedente e, per così dire, salendo sulle sue spalle, la umanità si sia inalzata al punto al quale oggi si trova.