La priorità della Dafne è attestata dal Clasio in una nota illustrativa posta in fine alla ristampa del libretto del Rinuccini, dove leggesi: “che, compiuta nel 1594, la Dafne fu per tre anni consecutivi recitata in casa Corsi, con gran piacere ed applausi degli spettatori.„ E del resto è pure attestata dal Rinuccini nella lettera con cui dedica la sua Euridice alla Regina Maria de' Medici, e nella quale v'hanno considerazioni e notizie che giova conoscere:
“È stata opinione di molti (scrive il Rinuccini) che gli antichi Greci e Romani cantassero sulle scene le tragedie intere; ma sì nobile maniera di recitare, non che rinnovata, ma neppur ch'io sappia sin qui è stata tentata da alcuno; e ciò, credo io, per difetto della musica moderna, di gran lunga all'antica inferiore. Ma pensiero sì fatto mi tolse interamente dall'animo messer Jacopo Peri, quando, udita l'intenzione del signor Jacopo Corsi e mia, mise con tanta grazia sotto le note la favola di Dafne, composta da me, che incredibilmente piacque a que' pochi che la udirono. Onde, preso animo, e data miglior forma alla stessa favola, e di nuovo rappresentata in casa Corsi, fu ella non solo dalla nobiltà di tutta questa patria favorita, ma dalla serenissima Granduchessa e dagli illustrissimi Cardinali Del Monte e Montalto.„
A dimostrarvi praticamente, o Signori, la innovazione operata dalla Camerata Bardi, avrei dovuto scegliere un pezzo della Dafne; ma, disgraziatamente, della musica di quell'opera non trovasi più una nota. Andò smarrita tutta. Ebbi quindi ricorso al prologo della Euridice, opera degli stessi autori, Rinuccini e Peri, e posteriore alla Dafne di soli sei anni.
In quel prologo sono poche e semplici note; ma note che prendono la ragione di essere dalle parole; che vi si immedesimano; e che, con inflessioni e con accenti naturali ed espressivi, ne rendono efficacemente il sentimento, l'affetto, la passione. Sono note ben semplici, ripeto, ma in alcuni de' loro movimenti piegano già alle leggi del ritmo: elemento (il ritmo ) che, come la melodia, i Fiamminghi avevano interamente abbandonato. Quel prologo, in fondo, è ben poco più di un recitativo; ma quel recitativo è una vera e propria trovata; è, come ho detto, una vera invenzione ed è tipico; ma quel recitativo fu all'arte musicale quel medesimo che fu alla scienza e alle applicazioni della elettricità, la pila d'Alessandro Volta. In breve, da quel recitativo uscirono le frasi, le cadenze, i cantabili; uscì la melodia!
E con la melodia, che i Greci definivano una poesia sopra la poesia, una delizia dell'anima, un incanto, la luce fu ad un tratto su tutta la distesa dell'arte; ne penetrò le viscere, e vi portò il calore della vita e la fecondità.
Infatti, ne' primi dieci anni del secolo seguente, noi vediamo che la musica, con tutte le sue diramazioni e le sue forme, si volge, come per elaterio, ad alti e nuovi intenti, e muove sicura per nuove vie: la vocale, col melodramma, per la via che doveva portarla al Don Giovanni, al Barbiere di Siviglia e al Guglielmo Tell; e la strumentale, per quella che mise capo al Boccherini, all'Haydn, al Mozart e al Beethoven.
Tenuto conto di tutto questo, chi crede di poter dire che la Camerata del Bardi inventò il melodramma, a più forte ragione, mi pare, dovrebbe dire che ha inventato la musica!
Metto da parte l'inventare, e riassumo: la Camerata del Conte Bardi, animata da un sano intendimento artistico, e guidata da un elettissimo buon gusto, tolse la musica dagli inestetici e goffi artifizi de' Fiamminghi; la fece libera richiamandola al naturale suo principio, alla melodia, e rendendo possibile la rappresentazione scenica, dette al mondo il melodramma, che è la più attraente di quante sono le forme dell'arte: che è una festa dei sensi e dell'intelligenza.
E il melodramma, com'essa lo intese e lo volle, offrendo un vasto e convenientissimo campo d'azione alle preziose doti di sentimento, di voce e di fantasia, delle quali la natura è così prodiga agli Italiani, fu all'Italia, e per più di due secoli, un titolo invidiatissimo di gloria e, insieme, una non piccola sorgente della pubblica ricchezza.
Fine.