Nell'antico castello dei conti Angoulême presso Amboise erasi compiuta l'educazione di Francesco I, e di sua sorella Margherita, che fu poi regina di Navarra. Luisa di Savoia figlia del conte Filippo di Bresse, rimasta vedova giovanissima del conte Carlo di Valois Angoulême, visse lunghi anni coi figli in quel volontario ritiro. Ivi crebbe, vivo ritratto dell'uomo ch'ella avea appassionatamente amato, Francesco I, robusto della persona, pronto d'intelletto, e per indole naturale inclinato ad ogni opera buona e generosa. Qualche anno fa leggevasi ancora in una delle sale di quel castello il motto: Libris et liberis, fattovi dipingere da Luisa negli anni del suo dolore, e quel motto compendia il sacrificio spontaneo di una giovinezza sfiorita senza rimpianto. Dalla libreria d'Amboise sono pervenuti alla Nazionale di Parigi moltissimi codici fatti copiare da Luisa di Savoia per l'istruzione dei figli, e contengono le opere minori del Petrarca e del Boccaccio, l' Epistole di Ovidio tradotte da Ottaviano, di Saint-Gelais, un esemplare della Divina Commedia, e moltissimi romanzi cavallereschi. Nata in Italia, e cresciuta in una corte, dove già era penetrato l'alito del Rinascimento, Luisa volle impartita ai figli un'educazione schiettamente classica. Un dotto abate, Francesco di Rochefort, erudì ne' primi elementi della lingua latina e greca i due giovinetti, mentre la madre chiamava Arturo Guffier signore di Boissy a precettore e a governatore di Francesco. In possesso di una ricca cultura classica i due giovani acquistarono ben presto il più fino gusto letterario ed artistico; più tardi i continui rapporti coi nostri grandi maestri, coi letterati italiani, rifugiatisi alla corte di Francia, perfezionarono la accurata educazione impartita loro dalla madre e dai precettori. Così la affettuosa sorella del Re che i poeti aulici di quell'età chiamarono la Margherite des Margherites, fu in grado di dettare, a imitazione del Boccaccio, l' Héptaméron, e i varii poemetti gentili che le danno fama; e Francesco I anche in mezzo ai disagi delle guerre, e alle preoccupazioni della politica, trovò il tempo e la voglia di sottomettere il suo pensiero al giogo della misura e della rima, emulando le glorie del Jamet e di Clemente Marot. Noi non potremo qui dare un quadro completo della vita di Francesco I negli anni ne' quali Luisa di Savoia, trepidando per il suo avvenire, ma pure intravedendo il destino che gli era serbato, procurò ch'egli acquistasse esatta coscienza del proprio grado e de' suoi futuri doveri. Troppo nota è del resto la storia dei suoi trascorsi giovanili, della sua veemente passione per madama di Chateaubriand, delle sue debolezze per mademoiselle d'Héilly, più tardi duchessa d'Étampes, per non riconoscere che non a torto i contemporanei gli rimproverarono di aver troppo spesso trasgrediti i consigli prudenti della madre, e più tardi sacrificato ai suoi capricci, alle sue passioni, con gli interessi della dinastia la dignità della Francia. Ma certo nei tratti salienti della sua figura morale, ne' suoi entusiasmi per l'arte, nel suo amore per il lusso e per il fasto, nelle sue virtù e nei suoi vizi rimangono così al vivo scolpiti i caratteri stessi di quella società spirituale, che prima che altrove in Italia preannunziò il rinnovamento della vita sociale, ch'egli acquista maggior diritto di Carlo V alla simpatia nostra, se anche pe' molteplici errori, per le funeste titubanze di una politica sleale ed egoistica, per l'abbandono ingiustificato e colpevole, in cui lasciò una gloriosa repubblica moribonda, noi cademmo vittime degli Spagnuoli.

V.

La rivalità tra Francesco I e Carlo d'Absburgo è determinata infatti da un così complicato intreccio di tendenze morali, e di materiali interessi, che non era dato sempre nemmeno ai due antagonisti misurarne le conseguenze. Grave errore sarebbe imputare solo alle cupidigie loro l'asservimento d'Italia, e non riconoscere che noi stessi fummo artefici sconsigliati della nostra fortuna. Di quanto non si sarebbe, ad esempio, ritardato l'urto formidabile, di cui noi soli dovevamo pagare le spese, se i principi e le repubbliche italiane abbandonando la politica sospettosa e fedifraga seguita fino allora, avessero secondati gli sforzi generosi di Enrico VIII e del Wolsey per formare un'alleanza universale tra gli Stati cristiani! Se non che mentre nei campi dei drappi d'oro il Re inglese induceva a miti consigli Francesco I, e minacciava di abbandonarlo se avesse presa l'offensiva della guerra per far rispettare il trattato di Noyon, il Wolsey stesso si lasciava adescare dall'oro austriaco, e Leone X, che più avrebbe dovuto incoraggiare la diplomazia inglese, raggirava tutti con arti tenebrose, e per un fine non sempre evidente ai suoi stessi negoziatori. La difesa della politica imperialista di papa Leone è stata tentata di recente con dottrina pari all'ingegno; ma quante volte non si ammantano di ingannevoli idealità, i documenti ufficiali della diplomazia! Giulio de' Medici ebbe un bel difendere dopo la morte di papa Leone innanzi a Francesco Guicciardini quella complicata tela di raggiri e di frodi, quasichè il pontefice avesse mirato alla salute della penisola. Se egli trattò segretamente con Carlo V, e provocò di nuovo la guerra, dopo aver ampliato, con turpitudini d'ogni maniera, gli Stati della Chiesa, e minacciato il duca di Ferrara, non la preoccupazione del moto religioso in Germania, o le minaccie osmane ve lo aveano indotto, ma la insoddisfatta brama di Parma e Piacenza. La guerra iniziatasi con prosperi successi per la Francia, nei Paesi Bassi, e ai confini di Spagna riuscì a tutto vantaggio degli eserciti confederati imperiale e pontificio. Gli Spagnuoli toglievano Milano al Lautrec il 19 novembre 1521, e pochi giorni appresso ricondotto dalle armi straniere Francesco II Sforza sul ducato paterno, Carlo V pagava al pontefice il prezzo dell'alleanza. Leone X non fece a tempo a misurare la fallacia delle sue previsioni. Sul sepolcro illacrimato che il primo dicembre gli si dischiuse fioccarono gli epigrammi, sghignazzò Pasquino durante il conclave, e i clienti arricchiti dalla Curia romana, durante il lungo tripudio carnevalesco del papato Mediceo, perdettero gravi somme accettando favolose scommesse sul nome di Giulio de' Medici, che non raccolse i suffragi. L'eletto fu Adriano d'Utrecht, il precettore di Carlo V. Alle tanto temute influenze francesi si sostituivano le più caute e pazienti della cancelleria spagnuola, e l'Imperatore rallegravasi di quella scelta, come di una vittoria sua propria. Ma quale eredità non avea lasciata al successore Leone X! Il severo fiammingo, che la ripudiò con disdegno, apparve alla Roma rediviva dei Cesari come un fantasma pauroso e grottesco. Sparve dal Vaticano lo sciame dei parassiti e dei cortigiani, sospesero le abbozzate pitture gli scolari di Raffaello; e il solitario pontefice in odio al popolo per la sua avarizia, ingannato e deriso da cardinali beffeggiatori, logorò la vita infelice, proseguendo un ideale irrealizzabile di restaurazione morale, politica e religiosa. La fioca voce di Adriano VI morente, era soffocata dal fragore delle armi proprio allora che la guerra si riaccendeva più aspra che mai in Sciampagna e in Piccardia, e la vittoria della Bicocca (dell'aprile del 1522) avea già assicurato il possesso di Milano ad un principe ligio ai voleri di Carlo V. Con nuovi e insperati successi questi raccoglieva il frutto delle due leghe conchiuse coi Veneziani, col papa e con gli Stati minori d'Italia. Respinta nel 1523 l'invasione del general Bonnivet, sgombrata ancora una volta la Lombardia dai Francesi, perchè non avrebbe egli dato ascolto alle sollecitazioni del duca Carlo di Borbone, il ribelle feudatario di Francia, che lo stimolava a penetrare in Provenza, a congiungere le forze tedesche alle spagnuole, a marciare direttamente su Lione per strappare dal capo del suo avversario la mal difesa corona? Se non che la spedizione della Provenza del 1524 non fu più avventurata delle successive. Il duca faceva affidamento sul concorso de' suoi partigiani, e l'odio così gli accendeva la fantasia da non scorgere che ribelli nei popoli devoti e affezionati alla casa di Valois. Onde gravissimi dissapori tra lui e il marchese di Pescara, che sotto le mura di Marsiglia, mirabilmente difesa dalla flotta francese capitanata da Andrea Doria, vedeva dolorosamente svigorirsi l'esercito dell'Impero. Durava ancora l'assedio quando giunse al campo notizia che il re di Francia ritentava in persona l'impresa d'Italia. “Chi vuol cenare all'inferno, esclamò il marchese di Pescara, torni pure all'assalto, ma chi vuol salvare a Cesare la Lombardia farà bene a seguirmi.„ Il progetto della rivincita torturava da lungo tempo l'animo di Francesco I; il tradimento infame del duca Carlo di Borbone non fece che ritardarne l'esecuzione. Le serie obbiezioni del La Tremouille non valevano meglio delle preghiere e delle lacrime di Luisa di Savoia per distogliere il re dall'affrettata deliberazione. Il 12 agosto del 1524 nel castello di Gien sulla Loira egli affidava la reggenza del Regno alla madre, e prendeva commiato dalla regina Claudia, dalla sorella, dalle dame della sua corte. Pochi giorni appresso muoveva da Avignone per la Liguria, inseguendo gli Imperiali, che aveano levato a precipizio l'assedio di Marsiglia, e il 20 ottobre passava il Ticino. Milano, spopolata dalla peste, priva d'armi e di denaro, per consiglio di Girolamo Morone gli apriva le porte il 24, e sulla fine del mese il maggior contingente dell'esercito vittorioso, per improvvido suggerimento del Bonnivet, concentravasi sotto le mura dell'infausta Pavia. Chi avrebbe mai preveduto, dopo una così rapida restaurazione delle sorti francesi, la catastrofe del 24 febbraio 1525, la morte sul campo del Bonnivet, del La Palisse, del La Tremouille, la rovina di tanta parte della feudalità francese, l'umiliazione e la prigionia del re? Non ne indagheremo le molteplici cause; ma certo l'immane disastro colpì come fulmine, e disarmò i principi italiani delle speranze fin allora nutrite di rialzare la parte francese per salvar la penisola dalla minacciata soggezione spagnuola. Nel vecchio e pur inevitabile errore di associare alla fortuna di un re straniero le sorti d'Italia ricadevano ben presto il pontefice, i Fiorentini, Venezia. La tela delle simulazioni e degli inganni con tanto accorgimento tramata da Leone X ai danni della Francia, si ritesseva ora a rovescio, e con minore risolutezza ed energia dal nuovo pontefice Clemente VII. Nemici a lui i Colonnesi, fedeli a Cesare, insofferenti del giogo mediceo i Fiorentini, Clemente VII acquetava quelli dandosi a credere legato ancora a Carlo V dai vecchi patti, appagava questi con false promesse di liberali riforme nel reggimento politico di Firenze, che illudevano i nostri politici, non avvezzi più a limitare l'acuto sguardo entro la ristretta cerchia degli interessi cittadini, ma preoccupati della salute d'Italia. Resistere a Carlo V significava inoltre per il pontefice non impegnare la Chiesa romana in riforme dogmatiche e disciplinari, che ne offendessero le tradizioni, ne minacciassero gli antichi diritti, spogliassero il papato del principato terreno. Gravi preoccupazioni politiche ispirate talvolta ad una idealità di principî, che lasciavano fredde e indifferenti le moltitudini, persuadevano la repubblica veneta a secondare il nuovo indirizzo della politica pontificia. Riconquistato faticosamente il dominio di terraferma, usurpatole dai collegati di Cambray, Venezia acquistava ogni giorno più la coscienza della sua italianità. Estranea per lunghi secoli alle dolorose vicende della penisola, essa offriva all'ammirazione della scienza politica l'organismo meraviglioso della sua costituzione interna proprio allora che dai Principati e dalle sopravvissute repubbliche, impotenti a risolvere il problema politico, le derivarono i benefizi della progredita cultura, e i doni preziosi dell'arte rinnovellata. Se non che i generosi sforzi della Repubblica non impedirono che da funeste titubanze, e da diffidenze reciproche non rimanesse impacciata l'opera nostra. La congiura del Morone incautamente condotta, riuscì a tutt'altro fine da quello che se n'era sperato: accrebbe la impotenza personale di Francesco Sforza, svelò il putridume di corrotte coscienze, rese più che mai sospettosa la vigilanza degli Spagnuoli. Dopo il trattato di Madrid, che immobilizzava le forze francesi, e più che mai turbava il già spostato equilibrio, l'Italia sentì più grave il peso dell'oppressione, e accedendo alla lega di Cognac e alla politica inglese, sembrò con un ultimo sforzo risollevarsi dal letto del suo dolore. L'idea generosa di una riscossa ispira la prosa ufficiale del Wolsey, infonde nuovo calore alle lettere diplomatiche del Datario Ghiberti, conforta di pietose illusioni lo spirito travagliato di Niccolò Machiavelli. Ma la Niobe delle nazioni non fece che esporre a nuove e mortali ferite il corpo già flagellato. Piombaronci addosso le coorti indisciplinate del Borbone, i fanatici lanzi del Frunsberg corsero le terre desolate ed arse, traversarono le città spopolate le genti fameliche del Lautrech. Invano il pontefice abbandonato dai Fiorentini, maledetto a Venezia, mancando agli impegni, sconfessava l'opera propria, e implorava misericordia dai nemici furenti. Ministri dell'ira celeste i Tedeschi compivano, col sacco di Roma, il vaticinio di Ulrico di Hutten, detronizzavano il papa, restituivano i diritti su Roma all'Impero, spegnevano la podestà temporale del sacerdozio, preannunciavano al germanesimo sulla risorta civiltà latina una nuova vittoria. Condannò Erasmo, che pur l'avea preparata con l' Elogio della Follia, la rovina di Roma. Ne consacrarono in noiose elegie il funesto ricordo i poeti latineggianti cresciuti alla scuola del Sadoleto e del Bembo. Anticipazione violenta di una legge fatale, il significato storico di quell'orgia di sangue, rimase per gran parte ignoto ai contemporanei, a Carlo V stesso, che non avea voluto impedirla. Sorpreso anch'egli dall'immane disastro, che scompigliava le sue previsioni, ne rendeva responsabile il suo avversario, violatore del trattato di Madrid, ne cercava le cause nella subdola politica inglese, nelle sfrenatezze delle plebi e degli eserciti, nella cupidigia insaziabile del papato. Ma come dissimularsi che il tremendo castigo non fosse commisurato alle colpe di papa Clemente! Come non riconoscere che per punirlo egli si era fatto complice dello spirito ribelle della nazione germanica, e che a lui solo come capo del mondo cristiano, ed erede di Carlo Magno, spettava invece reprimerlo e soffocarlo per salvare l'unità della fede? Gli amari rimproveri che il re di Francia, quasi assumendo di fronte a lui la tutela del mondo cristiano, gli scagliava contro, crucciavano il suo animo esacerbato. Più grave si faceva per Carlo l'imbarazzo di uscir con onore da una situazione pericolosa, più temeva il rischio di dover scendere a patti coi Luterani, di non trarre dall'alleanza imposta al Pontefice proporzionati vantaggi, più sentiva ridestarsi in petto formidabile l'odio contro il rivale che non appena libero dalla prigione, mancando alla fede data, lo avea di nuovo trascinato alla guerra. Il linguaggio di Carlo V verso l'avversario, che forte dell'alleanza di Enrico VIII proponeva condizioni di pace inaccettabili, passava oramai i limiti della convenienza, colmava ogni misura. E così proprio allora che la grande lotta sembrava perdere ogni carattere personale e rappresentare un urto formidabile di principî politici e di tradizioni opposte, i due rivali pensavano di deciderla in campo chiuso, e con le armi alla mano. Il sovrano della più cavalleresca delle nazioni sfidava il re cattolico a singolare tenzone, ed il duello avrebbe offerto un episodio di più al tragico dramma se Carlo V avesse saputo moderare le ingiurie, dopo la sfida.

VI.

Del famoso cartello diede lettura Giovanni Robertet nella solenne adunanza del 18 marzo 1528, in cui il Re, assiso sul trono, e circondato dai principi del sangue, dai gentiluomini della corte, dai cardinali, e dai grandi signori del Regno, riceveva in visita di congedo Nicola Perrenot signore di Granvelle, l'ambasciatore di Carlo V. In quella veemente scrittura rimproveravasi l'imperatore di aver rifiutate sdegnosamente le proposte di pace, e giustificavasi il deliberato proposito di continuare la guerra, ricordando con vivaci espressioni le rapine d'Italia, il saccheggio di Roma, la invasione della Germania. “Se ritenere i miei figli ostaggi a Madrid, aggiungeva Francesco I, esigere, prima ancora che mi sieno restituiti, ch'io abbandoni i miei alleati, aver fatto prigioniero il Pontefice, vicario di Dio su la terra, aver offesa la religione, lasciata aperta la Germania ai Turchi, tollerato il trionfo dell'eresia, se tutto ciò, dico, non basta, io non so più quali ingiurie e quali ragioni potranno mai provocarmi, offendermi nel sentimento di padre, richiamarmi ai doveri di Re Cristianissimo.... E poichè voi mi accusate di aver commessa azione disdicevole a un gentiluomo, che abbia sacro l'onore, noi vi rispondiamo che mentite per la gola, e mentirete ogni volta che oserete ripeterlo. Siamo deliberati a difenderlo sino all'estremo di nostra vita. Non una parola ingiuriosa di più.... assicurateci il campo, noi vi porteremo le armi. Quando si viene al cimento doveroso è il silenzio.„ Ma il silenzio, com'è noto, fu rotto dalle nuove ingiurie di un cartello di risposta, di cui fu latore alla corte di Francia l'araldo spagnuolo Bourgogne. Francesco I, che al suo avversario chiedeva la sicurtà del campo, e non altro, non volle lasciarsi offendere impunemente una seconda volta, licenziò dalla corte l'araldo, nè più lo ammise alla sua presenza. Il De Leva non crede che l'Imperatore abbia mai preso sul serio la sfida, onde è probabile che ricambiando il cartello, e rincarando la dose delle provocazioni, intendesse di togliere all'avversario ogni pretesto di nuova querela. Su la strana vertenza si fecero infiniti commenti; si accusava in Spagna Francesco I d'aver evitata la prova con sotterfugi disonorevoli, rimproverava la nobiltà francese l'Imperatore di aver violato pensatamente le consuetudini cavalleresche per trarsi d'impaccio. Ma come non vedere che entrambi preferivano che il duello continuasse a combattersi tra le nazioni, e ne fosse ancora la Lombardia il campo fatto sicuro dalle cime nevose delle Alpi?

VII.

Se non che la fortuna delle armi non proteggeva la Francia. Armeggiava ancora intorno a Milano il Saint-Pol, diradavansi ogni giorno più pel contagio le file dell'esercito del Lautrec, e gli alleati che avrebbero dovuto coadiuvare quegli sforzi, mancando agli impegni, correvano dietro ai loro interessi. Andrea Doria abbandonava la parte francese; i duchi di Ferrara e di Milano, nel timore di perdere lo Stato, si umiliavano a Carlo V; Venezia, che per i suoi possedimenti di Puglia sospettava ragionevolmente e Francia e Spagna, schermivasi dagli obblighi assunti, e per mantenere Cervia e Ravenna ritolte alla Chiesa, alienavasi il Papa; questi, sacrificando tutta Italia agli interessi temporali della Chiesa, e alla grandezza di casa sua, s'accostava segretamente all'Impero. La pace che Francesco I avea poco innanzi rifiutata con superbo disdegno bisognava ora accettarla a durissime condizioni. Ne fu principale negoziatrice a Cambray di fronte alla scaltra zia di Carlo V Luisa di Savoia, madre del Re, e sul suo capo piovvero improperii d'ogni maniera. Un sonetto audacemente satirico si diffuse, durante il convegno da Venezia, per tutta Europa, e nelle nostre corti, facendo eco ad un popolo moribondo, cantarono in rima i buffoni la vigliaccheria del Re, di sua madre, dei ministri regi. Eppure l'ultimo e solenne atto diplomatico, cui partecipò Luisa di Savoia, se bene foriero di nuove calamità alla penisola, trovò un difensore in un fiorentino e repubblicano per giunta, Baldassare Carducci. L'oratore della Repubblica, ricostituitasi nel 1527 durante la prigionia del Pontefice, giustificava innanzi alla Signoria la debolezza del Re affermando che si era lasciato indurre a firmare l'umiliante trattato per soddisfare alle lacrime di sua madre. Luisa di Savoia avea voluto salvi dagli insulti degli Spagnuoli i proprii nipoti; nè sono mai vili le lacrime di una donna in difesa del proprio sangue! Quanto più vile di quelle lacrime il sentimento di vendetta che contro la patria animava in quei giorni Clemente VII! Non la gelosa difesa del mondo cristiano, non la salute d'Italia, ma l'odio contro Firenze lo conduceva a Bologna incontro all'Imperatore, dopo aver stipulato con lui il segreto trattato di Barcellona, nell'ottobre del 1529; e in quei mesi di feste clamorose e di tripudii carnevaleschi, circondato dalle giovini speranze della sua casa, egli ne vagheggiava la grandezza futura sulle rovine fumanti della debellata Repubblica. Il vero significato dell'accordo e dell'incoronazione di Bologna sfuggiva infatti ai più forti intelletti di quell'età, e ben pochi sospettavano nella eroica resistenza di Firenze alle armi coalizzate della Chiesa e dell'Impero il trionfo di un'idea santa. Sino dall'aprile del 1529 Claudio Tolomei avea dato alle stampe la sua ampollosa orazione sulla pace; poco appresso inneggerà all'Oranges con la nota e turpe canzone; altri sognerà la restaurazione dell'Impero; Girolamo Casio, il rimatore cortigiano agli stipendii dei Medici, dei Bentivoglio, dei Gonzaga, diffonderà sonetti in lode dei potenti, in biasimo dei morituri. Non mai così profondo e insanabile apparve il dissidio morale della società italiana come in quel solenne momento. Le gentilezze cortigiane di quell'età si erano date convegno a Bologna a ricuoprire del loro splendore le turpitudini della politica. Tutta la fazione oligarchica fiorentina e la clientela di casa Medici tripudiava nella monumentale città, proprio alla vigilia della catastrofe di Firenze. Le forze molteplici, che più efficacemente concorsero alla rovina delle libertà democratiche del Medio-Evo, si erano venute per gran parte educando nelle corti signorili e nei principati. Nella stessa Firenze, dove pure il privilegio politico di una democrazia faziosa e tirannica, più a lungo prevalse, con la rapida trasformazione del costume e delle idee politiche del passato, col progresso dell'arte, con l'abbandono della fede, ogni giorno più grave si era manifestata la disparità degli ideali e degli interessi tra le alte classi sociali ed il popolo. Qui più evidente che altrove il contrasto doloroso tra una vita politica, impacciata tra le vecchie forme di uno Stato ristretto, insofferente d'ogni eguaglianza civile, ed un moto progressivo di idee feconde. Qui l'ampliarsi del concetto di libertà e di patria, qui il sorgere dell'arte di Stato, e di una scienza politica sperimentale, qui la prima ed eccezionale intelligenza delle leggi che regolano la pubblica economia.

Lungi da me il pensiero sacrilego di attenuare l'alto valore morale di quell'audace resistenza, dalle cui gloriose memorie attinsero i padri nostri gli esempi del sacrificio, e trassero la ispirazione della nuova fede; ma certo il memorando assedio non ci apparisce soltanto come una legittima difesa della libertà immolata alle cupidigie di un Papa vendicativo, e alle voglie tiranniche di un Imperatore protervo, ma ci si presenta pure come un'inconscia reazione popolare al rinnovamento civile che pure in mezzo alla spaventosa depravazione delle coscienze, maturavasi nel pensiero italiano. L'illusione nostra fu di credere, che divenuto fra noi impopolare Francesco I, se ne facesse interprete un principe straniero, cattolico, e spagnuolo per giunta. Mentre si ribadivano in ogni parte d'Italia, dopo la caduta di Firenze, le catene della servitù, noi cacciavamo dalla mente come importuno il sospetto che noi potessimo più liberarcene. Si hanno infinite prove dell'inganno, in cui caddero i migliori intelletti sulla avvenuta restaurazione degli Sforza a Milano, sul titolo di duca concesso al marchese Gonzaga, sulla costituzione promessa da Carlo V di uno Stato nuovo ed indipendente nel centro della penisola, a favore di Alessandro de' Medici. Tra i fautori di lui non ritroviamo solo i beneficati clienti della sua casa, o i Palleschi d'antica fede, ma altresì quei Fiorentini “grandi„, che offesi e ripudiati dal popolo, traevano dalle prevalenti dottrine politiche la persuasione che la indipendenza dello Stato non potesse oramai garantirsi che con la costituzione di un Principato.

Ed ecco innanzi alla maestà di Carlo V, reduce nel dicembre del 1535 dall'impresa di Tunisi, osare in Napoli l'apologia del nuovo governo mediceo Francesco Guicciardini, illuso ancora di restaurare l'opera propria guastatagli da cortigiani corrotti e da un principe inesperto e libertino; ed eccolo nel corteo dell'Imperatore già acclamato dalle plebi di Napoli e di Roma, il primo maggio del 1535, entrare anch'egli solennemente nell'asservita città. Nelle vie decorate dai suntuosi apparati di Giorgio Vasari, di Baccio d'Agnolo, di Rodolfo Ghirlandaio s'assiepa anche qui il popolo plaudente e oblioso delle ingiurie recenti. Non Firenze sola, ma l'Italia tutta s'acqueta in un vano ideale di pace politica e religiosa, che prepara la servile soggezione alla Spagna, e la schiavitù del pensiero. Quando la lotta sta per riaccendersi tra Carlo V e Francesco I, in séguito alla morte dell'ultimo Sforza, noi sembriamo quasi spettatori indifferenti al nuovo atto del dramma, che sta per svolgersi. Se gli esuli fiorentini, genovesi, napoletani, per riguadagnare la patria, ridestano nel re di Francia le sopite ambizioni, come non va assottigliandosi il numero degli epigoni, e non rimane isolata ed incerta l'opera loro! — Carlo V non peccava d'orgoglio se alla vigilia di riprender le armi, nell'estate del 1536, prorompeva in feroci invettive contro l'avversario, ed esortava Paolo Giovio a temperare l'aurea penna, a perpetuo ricordo delle sue gesta. Non l'errore infatti di invadere una seconda volta la Provenza, non la perdita irreparabile di Antonio de Leva, durante quella disastrosa campagna, non i brillanti successi dei mercenari di Guido Rangone, e delle schiere dei fuorusciti in Piemonte bastavano a scuotere la sua potenza in Italia. Fallite ai Francesi le speranze di sottrarre Genova alla signoria di Andrea Doria, sgominati e distrutti da Cosimo de' Medici gli esuli fiorentini nella giornata di Montemurlo, se si eccettua Venezia, gli altri Stati italiani gli erano generosi di obbedienza e di aiuto. Non per così poco avrebbe l'Imperatore investito, come pur tante volte promise, un principe d'Orleans del ducato Lombardo!

Se non che la politica francese tendeva a prendere un indirizzo più audace e risoluto. Per un calcolo di opportunismo Francesco I ostentava a riguardo dei Riformati quell'illuminato spirito di tolleranza, di cui non sempre godettero i benefizi i suoi sudditi, e segretamente stimolava i Turchi ad offendere il litorale del regno di Napoli. E perchè non avrebbe egli, nell'impotenza di rannodare le mal fide alleanze con gli Stati italiani, stimolato lo spirito di conquista di Solimano II, e incoraggiata di consigli e di soccorsi la lega Smalcaldica! — La riforma germanica, abilmente sfruttata per tenere in freno il papato, diveniva oramai uno strumento pericoloso per Carlo V. Sin dal 1529 nella dieta di Augusta i Protestanti aveano osato affermare, per bocca del Melanctone, le loro credenze. Necessitato a valersi delle forze riformate contro i nemici di Cristo, pentivasi amaramente delle passate tergiversazioni, e faceva sua la sentenza: che in materia di religione non c'è parola che tenga. La vittoria di Cappel de' Cattolici su gli Zwingliani finì per persuaderlo che solo col ferro e col fuoco si sanano le cancrene dell'anima. Giovavagli tuttavia esperire per qualche tempo ancora le vie pacifiche, e perciò rimaneva fermo nel pensiero di un concilio universale, che spauriva il pontefice, e non lo mostrava apertamente avverso alla riforma germanica. La convocazione infatti di un concilio turbava i sonni dell'incerto pontefice. Estremamente geloso del prestigio del papato, e degli interessi temporali della Curia, Clemente VII, mentre si dava a credere zelantissimo di una riforma disciplinare, impacciava di fatto le pratiche di Carlo V, e negli ultimi anni della sua vita infelice si riaccostava alla Francia con le ambiziose nozze di sua nipote col duca d'Orleans. — A battere la stessa via ma con più vigilante scaltrezza inducevano Paolo III Farnese, successore di Clemente, più alti ideali. Divenuta inconcepibile e assurda la ricomposizione dell'unità della fede, da che la Riforma, come torrente impetuoso, dilagava ovunque, e minacciava la Francia e l'Italia, come non avrebbe egli preferito affidare l'opera della restaurazione del cattolicismo a Francesco I, fedele ancora all'alleanza inglese, più tosto che a Carlo V, che signore di tanta parte del mondo e oppressore d'Italia, risognava la monarchia universale di Cristo! Pensava egli in tal modo a tutelar meglio coi presunti diritti del Papato le ambizioni del figlio, e dei nipoti, e se queste non lo avessero trascinato a scambiare i mezzi pei fini di una politica delittuosa, l'idra funesta della reazione avrebbe forse tardato a intristire il mondo. — Solenne momento per Paolo III la riconciliazione a Nizza dell'Imperatore col Re; i due instancabili avversari deponevano simultaneamente le armi, e quella effimera pace, consacrata dalle benedizioni sacerdotali, sembrò una nuova tregua di Dio. Per debellare Gand attraversava Carlo V la Francia, e alla proverbiale lealtà di Francesco I affidava nelle delizie di Fontainebleau e di Amiens, la sua persona e il suo onore. Chi avrebbe mai sospettato, dopo quel compromesso, che dovea ridonar per dieci anni la pace all'Europa, così prossima la ripresa delle ostilità, così impetuosa ed audace l'ultima aggressione de' Francesi in Piemonte! Ma nè dalla scienza del duca di Henghien, vincitore a Ceresole, nè dall'eroismo di Piero Strozzi, nè tanto meno dalla congiunzione dei gigli d'oro con la mezzaluna nelle acque di Nizza provennero gli unici vantaggi territoriali che il trattato di Crepy assicurava alla Francia. Alleatosi ancora una volta all'Impero il re d'Inghilterra Enrico VIII, in lite col Papato per il negato divorzio, con Francesco I per le faccende scozzesi, la nazione rispose con nobile slancio all'appello regio, e con la ostinata difesa della Piccardia e della Sciampagna invasa dagli Imperiali e dagli Inglesi, salvava la monarchia. — Come in ogni modo doloroso per il cuore del Re l'epilogo di una lotta, durata più di venti anni! La forte e bellicosa nazione, che sembrava destinata a tener lungi dalla classica terra i profanatori superbi, abbandonava il mondo cristiano alla mercede di un principe oltrepotente, che fatto più sicuro del papato romano, alle tradizioni dinastiche, allo spirito d'intolleranza, alle paure della coscienza sacrificherà le conquiste della civiltà, guadagnate a prezzo di sangue.