La cavalleria feudale era morta da un pezzo, ma l'idealità della cavalleria civile colorava ancora d'un'ultima luce crepuscolare l'Europa trasformantesi nelle monarchie accentratrici e amministrative. Francesco I invecchierà, e diverrà traditore, spergiuro, brutale. Verrà la triste figura di Carlo V. Egli, nella incoronazione, a Bologna, toccava colla spada la testa di chi voleva essere cavaliere dicendogli Esto miles; e tanti si affollarono chieditori intorno a lui, gridando — Sire, sire, ad me, ad me, — che egli stanco e sudato e dicendo ai cortigiani — No puedo mas — inchinò sopra tutti la spada, soggiungendo — Estote milites, todos, todos; — e così replicando, gli astanti partirono cavalieri tutti e contenti. Allora Teofilo Folengo frate e Pietro Aretino vivente su le tristi lusingherie della rea penna poteron bene con grossolana caricatura fare strazio d'Orlando, di Rinaldo e d'ogni cavalleria. L'Ariosto no: egli era troppo gentiluomo e poeta.
Che l'Ariosto, passando ad altro, attingesse a molte fonti, pigliando, come dicea La Fontaine, il suo bene dove lo trovava, lo disse fin dal tempo del poeta il Pigna, e raccontò com'egli avesse fin tradotto per suo uso romanzi francesi e spagnuoli; lo provarono fin dal cinquecento il Dolce, il Lavezzuola, il Ruscelli, mettendo in vista favole, descrizioni, comparazioni ch'egli ebbe derivate da greci, da latini, da italiani. Ultimamente compiè le ricerche con un libro, ove nulla, credo, si desidera, Pio Rajna, il critico che più originalmente ha studiato le fonti e i procedimenti della epopea cavalleresca tra noi. Ma dopo tante ricognizioni e rivendicazioni la parte che rimane all'invenzione dell'Ariosto è pur sempre grande, e ciò che egli prese da altre o conservò della leggenda comune od opere d'arte individuali egli lo ha così trasformato sotto il fuoco del suo ingegno e nel crogiuolo dell'arte sua, che a distinguerlo ci vuole il più delle volte un vero lavoro di critica chimica. Questione del resto che importa assai più alla storia della letteratura che a quella dell'arte. Era negl'istituti, per così dire, dell'epopea romanzesca, che ogni nuovo autore prendesse liberamente da' suoi antecessori e vicini tutto che gli giovasse e piacesse; era nel costume del Rinascimento rivestirsi delle spoglie greche e latine. Il Foscolo paragonò benissimo il Furioso alla chiesa di San Marco, che i Veneziani fabbricarono a colonne di tutti gli ordini, con marmi di tutti i colori, con frammenti dei tempii greci e di palazzi bizantini. Gli antiquari fan bene a riconoscere e distinguere il frammento del tale arco romano, i marmi di quel tempio greco, le colonne della tale altra chiesa bizantina, e anche la rozza pietra d'un torrazzo feudale. Noi chiediamo alla solenne opera dell'architettura: c'è dentro il Dio? Sì? Adoriamolo.
Il dio per noi è l'artista. E artista l'Ariosto è senza paragoni grande. Non quale se lo favoleggia certo volgo di lettori e critici dozzinali, fantasia sbrigliata e smemorata che si prodiga negli episodi sorridendo ella stessa del suo smarrirsi in via dietro le mille sue favole: egli invece ha, come tutti i poeti della famiglia greco-latina, un senso dell'ordine e della proporzione, un senso della finalità artistica, mirabilmente serio e ragionativo. Si propose di continuare l' Innamorato del Boiardo, “per non introdurre, osservava benissimo il Pigna, nuovi nomi di persone e nuovi cominciamenti di materie nell'orecchie degli italiani, essendo che i soggetti del conte erano già nella loro mente impressi ed instabiliti in tal guisa, che egli, non continovandogli ma diversa istoria cominciando, cosa poco dilettevole composto avrebbe„: intitolò da Orlando il poema, perchè Orlando era l'eroe più popolarmente conosciuto ed accetto della gesta carolingia; la guerra poi tra cristiani e infedeli, oltre che l'aveva ereditata dal Boiardo, era d'obbligo, come quella che forniva, per così dire, il centro d'unità e lo spazio e il termine idealmente storico a ogni epopea romanzesca. Ma la parte di continuatore abbandonò egli subito e uscì francamente dalla serie o dalla classe de' suoi predecessori avendo in prima luce i caratteri già secondari di Ruggero e di Bradamante e facendo del loro matrimonio il soggetto principale del poema, soggetto che ha in sè il concetto politico, la illustrazione della casa d'Este, come l'Eneide ebbe l'apoteosi della casa Giulia. Così l'Ariosto, lungi dagli intendimenti e dagli spiriti o democratici o feudali de' suoi predecessori, rientra e rimane tutto nel tempo suo, nel primo ventennio del secolo decimosesto, quando, non rialzatosi ancora con Carlo V l'impero nella nuova forma e forza di gran potenza militare straniera a soggettare l'Italia, era possibile, era opportuno, era utile sollevare e glorificare una antica dinastia italiana contro le insidie e le minacce della mostruosa signoria papale che al fine ingoiò Ferrara. E rientra nel tempo suo anche come artista. Egli è un classico, ma classico composito del Rinascimento; e il Furioso è, ben disse il Voltaire, l'Iliade e l'Odissea insieme, il poema politico e religioso, l'epopea eroica, con Carlo-Magno ed Orlando, il poema privato e famigliare, il romanzo moderno, con Ruggero e Bradamante. Favola generale o meglio fondamento del complesso poema è la guerra fra tutta la cristianità e tutto l'islam: centro Parigi, con i due re, i due eserciti l'uno a fronte dell'altro, dai quali e ai quali vengono, vanno, ritornano, intrecciandosi nelle direzioni di tutti i venti le donne, i cavalier, l'armi, gli amori. Sommo tra i cavalieri Orlando pe'l cui amore e per la pazzia la catastrofe rimane sospesa come per l'ira d'Achille la presa di Troia: principalissimi tra i personaggi Ruggero e Bradamante, di nazione e fede diversi, nella disgiunzione de' cui amori si ricongiunge il vario movimento de' due campi, nella congiunzione la favola si chiude. Orlando rinsavito trasporta la guerra cristiana in Africa espugnando Biserta capitale del nemico di Carlo, e la finisce col gran duello nell'isola di Lampedusa. Ruggero, nello stesso giorno delle nozze con Bradamante, uccide l'ultimo e più terribil nemico avanzato al nome cristiano, Rodomonte. Così la cristianità è non pur salva ma secura, e la famiglia d'Este ha principio.
VI.
L'Ariosto, per attendere con più riposato animo agli studi, fatta nel 1527 divisione dai fratelli, che egli aveva allevati e messi in istato, si tirò su una casetta in contrada Mirasole, e vi condusse attorno un orto o giardino, la cui costruzione e coltivazione e la revisione del poema gli furono ultime occupazioni della vita. “Nelle cose dei giardini — scrive suo figlio Virginio — teneva il modo medesimo che nel far de' versi; perchè mai non lasciava cosa alcuna che piantasse più di tre mesi in un loco, e, se piantava anime di persiche o semente di alcuna sorte, andava tante volte a vedere se germogliavano, che finalmente rompeva il germoglio. E perchè aveva poca cognizione d'erbe, il più delle volte presumea che qualunque erba che nascesse vicina alla cosa seminata da esso fosse quella; la custodiva con diligenza grande fin tanto che la cosa fosse ridotta a' termini che non accascava averne dubbio. Io mi ricordo, ch'avendo seminato de' capperi ogni giorno andava a vederli, e stava con una allegrezza grande di così bella nascione; finalmente trovò ch'erano sambuchi, e che de' capperi non n'eran nati alcuni.„ Quanto alla casa: “perchè — séguita Virginio — male corrispondevan le cose fatte all'animo suo, solea dolersi spesso che non gli fosse così facile il mutar le fabbriche come li suoi versi, e agli uomini che gli dicevano che si maravigliavano ch'esso non facesse una bella casa essendo persona che così ben dipingeva i palazzi, rispondeva, che faceva quelli belli senza denari.„ Della correzione dei versi: “avvedutosi — riferisce il Pigna — che alle volte il cercar troppo di cambiare ogni minima cosa più tosto di danno gli era che di giovamento, usò di dire che de' versi quello avveniva che degli alberi: per ciò che una pianta che piantata da sè vaga risurga, se vi s'aggiunge la mano del coltivatore che alquanto la rimondi, più felicemente ancora può crescere; ma se, dopo troppo vi sta attorno, ella perde la sua natia vaghezza. Parimente una stanza che quasi ne sia dalla mente in un sùbito uscita e che sia bella, se quel poco di rozzo vi si lieva che vi si scorge essere avvenuto nel primo parto, potrà agevolmente parer migliore; ma, se pur tuttavia il poeta vuole affinarla, rimarrane senza quella prima beltà che portò seco nel nascere.„
Certo che un sommo buon gusto guidò l'Ariosto alla perfezione nel correggere, che non avvenne al Tasso. Ma anch'egli, come il Tasso, sarebbesi abbandonato a troppi critici e consiglieri, se fosse vero che avesse dato a esaminare ed emendare il poema al Bembo, al Molza, al Navagero, al Sadoleto, a Marc'Antognio Magno e a non so quanti altri; se fosse vero, ciò che racconta il Giraldi, che, aumentatolo, due anni innanzi di darlo alla stampa, lo ponesse nella sala della sua casa, lasciandolo in balia del giudizio di ciascuno. Benissimo pensava il La Bruyère, non essere opera per quanto perfetta che non s'andasse dissolvendo per la critica, se l'autore consentisse a tutti i censori che volessero tolto via il luogo che a loro piaccia meno. Ma l'Ariosto pare a me chiedesse e accettasse consigli ed emendamenti soltanto su l'elocuzione, nè c'è prova che ad altri per ciò si rivolgesse che al Bembo; al quale a' 23 febbraio del 1531 scriveva: “Io son per finir di rivedere il mio Furioso; poi verrò a Padova per conferire con V. S. e imparare da Lei quello che per me non sono atto a conoscere.„ E a Padova fu di fatto nell'ottobre, ma v'andò dai bagni d'Abano con la febbre e vi restò pochi giorni pure ammalato, per poi seguitare il duca a Venezia. Con la terzana a dosso e in pochi giorni le conferenze non poterono essere sì lunghe che l'Ariosto imparasse dal Bembo a correggere un poema di quarantasei canti. Ci sarebbero anche stati, secondo la tradizione, correttori più umili: un monaco Severo camaldolese di Volterra o di Firenzuola; un Annibale Bichi, uomo d'armi da Siena, che scrisse certe stanze e una lettera all'Aretino; l'Alessandra Benucci di Firenze. Che il frate volterrano e il soldato senese potessero suggerire o migliorare al poeta qualche frase o qualche forma, non si vuol negare; ma che potessero insegnargli e correggergli tutta la lingua con la quale è scritto il Furioso par difficile. Che l'amore su la fiorentina bocca dell'Alessandra potesse dirozzare certe grossolanità del ferrarese, amerei crederlo; ma l'Alessandra nelle lettere che di lei ci rimangono lombardeggia ella a tutto spiano. E pure è fama che l'Ariosto negli ultimi anni fosse venuto a tali scrupoli di fiorentinismo da dar dei punti al Manzoni; non voleva, per esempio, scrivere palazzo, perchè i Fiorentini allora dicevano palagio. Tutto si accomoderebbe se fosse vero ciò che asseriva il Salviati, facendosi della toscanità di messer Ludovico arma e scudo contro il Tasso, cioè che egli dimorò in Firenze, per imparare i vocaboli e le proprietà del linguaggio, parecchi anni. Ma l'Ariosto fu, è vero, in Firenze, ben sei volte, ma sempre o di passaggio o per breve soggiorno: al più si può concedere al Fornari che un qualche anno (forse il 1520) ei ci restasse per ispazio di sei mesi in casa d'un Vespucci parente dell'Alessandra. Ma sei mesi sono eglino sufficienti a tesoreggiare tanta ricchezza di gentil parlare quanta è nei quarantasei canti? E pure il Foscolo notava giustamente: “Se si confrontino le due edizioni (del 16 e del 32), e il confronto sarebbe lezione a' giovani poeti utilissima, apparirà incomprensibile come uno scrittore che incominciò dal peccare sì grossamente contro le regole del buon gusto e della dizione poetica potesse in séguito espungere tali colpe e mettere in loro luogo così gran numero di trascendenti bellezze.„ In somma, se fosse poi vero che all'Ariosto anche di proprietà e d'eleganza fosse trovatore e affinatore l'ingegno aiutato da una facoltà di percezione prontissima e squisitissima?
VII.
Parve singolare al Gibbon che de' cinque maggiori poeti epici venuti nello spazio di quasi tremila anni sul teatro del mondo due sieno reclamati a sì breve intervallo da sì piccol territorio quale il ducato di Ferrara. Ma lasciando da una parte Omero e dall'altra Virgilio e Milton, i quali solo l'antica poetica poteva ammettere nella stessa famiglia con l'Ariosto, e aggiungendo il Boiardo che nel genere romanzesco è de' poeti maggiori, pare anzi naturalissimo, chi ricordi e accetti le cose in principio discorse su lo svolgimento dell'epopea romanzesca, che Ferrara producesse nello spazio di un secolo i tre maggiori poemi cavallereschi a distanza quasi precisa d'un cinquant'anni fra loro, cominciando il movimento coll' Innamorato nel 1486, toccando la perfezione col Furioso nel 1532, determinando la reazione con la Gerusalemme nel 1581. Contro altre osservazioni e meraviglie che nell'aer crasso della bassura ferrarese potesse accendersi quel gran sole della fantasia ariostesca, io volli diffondermi a raccogliere i particolari delle condizioni economiche e delle difficoltà politiche, delle incertezze e inquietezze quasi continue tra le quali fu concepito e composto il Furioso, io volli distendermi a raccontare le strettezze, le taccagnerie, le ingratitudini e iniquità delle quali l'Ariosto fu tribolato tutta quasi la vita; perchè, raffrontate tali condizioni alle condizioni di pace, di agiatezza, di pompa, tra le quali scrissero Virgilio ed il Goethe, raffrontata alla villa di Posilipo e al casino di Weimar la casa paterna dell'Ariosto onde la veduta del piano è scarsa e sconsolata e la casetta di Mirasole ove la vita è imprigionata fra pochi metri di orti e di mura, e ripensando quanto spirital mondo fosse intuito e creato, quanta e quale serenità di poesia si spandesse da tali confini, l'uomo si rialzi e si rallegri e conforti, che in fine in fine l'ingegno umano trovi tutto in sè stesso. Nell'animo di Ludovico Ariosto non tramontava mai il sole interno più veramente che non tramontasse su i regni di Carlo quinto il sole della natura.
Più degna di esser notata mi pare la somiglianza delle circostanze, di preparazione, d'inspirazione, di svolgimento e di effetti, che è tra il lavoro letterario dell'Ariosto e quello, da una parte, di Dante, dall'altra di Alessandro Manzoni. Nati e cresciuti tutti tre nei principii d'un movimento e d'un mutamento politico e letterario che determinò le più differenti e in diverso aspetto più importanti età della vita italiana, tutti tre, modificate essenzialmente ma non spogliate al tutto le idee e le affezioni della gioventù, accompagnarono il mutamento e il movimento, fin che, non dico lo fermarono, ma lo illustrarono al punto più alto dell'ascensione con un'opera che, raccogliendo tutte le idealità del loro passato ed agendo con grande efficacia su gli spiriti le opinioni e le concezioni estetiche del presente, eccitò pure una reazione. Dante, cresciuto nel primo scadimento del papato e dell'impero, del medio evo in somma, e quando il reggimento delle città italiane passava nelle forme o del comune o della signoria dalle oligarchie gentilizie all'autorità democratica, mutatosi da guelfo a ghibellino e da dicitor d'amore a neoclassico, scrisse, dopo la rivoluzione di Giano della Bella che gli tolse la nobiltà, dopo il colpo di stato del Valois che gli tolse la patria, la Commedia, opera guelfa insieme e ghibellina, scolastica e popolare sì nel concepimento sì nell'esecuzione; e pur raggiando gli albori dell'età nuova chiuse il medio evo, levandone alle maggiori altezze l'idealità e universalità artistica: alle quali seguirono per reazione l'opera individuale del Petrarca e l'opera realistica del Boccaccio. Nato e cresciuto quando l'umanesimo finiva d'abbattere i resti di quelle comunità d'arte e pensiero indigene e plebee che s'erano mantenute nell'intermezzo tra il medio evo e la riforma, quando le signorie nazionali erano per disparire attratte nella violenza dell'impero risorto come monarchia conquistatrice, l'Ariosto, da poeta latino trasmutatosi a poeta di romanzi, dopo la invasione francese, durante la guerra della lega santa contro Venezia e del papa contro il suo duca, scrisse, e dopo la caduta della repubblica di Firenze compiè, il suo poema, chiudendo i periodi della poesia romanzesca, l'ideale delle plebi, dei signori e dei capitani di ventura de' secoli decimoquarto e decimoquinto; il poema che canta le glorie d'una dinastia contro l'impero e la chiesa; il poema che trasforma con un lavoro perfettamente classico la materia medioevale e rende finalmente italiana la lingua toscana; il poema che, pure operando con grandissima efficacia su'l movimento letterario non pure italiano ma europeo, provoca sì negli spiriti sì nelle forme la riazione cristiana aristotelica individuale del Tasso. Nato il Manzoni tra i fulgori ed i fulmini della rivoluzione francese, crescendo quando il filosofismo dell'Enciclopedia della Costituente della Convenzione impersonatosi nel Bonaparte provocava la reazione tra medioevale e liberale dell'Europa, quando la invasione francese con le forme di repubblica o di regno conturbando e sommovendo la vecchia società italiana cagionava un risvegliamento quasi nazionale degli spiriti guelfi e ghibellini, egli, di giacobino e classico, tramutatosi in cattolico e romantico, chiudeva quel periodo di sconvolgimento e di turbazione con un libro di raccoglimento individuale, di realismo ideale, in cui il soggettivismo autoritario giacobino persistendo riforma a imagine sua le idee cattoliche e le teorie romantiche; un libro, che pure efficacemente operando su l'educazione estetica provocò una reazione subitanea sì nei pensieri e sentimenti sì nelle forme. A compiere i paralleli, anche gli anni della pubblicazione delle tre opere si corrispondono. La Commedia, pensata e lavorata per tutti i primi anni del secolo decimoquarto fu finita nel 1321: fu finito nel 1516, corretto nel 21, riformato nel 32 il Furioso: i Promessi Sposi finiti nel 1826 furono corretti nel 40.
E qui basta. Le generazioni e l'ordine sociale fiorenti e dominanti in Italia in questo scorcio di secolo hanno il diritto e anche il dovere di riconoscere nel Manzoni il loro più affine rappresentante artistico. Ma, se alcun voglia comparare o anteporre l'efficacia e l'importanza storica dell'opera in prosa di lui alla poesia di Dante e dell'Ariosto, quegli obbedirà a una preoccupazione del presente che si può bene intendere ma non può esser levata alle regioni della storia, quegli sottometterà il vero oggettivo alle sue parziali impressioni estetiche, quegli correrà pericolo di scambiare una riforma di sentimento e stile in Italia per una rivoluzione della letteratura europea. Lasciamo di Dante. Ma dirimpetto alla esuberanza di vita e alla calda rappresentazione di tutto il sentimento, di tutta un'epoca che tutta l'Europa ammirò nel Furioso, la novella provinciale del Manzoni è domesticamente e democraticamente modesta. Che se lo spirito giacobino d'accordo questa volta con l'umiltà cristiana parvero audacia rivoluzionaria persuadendo al Manzoni di scegliere a eroi due contadini brianzoli, gli vietarono però di fare poema; e al meraviglioso inventore e analizzatore prosastico venne a mancare un addentellato nella tradizione non pur nazionale ma europea, la quale si perpetua in un retaggio di grandi leggende e di grandi fatti di razza e di nazione congiunti ai grandi problemi psicologici che si rinnovano nei secoli. I poemi del secolo decimonono sono il Faust e il Prometeo liberato. Il problema psicologico dei Promessi Sposi fu un fenomeno passeggero in alcune anime di sola una generazione, e la preoccupazione di cotesto breve momento, la restaurazione romantica del cattolicismo, forse che rattrista, se non raffredda, lo spirito artistico del vero e nobil volume. Il quale forse per ciò non s'ebbe fuori d'Italia, in Europa, che un successo inferiore al valor suo reale, inferiore di molto alla fortuna di altri romanzi francesi e inglesi che gl'Italiani reputano di gran lunga inferiori al romanzo lombardo. Il Furioso, oltre le versioni e le edizioni moltissime in Francia, in Spagna, in Germania, in Inghilterra, in Olanda fin dal secolo in cui fu composto, ispirò a tempi diversi quattro dei più varii e favoriti ingegni della letteratura europea, lo Spencer nella Regina delle fate al secolo decimosesto, il Byron nel Don Giovanni al nostro, e al settecento i due tra loro più simpatici ingegni delle due più avverse nazioni, il Voltaire nella Pulcella, il Wieland nell' Oberon. Il Furioso dunque tiene un luogo ben alto nella letteratura europea.