Destinato a errare nella procella e a crear nel dolore come il povero Tasso, ne ebbe, come lui, la mente sconvolta.... Egli portava nel suo fatidico seno tutte le tempeste della imminente Rivoluzione, insieme alle tempeste del suo proprio cuore. Dotato di una parola di fuoco — parola unica, che agita, sorprende e comanda, fece un gran bene e un gran male; e quando cadde e tacque, parve che la Francia non avesse più nè cuore nè voce.
L'altro, Byron, è un uragano di passioni che si slancia attraverso gli ostacoli con la fulminea rapidità di un proiettile. Come nella vita dolorosa del Tasso predomina il gemito, in Byron vi è gemito e fremito — singulto e ruggito. È forse il più subbiettivo di tutti i poeti. Non intese e non rese che sè: Byron-Aroldo, Byron-Lara, Byron-Manfredo, Byron-Caino, Byron-Don Giovanni. Originale sempre, anche nelle monotone pitture delle sue tempeste interiori; misantropo e violento; poi tenero, soave, patetico, la sua poesia è una vera epopea individuale — è il dramma di un'anima. L'eloquenza di Byron, come poeta del Dolore, è la più magnifica e irresistibile che si sia mai udita.
Dipinse sè solo. E sia. Ma con che tragica grandezza, con che intensità di pittura! — la favola, gli accessorii, i personaggi secondari del Manfredo, per citare un esempio, non sono certo gran cosa.... tutt'altro! Ma egli è un uomo, nella più bella e forte e nobile espressione della parola. Ha vissuto, lottato, odiato, amato, peccato, sofferto e fatto soffrire. Ha domato gli altri; e sa domare sè stesso. Si dà alla magìa, per una sublime e disperata speranza di amore, per riveder lei, per una terribile audacia satanica di ribelle — non per una curiosità d'alchimista, e per sete d'oro e di voluttà, come il vecchio dottore tedesco. Adora la natura, la solitudine e una diletta morta, amata di colpevole amore. Come uomo, come individuo è più simpatico di Fausto. Se invece di riguardar Fausto come un simbolo dello spirito umano nello spazio e nel tempo — lo consideriamo come un individuo, quale ci appare in realtà nella prima parte; se spogliamo il gran poema di tutti gli splendori del fondo, degli stupendi episodi drammatici, degli accessori lirici; se dimentichiamo per un momento la grande creazione di Mefistofele — e il gran concetto cosmico che informa tutto il poema, e le sue meraviglie di ritmo, di plastica, e di colore — e ne stacchiamo col pensiero la figura di lui, Fausto, come semplice uomo, egli non c'inspira davvero nè simpatia, nè pietà, nè ammirazione. Il suo ideale è troppo egoistico: vuole due cose sole: sapere e godere. La sua più importante azione è di sedurre una povera giovinetta, e abbandonarla, dopo averle ucciso il fratello. Ha troppe velleità di estetico e di dilettante.... e finalmente si salva, non si capisce bene il perchè, e sale gloriosamente al cielo come un San Francesco d'Assisi. Credo che due sole persone lo abbiano amato davvero — Margherita e Volfango Goethe.
Il più grande fra i poeti desolati che abbia avuto l'Italia, Giacomo Leopardi, ci torna in mente parlando di Torquato Tasso: e non per analogie di carattere o di sventura, che non ve n'è alcuna, ma per la riverenza e la vivissima simpatia che il Leopardi ebbe sempre pel Tasso. Nel suo triste soggiorno in Roma, il Leopardi era in uno stato di apatia, di glacialità assoluta: guardava alle meraviglie pagane e cristiane di Roma come insensato ed attonito. Nulla lo colpiva; era diventato di pietra. Le sue lettere da Roma potrebbero essere datate da Biella o da Avellino, sarebber le stesse. Nelle poesie, non un cenno su Roma. È strano: soprattutto se si paragona questo silenzio del Leopardi alle calde ispirazioni, agli accenti eloquenti che die' Roma a Goethe, a Byron, allo Shelley, a Chateaubriand, al Platen, al Browning, allo Story, al Carducci. Eppure una cosa — una cosa sola — colpì in Roma il Leopardi, e ne rimane sacra e toccante memoria nel suo Epistolario — la stanza e la tomba del Tasso a Sant'Onofrio. Là il suo cuore irrigidito si commosse — e il poeta di Nerina e d'Aspasia s'inginocchiò e pianse su le ceneri del poeta di Erminia e di Armida.
Povero Leopardi! il più completamente e continuamente infelice di tutti i grandi infelici! Tutti gli altri ebbero qualche raro conforto. Il Tasso ebbe la religione, Rousseau, la natura, — Byron, la gloria. Ma lui! nè fede, nè amore, nè gloria, nè patria, nè gioie di famiglia, nè consolazioni di natura, nè salute, nè bellezza, nè ricchezza, nè pace. La sua filosofia è una assoluta e spaventosa condanna della Natura e della Esistenza, più, assai più di quella di Schopenhauer. Egli è il più radicalmente nichilista di tutti i poeti d'Europa. Eppure che anima! che squisito sentire! che divina poesia! È l'Inferno cantato da un Angelo.
Spettacolo penoso, o Signori, questo sguardo retrospettivo su i dolori immeritati, o anche meritati, dei grandi scrittori infelici: penoso soprattutto nel caso del Tasso, per la debolezza e la sensibilità del paziente, e per la lunghezza e la crudeltà del martirio. Solo ci può confortare il rivolger gli occhi sui rari esempi di volontà eroica, di lotta perseverante, di rassegnazione sublime che ci presenta la storia della letteratura: — Come Cervantes, Camoens, Milton.
Il Milton fu come ancorato nella vita: e neppur le tempeste che si scatenarono sulla testa di re Lear l'avrebber smosso d'un palmo dalla via della Fede e del Dovere. La forza del suo spirito fu più forte di ogni calamità. Nè la ruina del suo partito politico e religioso, nè le beffe e le persecuzioni dei trionfanti nemici, nè l'abbandono, nè la solitudine, nè la penuria, nè le malattie, nè le sventure domestiche, nè l'ingratitudine delle figliuole, nè la suprema delle sventure — la cecità — alteraron mai il suo grande intelletto e la sua grande anima. Cieco, povero e solitario — cantò quella grande epopea sacra, che sola è degna di stare fra la Commedia di Dante e la Gerusalemme del Tasso.
Ma egli, il povero Tasso, non seppe, non potè mai, fortemente volere: quindi fu continuamente travolto in un eterno Scilla e Cariddi. E avrebbe potuto dire, anche con più ragione del Foscolo:
“Morte sol, mi darà fama e riposo.„