Lette tutte nel mezzo di Platone;

Sì, ch'egli è nuovo Apollo e nuovo Apelle:

Tacete unquanco, pallide viole,

E liquidi cristalli e fere snelle;

Ei dice cose, e voi dite parole.

Questo unico poteva essere il rimedio; in ciò soltanto la guarigione. Ma a dir cose non basta, nell'arte, la buona volontà; bisogna averle nel pensiero, sentirle entro sè, saperle esprimere in modo che appariscano cose anche agli altri. Per ciò, fu tentativo inefficace, sebbene lodevole, quello del Della Casa e del Guidiccioni che, sperando migliorare la musica, si contentarono di riaccordare l'istrumento. Il Petrarca, come nel resto dell'arte sua, era stato anche nei metri non tanto inventore quanto purificatore; che è, del resto, legge costante nei grandissimi e perfetti per tutti i generi e per tutte le forme estetiche: non si era valso che della canzone e del sonetto semplice, con qualche sestina, qualche ballata, qualche madrigale; e la scelta severa fu dalla riforma del Bembo consacrata agli imitatori. Di più, in quei metri stessi, l'orecchio squisito del maestro aveva fissate le pause, con rispondenza continua tra il ritmo e la sintassi, il suono ed il pensiero: da ciò, come accade, la monotonia de' seguaci. Onde dovè apparire al Della Casa un gran fatto quando osò, contro le pause determinate dagli esemplari e dall'uso, svolgere i suoi periodi, nel sonetto, dall'una all'altra quartina, dalle quartine nelle terzine, e rompere il verso con quello che i romantici francesi chiamarono, in una riforma consimile, gli enjambements.

O dolce selva solitaria, amica

De' miei pensieri sbigottiti e stanchi,

Mentre Borea ne' dì torbidi e manchi

D'orrido giel l'aere e la terra implica;